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L’Europa rivendica la sua sovranità digitale

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Era stata anticipata solo qualche tempo fa dal Ministro dell’Economia tedesco, PeterAltmaier la presentazione del progetto che avrebbe consentito a privati, aziende ed enti pubblici di depositare ipropri dati in infrastrutture digitali sotto la giurisdizione UE.

In quell’occasione, il Ministro aveva espressamente parlato dell’urgenzadi recuperare la“sovranità digitale”dellaGermania.

cms_14739/2v.jpgL’ambizioso progetto intende sostanzialmente affrancarsi dal controllo di giganti statunitensi e cinesi e custodire da sé il proprio enorme patrimonio informativo attualmente depositato nei caveaux virtuali dei colossi tech americani e cinesi e per la sua realizzazione sono stati coinvolti pesi massimi del calibro di Sap, Deutsche Telekom e Deutsche Bank per quello che non si configura come un data center unico ma una rete fra servizi di cloud diversi che, partendo da Berlino mira a espandersi in tutta l’Europa.

L’argomento è stato trattato anche in seno alla Commissione Europea dalla presidente Ursula von der Leyen, che inserisce il piano di lavoro tra gli obiettivi prioritari della Comunità Europea rimarcando quanto sia importante che la gestione dei dati, anche molto sensibili, sia meglio che venga protetta da un’infrastruttura conforme agli standard di sicurezza ‘made in Europe’.

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La Germania non è il solo paese europeo a mostrarsi sensibile verso il ritorno alla «sovranità digitale» sul cloud. Nei primi giorni di ottobre 2019 il governo francese ha chiesto a due aziende la software company Dassault Systèmes e la società di hosting Ovh, di presentare entro dicembre piani ad hoc per «infrangere il dominio delle aziende statunitensi» nel settore del cloud. Parlando dell’iniziativa, il ministro dell’Economia francese Bruno Le Maire, ha esposto che il progetto si svilupperà sul piano «franco-tedesco», prefigurando una collaborazione prima bilaterale e poi «europea» sul progetto.

cms_14739/4v.jpgAnche Jens Zimmermann, portavoce per le politiche digitali del Partito socialdemocratico al Parlamento tedesco, si mostra favorevole all’idea di un cloud europeo: «Da un certo punto di vista è chiaro che è una buona idea. Il cloud è un mercato che cresce, lo abbiamo visto negli Usa, e per l’Europa è cruciale dotarsi di una propria struttura di cloudprocessing, affrancandoci da Stati Uniti e Cina. Dall’altro, aggiunge, è altrettanto chiaro che serve un approccio economico. Peter Altmaier deve porre maggiore enfasi nella collaborazione con Spagna, Francia e Italia e sull’impronta europea del progetto».

L’impegno da assumersi è quindi molto impegnativo e richiederà un notevole dispendio di energia poiché occorrerà essere molto preparati per gestire le applicazioni nel “cloud europeista” in quanto, per essere davvero competitivi, sarà necessario sviluppare programmi capaci di reggere il confronto con chi da oltre trenta anni offre servizi tecnologicamente avanzati per le aziende, colossi che hanno ormai un’esperienza consolidata nello sfruttamento dell’economia di scala del cloud computing.

La Chief Technology and Digital Innovation Officer di Barcellona, ​​Francesca Bria, sostiene che bisognerebbe riprendere il controllo di questi dati con il cloud poiché sono la materia prima non solo dell’economica digitale e dell’IA, ma anche perché sarebbero considerati un bene pubblico: “I termini di controllo su di essi non possono essere stabiliti da entità extra-europee”.

Secondo la Bria, se l’Europa mortificasse la sovranità digitale, “potremmo perdere la nostra competitività nelle industrie chiave del futuro e diventare una sorta di colonia digitale”.

La Chief ritiene inoltre, che la sovranità dei dati dovrebbe essere un punto di partenza, “per riprendere il controllo dei dati e utilizzarli per affrontare le nostre grandi sfide urbane e sociali: clima, mobilità sostenibile, assistenza sanitaria, istruzione”.

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Insomma l’argomento non è dei più semplici e assume rilevanza anche per le tensioni ingenerate sia sul fronte politico sia su quello legislativo fra Stati Uniti e l’Unione europea.

Basti pensare che nel 2018 è diventato applicativo ilGeneral data protection regulation, il nuovo regolamento europeo sulla protezione dei dati, un impianto di 99 articoli teso a difendere la privacy di cittadini e imprese Ue rispetto all’uso di informazioni sensibili a loro riguardo, ma che, nello stesso anno, gli Stati Uniti hanno approvato il cosiddettoCloud act, una legge federale che - fra le altre cose - permette alle autorità giudiziarie statunitensi di ottenere dai fornitori di servizi cloud di diritto Usa, dati e informazioni sensibili, anche quando sono depositati fuori dal perimetro statunitense.

Una misura che si scontra dunque in pieno con gli articoli del Gdpr sulla tutela dei dati dei cittadini europei, aprendo divergenze fra Washington e Bruxelles sull’ordinamento dei colossi tecnologici.

L’orientamento delle istituzioni Ue, confermato anche dalle sentenze del tribunale europeo, è di stabilire che i dati sensibili dei cittadini comunitari debbano essere sottoposti alla giurisdizione di Bruxelles. Il Cloud act, consente invece alle multinazionali del settore di prelevare informazioni a prescindere dalla posizione geografica dei server o degli utenti interessati, anche se oggi anche i big californiani hanno i loro data center dislocati sul Vecchio continente. Addirittura, Ibm e Amazon sono presenti in Italia.

Quella del cloud è dunque una competizione dura dove entrano in ballo moltissimi elementi tra cui i numeri, le potenze dei server, la tecnologia. In questo periodo, secondo la società di consulenza Gartner, a livello globale Amazon è leader del public cloud nella declinazione Iaas (Infrastructure as a Service) con il 51 % contro il 13% di Microsoft e il quattro di Alibaba e il tre di Google.

Gli interessi che gravitano intorno ai cloud si calcolano in milioni di dollari ed è chiaro che da un certo punto di vista il progetto è per l’Europa, una buona idea. Il cloud è un mercato che cresce, come abbiamo visto negli Usa, e per l’Europa, per questo gli esperti concordano che sia cruciale dotarsi di una propria struttura di cloudprocessing, affrancandoci da Stati Uniti e Cina.

Gettate le basi per un’industria europea della «nuvola», resta lo scoglio principale: convincere le aziende a giocare in casa.

Gianmatteo Ercolino

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