Genitori Renzi, procura chiede processo (Altre News)

’Scompare’ cartella clinica donna morta, medici a processo - "Calpesta l’ebreo", scritte antisemite in scuole Pomezia - Il pentito: "Dovevamo far saltare in aria Costanzo, Baudo e Biagi"

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Genitori Renzi, procura chiede processo per bancarotta fraudolenta

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"La richiesta era ampiamente scontata trattandosi della questione per la quale i coniugi Renzi sono stati arrestati, provvedimento poi annullato dal Tribunale del Riesame". Così gli avvocati Federico Bagattini e Lorenzo Pellegrini, difensori dei coniugi Tiziano Renzi e Laura Bovoli, genitori dell’ex premier Matteo Renzi, commentano la richiesta di rinvio a giudizio avanzata dalla Procura di Firenze per i loro assistiti, accusati di bancarotta fraudolenta e false fatture nell’inchiesta per il fallimento di tre cooperative a loro riconducibili. "Nel merito - aggiungono i legali dei coniugi Renzi - siamo assolutamente convinti che in sede processuale dimostreremo come non vi sia alcun nesso tra il fallimento della cooperativa Marmodiv e l’attività dei Renzi, che erano clienti e non amministratori della medesima. Attendiamo con tranquillità che dopo oltre un anno di show mediatico si possa celebrare il processo nelle aule di giustizia e non altrove".

Il procuratore aggiunto Luca Turco, riferisce oggi "Il Fatto Quotidiano", ha depositato, nei confronti di Tiziano Renzi, Laura Bovoli e di altre 17 indagati, la richiesta di rinvio a giudizio nell’ambito dell’inchiesta con al centro tre cooperative: la Delivery Service Italia, la Europe Service e la Marmodiv. L’udienza preliminare è stata fissata per il prossimo 9 giugno e sarà il gip Silvia Romeo a decidere se mandare tutti a processo oppure archiviare.
L’indagine nel febbraio 2019 portò i genitori del leader di Italia Viva agli arresti domiciliari, misura poi revocata dal Tribunale del Riesame dopo 18 giorni. L’indagine era partita dalla Delivery Service Italia, cooperativa dichiarata fallita a giugno 2015 e di cui Tiziano Renzi e Laura Bovoli, accusati di bancarotta fraudolenta, per il pm Turco, sono stati amministratori di fatto fino a giugno 2010.

In questo caso secondo le accuse i due coniugi, con altri - tra cui Roberto "Billy" Bargilli, l’autista del camper di Matteo Renzi per le primarie per la segreteria del Pd del 2012 e in passato nel cda della cooperativa - avrebbero cagionato "il fallimento della società per effetto di operazione dolosa consistita nell’aver omesso sistematicamente di versare gli oneri previdenziali e le imposte, o comunque, aggravando il dissesto".

Per quanto riguarda la Europe Service, fallita ad aprile 2018, invece i Renzi - considerati dalla Procura "amministratori di fatto fino a dicembre 2012" - sono accusati con altri di aver sottratto "con lo scopo di procurarsi un ingiusto profitto e di recare pregiudizio ai creditori, i libri e le altre scritture contabili".

C’è poi il caso della Marmodiv, cooperativa fallita con sentenza del Tribunale di Firenze il 20 marzo 2019. La bancarotta fraudolenta in questo caso viene contestata oltre che a Tiziano Renzi e Laura Bovoli, anche a Giuseppe Mincuzzi "presidente del cda fino al marzo 2018" e a Daniele Goglio "amministratore di fatto fino a marzo 2018" della Marmodiv.

Per il pm Luca Turco, i quattro indagati "concorrevano a cagionare il dissesto della società esponendo, al fine di conseguire un ingiusto profitto, nel bilancio di esercizio al 31 dicembre 2017, approvato dall’assemblea dei soci il 27 giugno 2018 nell’attivo patrimoniale, crediti per ’fatture da emettere’ non rispondenti al vero per un importo superiore a 370 mila euro, così iscrivendo a conto economico maggiori ricavi ed evitando di evidenziare una perdita d’esercizio". Così, continua il capo di imputazione, "Renzi, Bovoli e Mincuzzi - presidente del consiglio di amministrazione fino al 15 marzo 2018 - erano in grado di ’cedere’ all’amministratore di fatto Daniele Goglio la cooperativa ormai fortemente indebitata e Goglio poteva tenere la condotta distrattiva contestata".

Per la Marmodiv i coniugi Renzi, con altre sei persone, sono accusati anche di aver emesso alcune fatture "per operazioni... in parte inesistenti" "al fine di consentire alla Eventi 6 l’evasione delle imposte sui redditi". La Eventi 6 (di cui erano socie la mamma e le sorelle di Renzi, estranee all’indagine della Procura fiorentina), si occupava della distribuzione di volantini e giornali.

Lo scorso 7 ottobre il Tribunale di Firenze ha condannato a un anno e nove mesi di reclusione (pena sospesa) Laura Bovoli e Tiziano Renzi e a due anni l’imprenditore Luigi Dagostino al termine del processo per due fatture false emesse dalla Party srl (da 20mila euro più Iva) e alla Eventi 6 srl (140mila euro più Iva), società imprenditoriali gestite dai genitori del leader di Italia Viva. Dagostino era accusato, oltre che di fatture false, anche di truffa aggravata, perchè avrebbe pagato i coniugi di Rignano sull’Arno (Fi) per lavori inesistenti.

’Scompare’ cartella clinica donna morta, medici a processo

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Due medici del pronto soccorso dell’ospedale di Velletri sono finiti a processo, con le accuse di omicidio colposo, soppressione di atto pubblico e falso ideologico, per la morte di una donna di 71 anni, deceduta nel nosocomio il 24 luglio 2015. La donna è stata accompagnata al pronto soccorso dell’ospedale la sera del 22 luglio 2015 per un malore e dimessa il giorno successivo all’ora di pranzo, dopo una serie di accertamenti, con una diagnosi di crisi ipotensiva. Il giorno dopo le sue condizioni sono peggiorate tanto che i familiari hanno chiamato il 118 e la 71enne è stata trasportata di nuovo al pronto soccorso. Lì la signora è morta intorno all’ora di pranzo. A quel punto i familiari hanno sporto denuncia e la procura di Velletri ha aperto un’inchiesta sul caso.

Secondo i familiari della donna, assistiti dallo Studio Legale Sgromo sia in ambito civile che penale, i medici avrebbero sbagliato la diagnosi curandola per una patologia diversa da quella poi riscontrata dall’autopsia. Dall’esame autoptico è emerso che la donna sarebbe deceduta a causa di una "peritonite da perforazione di ulcerazione duodenale", a cui si associava una gastroduodenite emorragica e una cardiopatia ischemica.

Secondo i familiari queste problematiche non sarebbero mai state rilevate nel corso della degenza all’ospedale di Velletri e i sanitari avrebbero infatti curato la signora per una presunta patologia di origine cerebrale. I due medici sono stati rinviati a giudizio il 4 luglio 2019 e il 15 gennaio scorso si è aperto il processo, la cui prossima udienza è prevista per il 24 giugno.

Secondo quanto si legge nel decreto che ha disposto il rinvio a giudizio i due medici ’’in concorso tra loro e in cooperazione colposa’’ non ’’eseguendo un’anamnesi accurata, non eseguendo una tac e un’ecografia addominale, non disponendo il ricovero’’ ne ’’cagionavano per negligenza, imprudenza e imperizia’’ la morte. Inoltre a uno dei due l’accusa contesta di aver dimesso la signora ’’il 23 luglio 2015 con la diagnosi errata di crisi ipotensiva", mentre all’altro di non averle effettuato un’ecografia e di non aver richiesto una tac addominale.

In più secondo l’accusa i due medici avrebbero nascosto nell’armadietto di uno dei due la cartella clinica originale della donna relativa al ricovero, in cui erano contenuti gli esami eseguiti. I due medici, in qualità di pubblici ufficiali, si legge nel decreto, "occultavano un atto pubblico vero al fine di conseguire il vantaggio di impedire o comunque ritardare gli accertamenti in ordine alle loro responsabilità".

Infine ai due medici si contesta di aver attestato falsamente il rifiuto della donna al ricovero in una diversa struttura: secondo i familiari della vittima, infatti, né la paziente né loro stessi sarebbero mai stati informati di questa possibilità.

"Siamo convinti dell’assoluta estraneità dei due medici, che sono straordinari professionisti e che come tutti gli altri medici lavorano in condizioni difficilissime per la comunità di Velletri", sottolineano all’Adnkronos l’avvocato Gianfranco Annino e l’avvocato Renato Giugliano, difensori di fiducia degli imputati. "La stessa prima consulenza tecnica dei medici legali incaricati dal pm - aggiungono - aveva escluso ogni possibile omissione o responsabilità penale dei nostri assistiti. Poi il pm ha fatto fare un’altra valutazione, una consulenza sulla base delle carte, che ha ipotizzato una remota possibile omissione e sulla base di questo si è proceduto".

Quanto alla presunta sparizione della cartella clinica, secondo gli avvocati dei due medici si è trattato solo di "un malinteso". "Non c’è stato nessun occultamento - spiegano - anche perché l’originale è quella inserita nel sistema informatico che è immodificabile’’. Infine anche rispetto all’accusa di aver attestato falsamente il rifiuto della donna al ricovero i legali sottolineano che non sia ’’veritiero’’. "Per quale motivo il medico avrebbe dovuto fare una cosa del genere dopo aver speso tempo a cercare un posto? Quale vantaggio ci sarebbe per il medico?’’, si chiedono i difensori dei medici. "Siamo convinti che dimostreremo l’estraneità dei nostri assistiti soprattutto insistendo sulla consulenza dei medici legali della procura", sottolineano.

Peraltro, gli avvocati Annino e Giugliano all’udienza del 15 gennaio scorso, davanti al Giudice Valentina Ribaudo, hanno sollevato questione di legittimità costituzionale in riferimento all’articolo 83 cpp nella parte in cui non consente all’imputato di citare il responsabile civile (Asl) per l’eventuale risarcimento del danno, soprattutto in riferimento all’articolo 7 della Legge Gelli-Bianco secondo la quale "la struttura sanitaria ... pubblica o privata" risponde per le condotte dolose o colpose dei propri medici. Su questa istanza, il Tribunale si è riservato la decisione rinviando all’udienza del 24 giugno.

"Calpesta l’ebreo", scritte antisemite in scuole Pomezia

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Sono apparse questa mattina scritte antisemite di fronte all’ingresso del liceo Pascal e dell’Istituto Largo Brodolini di Pomezia (Roma). La scritta choc ’Calpesta l’ebreo’ con una croce celtica al posto della ’o’ e una stella di David è stata tracciata sulla strada. Come fa sapere il Comune di Pomezia, gli operatori sono già al lavoro per ripulire le aree.

Il sindaco Adriano Zuccalà ha condannato l’accaduto: "Un atto gravissimo che condanno a nome di tutta l’amministrazione comunale. A pochi giorni dalla Giornata internazionale della Memoria, e nella giornata di oggi in cui proprio l’Istituto Brodolini organizza un incontro che vede ospite Gabriele Sonnino, testimone di quella pagina buia della nostra storia, sono rammaricato e indignato per quanto accaduto. Questo ci spinge a lavorare ancora di più con le scuole per trasmettere alle nuove generazioni una memoria collettiva che è il messaggio di chi c’era e il ricordo vivo di una comunità che difende i diritti umani”.

"Spero si possa fare luce quanto prima sugli autori di questo vile gesto - conclude Zuccalà -. Intanto gli operatori ambientali del Comune di Pomezia sono già al lavoro per ripulire le aree".
Le immagini delle scritte choc sono state pubblicate su Twitter dal ministro dell’Istruzione Lucia Azzolina, che ha condannato duramente il gesto: "Vergognoso quello che è successo a Pomezia, al liceo Pascal e all’Istituto di Largo Brodolini. Lo considero un attacco alla scuola e al suo ruolo educativo. Sono già in contatto con i dirigenti scolastici. Razzismo e antisemitismo non entreranno MAI a scuola".

"Il nazifascismo è una piaga costata milioni di morti, sconfitta dalla storia grazie al sacrificio di decine di migliaia di giovani, donne e uomini che hanno lottato per riconquistare la libertà e la dignità di ogni essere umano. Oggi tenta di rialzare la testa approfittando della crisi economica, culturale e sociale che attanaglia il nostro Paese, ma sarà nuovamente sconfitto". Lo afferma in una nota il comitato provinciale dell’Anpi di Roma ed "esprime la più dura condanna per le scritte antisemite e i simboli nazisti che ’ignoti’ hanno lasciato davanti ad alcune scuole di Pomezia".

"L’Anpi provinciale di Roma - prosegue la nota - chiede fermamente alle Autorità competenti di individuare e sanzionare severamente gli autori delle infami scritte, e che, applicando le leggi, sciolgano tutte le organizzazioni che al nazismo e al fascismo si richiamano. Invita la cittadinanza alla mobilitazione che si svolgerà nelle prossime ore, per la difesa della democrazia e della Costituzione".

"Dobbiamo continuare a denunciare, a contrastare, ad arginare e a reprimere l’antisemitismo, trovando tutte le forme per creare quel distinguo necessario tra bene e male, tra valori e odio, specialmente nelle scuole, che dovrebbero essere per antonomasia i luoghi della comprensione, dell’educazione, della cultura, della conoscenza storica, della memoria", afferma Ruth Dureghello, presidente della comunità ebraica romana, all’AdnKronos. Per Dureghello, "questo atto è solo l’ultimo segnale di un cedimento generale, della volontà di qualcuno di andare oltre, di provocare, di uscire allo scoperto. E allora - chiede la presidente della comunità ebraica romana - queste uscite allo scoperto devono essere indagate e represse in tutte le loro forme, al di là se abbiano o meno una regia comune. E’ l’effetto emulazione quello che più ci preoccupa: non si può permettere che diventi un fenomeno da emulare con leggerezza e spavalderia".

"Unanime la condanna, senza se e senza ma" da parte della preside, professoressa Laura Virli, e di tutta "la Comunità Educante" del Liceo Pascal di Pomezia. "Con profondissimo sdegno" spiega una nota apparsa sul sito web della scuola "questa mattina, la Comunità Educante del Liceo Pascal, "ha dovuto constatare la presenza di una vergognosa scritta razzista apparsa di fronte al cancello di ingresso, laddove, da diverso tempo, campeggiava un bellissimo ’Buongiorno, cuore’. E’ per noi - prosegue la nota - assolutamente inaccettabile una simile vergogna. La scritta in sé, e ancor più il suo posizionamento di fronte ad un’istituzione, quale è la nostra, preposta alla coltivazione della conoscenza e del bene, nel senso più ampio e completo, ci fanno rabbrividire".

"Questa comunità, in tutte le sue componenti, prende la più assoluta distanza da tanta ignoranza, culturale e morale - sottolinea la nota - Il Liceo Pascal, che condanna senza riserve qualsiasi forma di razzismo ed esclusione, che considera da sempre la multiculturalità una risorsa, e che crede fermamente nella possibilità di aprire orizzonti sempre più ampi nelle giovani menti di cui si prende cura, continuerà a lottare con decisione, con determinazione e tenacia, perseguendo la sua missione educativa, perché aberrazioni di tal fatta, che non ci appartengono nel modo più assoluto, possano essere cancellate per sempre dal nostro territorio e dovunque".

"Gli studenti, al pari sdegnati, si sono attivati tramite i loro rappresentanti - conclude la nota - e discuteranno tempestivamente, nel Comitato straordinario previsto per oggi, quanto accaduto, nella piena consapevolezza che solo una comunità unita nella condivisione di principi inderogabili e irrinunciabili possa costituire un saldo punto di riferimento".

Il pentito: "Dovevamo far saltare in aria Costanzo, Baudo e Biagi"

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"Nel febbraio del 1992, prima della strage di Capaci", il boss Matteo Messina Denaro, con alcuni ‘picciotti’ di Cosa nostra si era trasferito "per nove giorni" a Roma per fare pedinare Maurizio Costanzo "per farlo saltare in aria". "Ma cercavamo anche Pippo Baudo ed Enzo Biagi". E persino il giudice Giovanni Falcone. A raccontarlo, collegato in videoconferenza da un luogo segreto dove vive, è il collaboratore di giustizia Francesco Geraci nel processo Capaci-bis che si celebrava davanti alla Corte d’assise d’Appello di Caltanissetta. Costanzo era finito nel mirino della mafia in seguito a una serie di iniziative particolarmente pesanti contro la criminalità organizzata. In particolare nel settembre 1991 aveva organizzato una trasmissione a reti unificate con Michele Santoro per commemorare Libero Grassi, l’imprenditore ucciso dopo aver detto in tv che non avrebbe mai pagato il pizzo. "C’era una lista di persona da uccidere", racconta Francesco Geraci.

"Cercavamo anche Falcone che andava al Ministero - dice ancora -Avevamo compiti differenti io e Vincenzo Sinacori". La Procura generale ha chiesto di sentire Geraci sulla cosiddetta "Missione romana" decisa dal boss Riina per progettare l’uccisione del giudice Giovanni Falcone nei primi mesi del ’92. Racconta anche di un incontro avvenuto a Palermo prima di andare nella Capitale.

"Andammo a Palermo, con Matteo Messina Denaro, ad una riunione, alla quale non mi fecero prendere parte, credo perché non contavo niente. C’erano Matteo Messina Denaro, Renzo Tinnirello, i fratelli Graviano, Enzo Sinacori, Salvatore Biondo, e lì si è deciso che si doveva andare a Roma. Nella Capitale eravamo io Matteo Messina Denaro, Giuseppe Graviano, Renzo Tinnirello, Enzo Sinacori, e un’altra persona. Mi portarono a Roma perché avevo la carta di credito. E lì presi una macchina a noleggio".

Poi Geraci racconta di avere ricevuto da Matteo Messina Denaro "cinque milioni di vecchie lire a testa" con gli altri mafiosi durante la permanenza di Roma. "Matteo Messina Denaro era con Renzo Tinnirello - racconta ancora Geraci- e cercavano dei giornalisti". Anche loro da uccidere, secondo quanto racconta il collaboratore di giustizia. A Roma, Cosa Nostra aveva nel mirino Giovanni Falcone ma anche personaggi "in vista" del mondo del giornalismo e dello spettacolo come Maurizio Costanzo, Andrea Barbato, Michele Santori e Pippo Baudo.

Per il boss Totò Riina, come hanno raccontato diversi collaboratori di giustizia, erano tutti da condannare perché "rei" di aver "avviato una sistematica campagna mediatica volta a sensibilizzare l’opinione pubblica sulle atrocità commesse da Cosa nostra e dalle altre organizzazioni criminali di stampo mafioso". "Andammo anche davanti al Teatro Parioli dove lavorava Costanzo - dice Geraci - e si parlava di mettere del tritolò in un cassonetto dell’inno dia".

L’attentato a Maurizio Costanzo fu fatto poi dopo un anno, il 14 maggio 1993. Maurizio Costanzo e Maria De Filippi si salvarono solo perché i killer furono traditi da un cambio di auto: il solito autista, che usava una Alfa Romeo 164, quella sera stava male e chiese il cambio a un collega che usava la Mercedes. L’attimo di esitazione dei mafiosi fu vitale.

Redazione

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