Giovani e dipendenze. L’intossicazione da social causa ansia e stress

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Alcol, fumo, stupefacenti appartengono ormai al passato. Oggi le nuove dipendenze si chiamano Facebook, Twitter, Instagram, Snapchate. Un recente studio del “Common-Sense Media”, un’organizzazione che monitora l’uso dei social, ha calcolato che metà dei giovani americani trascorre tra le 6 e le 7 ore al giorno, un quarto della giornata, incollato allo smartphone tanto da provocare in loro uno stato di dipendenza quasi cronica.

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Questa morbosità tecnologica come ormai è risaputo, non aiuta lo stato di salute in quanto stare troppo tempo incollati sul proprio cellulare può provocare stress e ansia, così da causare un immediato ricovero in centri di riabilitazione tenendo così i pazienti lontani dalla rete e dagli smartphone. Il costo delle cure è a carico dei genitori, con prezzi che raggiungono i 50 mila dollari, una cifra molto alta che pochi possono permettersi mentre sempre più giovani cadono in questa patologia. Vivere su un palcoscenico, come credono di fare le nuove generazioni di giovani e giovanissimi di tutto il mondo, ha dei costi dunque altissimi in primis per la salute e poi per l’economia, oltre ad avere delle ripercussioni sull’immaginazione, sulla sfera emozionale e su quella razionale dei ragazzi.

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Tra i colpevoli di questa deriva vi è anche la televisione, la quale in buona parte dei suoi programmi si lega all’interazione con il pubblico attraverso proprio l’uso dei social, andando a incrementare la gran mole di messaggi scambiati ogni giorno. La nascita e il proliferare dei cosiddetti “rehab centre”, ovvero di centri specializzati nei quali è possibile disintossicarsi (per quanto?) dall’eccessivo uso di internet grazie a programmi di recupero specializzati, non fa che aumentare la preoccupazione nei confronti di un mezzo che sembra esserci sfuggito di mano. E se negli Usa la situazione sembra ormai critica, anche nel nostro Paese l’abuso da social mostra dati allarmanti.

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Un sondaggio promosso l’anno scorso e condotto dall’Associazione Nazionale Dipendenze Tecnologiche, ha certificato come oltre il 50% dei ragazzi tra i 15 e i 20 anni controlli il proprio smartphone circa 75 volte al giorno (!) con punte massime addirittura di 110. Questi dati non riguardano però solo gli adolescenti, ma anche gli adulti: circa il 49% dei soggetti con età superiore ai 35 anni, arriva a controllare il proprio smartphone 43 volte al giorno, con circa il 6% che lo guarda anche fino a 65 volte di media. Come se già non ce ne fosse abbastanza, si può citare anche uno studio canadese che ha evidenziato invece gli effetti negativi sul sonno soprattutto tra i ragazzi dagli 11 ai 20 anni causati sempre da un eccessivo uso dei social media. Ce n’è abbastanza per fermarsi un attimo a riflettere sull’uso eccessivo che facciamo dei nostri dispositivi elettronici.

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L’uso sproporzionato dei social non è ancora riconosciuto ufficialmente come disturbo, ma sarebbe opportuno creare una rete di osservatori a carattere non solo scientifico, su una patologia che porta molti ragazzi, e non solo loro, a creare non solo delle identità parallele e del tutto immaginarie sulle piattaforme dei social network, ma anche a favorire l’emergere di pericolose condizioni patologiche come, una fra tante, la depressione e casi di demenza. La spinta radical-tecnologica creata dall’uomo nei confronti di apparecchi in grado di renderci quasi onnipotenti, solleva un problema etico, ovvero se la causa di tanti effetti collaterali, non sia da imputare quasi esclusivamente all’essere umano, nella sua tracotante volontà di giungere a forme di conoscenza mordi e fuggi, prive di un impegno personale e di responsabilità. È la perdita di fiducia nelle nostre capacità intellettive e razionali, peculiarità della nostra specie prima dell’era digitale, a spingerci nell’affidarci solerti e speranzosi a quel moloc onnisciente di Google per conoscere tutte le risposte alle nostre domande, a Facebook per riempire le nostre apparenti solitudini e a Instagram per dare un contenuto oggi ormai senza materia alla nostra immagine.

Andrea Alessandrino

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