GIOVANI E LAVORO: PASTICCIO ALL’ITALIANA

Gloria e Marco, morti nel rogo di Londra, costituiscono un caso emblematico di una gioventù “in fuga”

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La notizia ufficiale è giunta sabato mattina: Gloria e Marco, i due 27enni intrappolati nel proprio appartamento a Notting Hill, non ci sono più. Quel maledetto incendio si è portato via tutto: i sogni di una vita, i sacrifici, le speranze di un futuro migliore. Il loro non era un semplice viaggio di piacere nella capitale britannica. La coppia si trovava a Londra perché il nostro Paese non ha potuto garantirgli una vita dignitosa, perché alle briciole di qualche lavoretto saltuario hanno preferito un’occupazione che sapesse ripagarli degli anni di studi universitari, sebbene a parecchi chilometri di distanza dalla propria terra d’origine. Entrambi laureati in architettura con il massimo dei voti, i due si erano affrettati a cercare lavoro, trovando però solo impieghi il cui onorario non superava i 300-400 euro al mese. Una somma oggettivamente irrisoria, di cui specialmente Gloria – che aveva intenzione di fornire aiuti economici alla sua famiglia, o perlomeno di non gravare ulteriormente sulle loro finanze – non avrebbe potuto accontentarsi. E’ nata così l’idea di partire alla volta di Londra, in cerca di un pizzico di fortuna in più. A due settimane dal loro arrivo, un grande studio della capitale ha offerto a entrambi un incarico a 1.800 sterline al mese, equivalenti a poco più di 2mila euro. Inevitabile quindi il paragone tra i due Paesi: com’è possibile che, attraversata la Manica, le competenze degli italiani acquisiscano un peso tanto più grande?

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Gloria e Marco non sono morti per questo, è vero. Un insieme di responsabilità e di concause, unito a un pizzico di cattiva sorte, ha fatto sì che proprio loro perdessero la vita in quel palazzo. Lo Stato italiano non può sedere sul banco degli imputati, né può assumere il ruolo di capro espiatorio. Tuttavia, è quasi impossibile sfuggire a un’amara riflessione sulla condizione dei giovani nel nostro Paese: sono tanti i ragazzi che vivono lo stesso dramma dei due neoarchitetti veneti, costretti a emigrare per accaparrarsi un briciolo di sicurezza economica e, diciamolo pure, di felicità. Dopo un lungo percorso di studi, vedersi rifiutati dal mondo del lavoro o sminuiti da un salario al limite dell’accettabilità può portare alla disperazione, al malessere psicofisico prima ancora che alle effettive difficoltà finanziarie. Si tratta di una condizione che “mette alle strette” migliaia di giovani ogni anno, dando vita al tanto famigerato fenomeno della “fuga di cervelli”: si parte a malincuore, privandosi degli affetti di una vita, cancellando con un colpo di spugna tutte le aspettative riposte nella propria terra natale. Il distacco è doloroso, carico di amarezza e rancore; sentimenti che sfumano poi con il passare del tempo, una volta arrivati a destinazione. La permanenza in quella che è percepita come “terra promessa” è carica di fervente eccitazione e di nostalgia nel ricordo del proprio passato, che lavano via le cocenti delusioni accumulate in patria. Un esodo che, stando alle stime del Censis, ha portato fuori dal Belpaese ben 2 milioni di italiani negli ultimi 10 anni, perlopiù laureati (9 casi su 10). Non a caso, come confermato da una recente indagine del Cnr, il bilancio dei ricercatori in entrata e in uscita relativo all’Italia è l’unico negativo d’Europa, pari al -13%. Svizzera e Svezia segnano più del 20%, mentre il Regno Unito si attesta al +7,8%: il divario tra la penisola e gli Stati europei non si limita a qualche punto percentuale, dando vita a un’incolmabile e desolante “distanza”.

Quali sono i determinanti del tanto svantaggioso, quanto diffuso, fenomeno? L’imperante crisi economica non ne è la causa diretta, bensì il tessuto comune entro cui si snoda una serie di processi disfunzionali. Innanzitutto, c’è da osservare un importante cambiamento di tendenza a scapito dei più giovani: in passato i lavoratori senior tendevano a essere espulsi più facilmente o comunque a raggiungere in tempi brevi il pensionamento, complice la scarsa volontà di investire su ulteriori corsi di formazione e riconversione aziendale; l’inserimento di soggetti alle prime armi, peraltro visti come più innovativi, flessibili ed efficienti, era dunque privilegiato dalle aziende e dalle organizzazioni di vario tipo. Negli ultimi anni, invece, si è assistito a un drastico innalzamento dell’età di pensionamento, che ha portato a investire maggiormente su una forza lavoro più anziana ed esperta.

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A ciò si aggiunge, allargando il discorso anche alle professioni che richiedono più alti livelli di istruzione, la cosiddetta overeducation, una “patologia” tutta italiana che vede formarsi più ricercatori (e, in generale, più laureati) di quanti ne siano richiesti dal mercato del lavoro. Una teoria confermata dalle parole di Carolina Brandi, ricercatrice del Cnr, ai microfoni di Repubblica.it: “Possiamo anche cambiargli nome, ma la fuga dei cervelli c’è ed è dovuta all’overeducation e alla scarsa attenzione delle istituzioni verso la ricerca […] Il concetto di overeducation (detto anche “sottoccupazione” o brain waste) è stato introdotto da Freedman nel 1976 per indicare l’impiego in una attività che non richiede le competenze acquisite con il titolo di studio che si possiede. Una delle conseguenze di questo fenomeno consiste nella ‘perdita di conoscenza’: se una persona in possesso di un alto livello di formazione non utilizza le sue competenze e non si tiene al corrente degli sviluppi della conoscenza nel proprio campo, inevitabilmente perde la propria qualificazione perché le sue competenze divengono obsolete”. A questo punto, le possibili vie d’uscita sono due: portare l’intero sistema produttivo a un maggiore grado di innovazione (che lo rende capace di assorbire l’esubero di dottori) oppure ridurre l’offerta formativa, dirottando il Paese verso un’inevitabile decadenza socio-culturale. La prima opzione si profila, anche a livello intuitivo, come la più giusta: per evitare di retrocedere o di restare in una situazione di stallo, bisogna tentare uno slancio verso il futuro, puntando a servizi e tecnologie all’altezza della preparazione fornita ai nostri ragazzi. Insomma, non basta più coltivare talenti e abbandonarli al proprio destino: è necessario curare con quasi maniacale attenzione il “terreno” a disposizione, per consentire loro di crescere fieri e rigogliosi.

Federica Marocchino

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