ILVA, UN ACCORDO CHE TRADISCE LE SPERANZE DI UNA CITTA’ CHE NON VUOLE PIU’ LO STABILIMENTO

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Dopo una lunga ed estenuante trattativa è stata raggiunta l’intesa sul futuro dell’Ilva: ArcelorMittal, i sindacati e i commissari straordinari hanno firmato l’intesa al ministero dello Sviluppo economico. L’ipotesi di accordo, per attuarsi, dovrà ora passare il vaglio del referendum dei lavoratori.

Si è chiuso dunque un capitolo importante per l’industria italiana, sulla scia di un impianto limato e costruito dal precedente governo, con un risultato politico del ministro Luigi Di Maio che equivale però a un dietro front. Il vicepremier grillino ha infatti cambiato direzione rispetto alle precedenti dichiarazioni in cui prometteva di annullare la gara e di chiudere lo stabilimento. Dunque l’ennesima retromarcia targata Cinque Stelle dopo il passo indietro sui vaccini e il cambio di passo sulle politiche di bilancio, adesso rispettose delle regole europee.

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Quello di cui si è certi è che i grillini di governo sono una cosa molto diversa dai pentastellati che urlavano dai banchi dell’opposizione. Tanto che in molti, in questi giorni, hanno ironizzato sul fatto che l’accordo raggiunto dal ministero dello Sviluppo economico insieme con i commissari straordinari dell’Ilva e con i manager franco-indiani del colosso Arcelor Mittal, fosse molto simile a quello proposto dall’allora ministro per lo Sviluppo economico Carlo Calenda (Pd). Quest’ultimo è andato su tutte le furie dopo la lettura del parere dell’Avvocatura che in buona sostanza spiega che l’annullamento dell’accordo era e sarebbe stato sempre possibile di fronte a un superiore interesse pubblico. E, secondo gli stessi avvocati dello Stato che hanno redatto il parere, in questo caso soltanto una questione legata alla salute pubblica o alla tutela ambientale avrebbe potuto far scattare l’annullamento, giudicato da Di Maio impossibile pur di fronte a una gara pasticciata e in parte “illegittima”.

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Di fatto, la vicenda Ilva si è chiusa. L’accordo è stato raggiunto. Il paradosso però è che tutta la campagna elettorale dei Cinque Stelle per arrivare al 4 marzo è stata improntata proprio alla chiusura dell’Ilva. Invece, una volta al governo, la annosa vicenda vede un accordo che si sintetizza con 8.200 lavoratori riassunti a tempo indeterminato nello stabilimento. Così, mentre tutta Italia plaude all’accordo tra Arcelor Mittal e sindacati, voluto dal ministro Luigi Di Maio, la città di Taranto esplode di rabbia. Appena 5 mesi fa la piazza salutava i pentastellati come i nuovi salvatori della Patria. Ora ne chiede le dimissioni. Dalle stelle, alle stalle. La deputata cinquestelle, Rosalba De Giorgi, coraggiosamente, ha voluto metterci la faccia. Si è presentata in piazza ed ha tentato di spiegare l’operato della maggioranza di cui ora fa parte. Non ne ha avuto il tempo. E’ stata sopraffatta da chi l’accusava di tradimento e da chi ne chiedeva le dimissioni, costretta a fare retromarcia protetta da un cordone di polizia.

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C’è una parte di Taranto che non vuole più l’Ilva. Questo è un dato di fatto con il quale anche il nuovo governo ed i nuovi proprietari della fabbrica devono imparare a confrontarsi. Circa dieci anni fa AltaMarea sfiorò l’impresa. Alle ultime politiche il M5S aveva riacceso le speranze. Ora, quella parte di Taranto, appare stordita, perché “derubata”, per l’ennesima volta, del suo sogno.

Mary Divella

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