Honduras nell’occhio del ciclone

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Ed ecco che nel mondo mediatico qual è quello che ci circonda, si accendono ipocriti riflettori sulla situazione in Honduras. Di fatti, è da notare che il paese è caratterizzato ormai da anni dai fragili equilibri socio-politici, che scaturiscono ad esempio dall’ultimo studio realizzato nel 2017 dal Consiglio per la Pubblica Sicurezza messicano, sulla situazione della criminalità dilagante in America Latina, che stima circa 150 morti per omicidio ogni 100.000 abitanti nella sola città di San Pedro Sula, la seconda metropoli hondureña dopo la capitale Tegucigalpa.

A dimostrare il protrarsi nel tempo della gravità della situazione dell’Honduras potremmo prendere in analisi uno studio analogo, condotto questa volta dall’Onu, nel 2012, quando la percentuale vertiginosa di morti violente tra la popolazione si aggirava intorno ai 90,4 omicidi ogni 100.000 abitanti; cifre che già all’epoca facevano dell’Honduras uno dei posti, (tra quelli non interessati da conflitti), più pericolosi al mondo.

E allora la domanda nasce spontanea: perché se la comunità internazionale, l’Oas, e i vari organi sovranazionali non si sono mai preoccupati troppo per la questione hondureña, adesso d’un tratto focalizzano l’attenzione sulla “carovana della speranza” degli hondureñi verso il confine statunitense? (Considerando che negli ultimi anni la destabilizzazione di diversi paesi latinoamericani, come il Venezuela, ha reso queste sorte di esodi, un evento quotidiano).

Il fine di questa premessa, non vuole essere la sottovalutazione di quello che nella fattispecie concreta è un’emergenza umanitaria e un’evidente violazione dello stato di diritto; bensì, vuole porre l’attenzione sul fatto che ad un mese dalle elezioni di midterm, i media internazionali diffondano un certo allarmismo, dando adito ad esempio al presidente Trump, di calcare su quelli che erano stati i temi vincenti della sua campagna elettorale.

Il presidente Trump in effetti ha invitato il governo messicano a restare cauto, a non spalancare le porte ad una marea di disperati, consapevole che il Messico è solo una tappa di passaggio per raggiungere gli States, e minaccia di schierare l’esercito lungo il confine. In realtà la vastità della frontiera con il Messico, che copre circa 3000 km, rende molto complicato attuare un controllo totale e costante; punto a favore de los carteles messicani per il narcotraffico.

In tutti i modi, Andrés Manuel Obrador, futuro presidente messicano, in carica dal prossimo 1° dicembre, di tradizione riformista e fortemente in contrasto con le politiche restrittive della Casa Bianca, ha fatto pressioni affinchè venga concesso un visto temporaneo a donne e bambini. Quella dell’Honduras è una democrazia in crisi, si pensi che il 26 novembre 2017, i cittadini si sono recati alle urne per le elezioni presidenziali alle quali concorrevano l’attuale presidente Juan Orlando Hernández, del Partido Nacional, e Salvador Nasralla, candidato della coalizione Alianza de oposición de Honduras.

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Ciò che ha caratterizzato queste elezioni sono state le irregolarità nel processo di scrutinamento; durante il conteggio dei voti infatti, quando già il 70% delle schede era stato scrutinato, con un vantaggio di 5 punti per Nasralla, il tribunale elettorale sospende la diffusione dello scrutinio elettorale, lasciando un’incognita sul restante 30% delle schede. Ricominciata la conta dei voti, però la situazione si ribalta a favore di Hernández, e a far nascere dubbi sulla validità della votazione sono soprattutto i risultati ottenuti in dipartimenti poco popolati, come la regione di origine dello stesso Hernández, dove l’affluenza è maggiore della media nazionale. Per scongiurare il rischio di rivolte a oltranza, una volta confermata la presidenza al candidato del Partido Nacional, Hernández, fu istituito il coprifuoco dalle 18 alle 6, con ronde della polizia armata e autorizzata a puntare le armi contro coloro i quali avessero violato questa disposizione; come dimostrato dalla prima vittima del coprifuoco, il 1°dicembre 2017, Kimberly Dayana Fonseca, la giovane diciannovenne hondureña stroncata da un colpo alla testa da parte di un agente.

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Le manifestazioni che ne conseguirono, costituirono esplicite accuse al governo Hernández, il quale con il pretesto del contenimento del caos, ha istituito gradualmente una militarizzazione del sistema.

A regnare è ormai l’anarchia; Amnesty International già a un mese dallo scoppio dei primi moti riottosi, contava 30 morti durante le manifestazioni. Secondo le dichiarazioni di Rodolfo Pastor, portavoce dell’Alleanza di opposizione all’attuale presidente, gli honduregni sono uno dei popoli più torturati dell’America centrale, come non può essere comprensibile che ricorrano alla migrazione per cercare di sopravvivere e cercare le opportunità negate dal loro paese di origine?

Pastor ricorda inoltre che, buona parte dei problemi del paese, sono da far risalire all’attuale regime di Hernández, il quale si è fatto rieleggere attraverso una certa manipolazione istituzionale che gli ha permesso di monopolizzare il controllo delle istituzioni statali.

Nonostante le evidenti anomalie nel voto, interventi, da parte di diplomatici statunitensi in territorio honduregno, in particolare dell’ambasciatore Heide Fulton, che al fianco del presidente della Corte elettorale superiore, David Matamoros, dichiarò legittimi gli scrutini di voto, hanno di fatto aperto la strada, attraverso una legittimazzazione mediatica, all’investitura di Hernández. Ma non si tratta dell’unica ingerenza degli americani; circa 24 ore prima del beneplacito statunitense, il presidente Hernández aveva votato contro la contestazione dell’Onu alla decisione degli Usa di riconoscere Gerusalemme come capitale d’Israele, tempismoquantomeno sospetto che alimenta il dubbio sul legame di convenienza tra il governo di Washington e quello honduregno.

Se a questo aggiungiamo i problemi endemici di povertà e disuguaglianza che soffre la regione, come sottolinea lo stesso Pastor,possiamo comprendere le ragioni che hanno dato vita a questo esodo.

E allora è necessaria una profonda riflessionesull’attitudine utilitarista di certe potenze imperialiste, che sembrano non voler assumersi la responsabilità del proprio modus operandi.

Federica Scippa

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