Francesco Caringella e il suo ultimo libro: istruzioni d’uso per una giustizia consapevole

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cms_7504/francesco-caringella1-640x380.jpgPresentata a Bari nella sala congressi del Palace Hotel l’ultima opera letteraria del magistrato-scrittore Francesco Caringella. “10 lezioni sulla giustizia per cittadini curiosi e perplessi”, edito da Mondadori, è un saggio che racchiude in modo semplice e diretto tutte le perplessità del cittadino ma anche del magistrato, nei dubbi della quotidianità del proprio lavoro, cercando di dare risposte concrete. Il dottor Caringella, già commissario di polizia e magistrato penale a Milano durante “Mani pulite”, è Presidente di Sezione del Consiglio di Stato. Questo libro è la sua quarta fatica letteraria.

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Dottor Caringella, il suo è un libro pedagogico da leggere e far leggere…

Questo è un libro dedicato a mia madre, recentemente scomparsa, che mi chiedeva sempre cosa fosse la giustizia difronte a processi interminabili, con ribaltamenti di sentenze tempi imprevedibili. Credo che un giudice abbia il dovere di spiegare al cittadino comune, che è il vero proprietario delle aule di tribunale, cosa significa fare e dare giustizia.

Lei indossa la toga da più di 25 anni: è più grave la colpa se si sbaglia in nome del popolo italiano?

Certamente sì, il giudice deve rendersi conto della gravità della sua responsabilità e dell’importanza del suo ruolo. Per certi versi, il giudice svolge un lavoro “divino”, perché alla maggior parte degli uomini non è dato di giudicare i propri pari e decidere delle loro vite. Consapevolezza dell’importanza del ruolo significa anche consapevolezza dell’umiltà necessaria per adempiere a una funzione che riguarda 50 milioni di italiani, nessuno escluso.

Questo libro parte dalla rilettura del più eclatante errore giudiziario della storia, quello di Gesù…

Il libro, come tutti i lavori pedagogici, deve dare domande più che risposte, quindi pone le 10 domande che il cittadino comune, ma anche il giurista, il giudice, si pone continuamente in questa operazione misteriosa che è il giudizio. Quello di Gesù Cristo - l’errore più grande della storia, perché l’uomo più innocente di sempre fu condannato a morte, così decretando la storia della nostra religione - è un caso emblematico, che permette di cogliere l’essenza della verità: in quel frangente, secondo alcuni, la sentenza fu processualmente giusta perché in base alle leggi romane, in tempo di occupazione coloniale dell’Asia, quella condanna era giusta, anche se la verità sostanziale era esattamente l’opposto. Quel processo serve a farci comprendere che la verità delle leggi non sempre corrisponde alle verità degli uomini.

Lei è impegnato anche come formatore dei futuri magistrati. Come si fa a restare imparziali difronte a un imputato indifendibile?

Ogni imputato ha diritto a una difesa e, pertanto, non si può parlare di imputato indifendibile in uno stato di diritto. Ognuno di loro ha diritto a un giudice imparziale e indipendente. Anche il più pericoloso criminale è un uomo che ha diritto a un futuro, alla speranza. Compito del giudice non è solo scoprire se è stato commesso un delitto, ma anche perché è stato commesso, indagare cioè la vicenda umana che c’è dietro il crimine; vicenda che, spesso, anche per gli uomini apparentemente privi di umanità è molto più interessante del crimine stesso.

Come si concilia una società di diritto in questo momento così delicato dal punto di vista del terrorismo?

C’è un capitolo, una lezione importante dedicata proprio a questo tema. I tempi del terrorismo, come il tempo della guerra, delle Brigate Rosse e degli attentati islamici, è un tempo in cui lo stato di diritto incontra un problema grave: la conciliazione delle garanzie, cioè delle libertà, con la sicurezza e quindi con l’incolumità pubblica. Alcuni Paesi, come la Francia e l’America, hanno dichiarato lo stato di emergenza, di eccezione. Quindi processano senza garanzie e senza prove gli imputati di terrorismo. Io credo che l’Italia abbia la cultura, l’intelligenza e l’esperienza - derivante ad esempio dal terrorismo delle Brigate Rosse - per essere efficace, ma al tempo stesso giusta in questa materia.

Lei è anche giudice del Consiglio di garanzia per la giustizia sportiva e componente della Commissione di garanzia dell’Autorità per le garanzie della Comunicazione. Cosa pensa degli illeciti sportivi e della violenza sul web?

Sono due fenomeni molto diversi, ma estremamente simbolici per la gravità della violazione delle regole. Lo sport è sempre stato e deve essere per i giovani il territorio dell’esempio, della correttezza, della disciplina e del rispetto verso l’altro, quindi il doping, il calcioscommesse, la trasgressione delle regole etiche costituiscono proprio violazioni nei confronti del concetto di disciplina sportiva, di cultura sportiva. Quanto al web, dimostra in modo addirittura plastico l’incapacità del diritto di essere al passo con la tecnica, che è velocissima e feroce. Il diritto spesso è un gigante con i piedi di argilla, estremamente lento.

Le perplessità dei cittadini sono relative alla lentezza della giustizia, alla mancanza di certezza della pena, all’inadeguatezza delle sanzioni. Perché, allora, il suo libro parla di ottimismo?

Queste che Lei ha citato sono patologie gravissime, che rendono la gente diffidente e sfiduciata: lentezza incredibile, tempi disumani, pena non effettiva, processi che sembrano non rispondere alle ansie della giustizia. Tuttavia, questo libro è pervaso dall’ottimismo: l’ottimismo non della speranza fine a se stessa, bensì della ragione. Il libro evidenzia le patologie ma individua anche un percorso di soluzione che, in parte, è già in fase di realizzazione.

La lentezza della giustizia non fa che peggiorare il fenomeno delle denunce nei casi di violenza sulle donne…

Certamente! La lentezza della giustizia produce molte vittime, e la prima vittima è la sicurezza. C’è bisogno di un controllo sociale che prevenga reati così odiosi. Bisogna però sfatare questa leggenda metropolitana di una criminalità fuori controllo, di un ordine pubblico assolutamente non gestito, di femminicidi incontrollati. La criminalità, in Italia, è naturalmente un fenomeno drammatico ma è in diminuzione rispetto agli anni scorsi. L’informazione non deve rendere la gente furiosa e paurosa, bisogna informare evitando drammatizzazioni che non aiutano nessuno. Sia l’informazione che la giustizia devono fare la loro parte, e questo significa dare speranza alla gente.

Lei è reduce dal successo scritto a quattro mani con l’autorità anticorruzione Raffaele Cantone. Il libro “La corruzione spuzza” è un best seller. Si prepara a bissare questo successo?

Me lo auguro! Spero che questa intervista sia una tappa in questo percorso felice. In realtà, il vero successo è suscitare il dibattito, creare interesse, avere momenti di incontro. Io credo che i cittadini siano i proprietari della giustizia. La giustizia è un bene che non appartiene ai giudici, ai giuristi, ma alle persone comuni, anche se spesso loro non ne comprendono il linguaggio, così complesso e misterioso. Questo libro vuole spiegare con parole semplici la giustizia per alimentarne la fiducia.

cms_7504/2.jpgLilli Ginefra, sostituto procuratore della Dda di Bari, ha introdotto il libro in veste di intervistatrice del collega magistrato. Le sue parole sono state un monito verso coloro i quali, difronte a una sentenza infausta, perdono fiducia nella giustizia. “Comunque vadano le cose in un processo - ha commentato – non bisogna mai perdere la fiducia nella giustizia, perché chi ci rimette è lo stato di diritto e la democrazia”.

cms_7504/3.jpgIl Sindaco di Bari, Antonio Decaro, ha simpaticamente ricordato quanto è difficile per un primo cittadino far rispettare le regole del vivere comune: “I sindaci, a tal proposito, avrebbero tanto da scrivere…!”. Decaro ha inoltre riportato quanto emerso nella tre giorni organizzata dall’associazione nazionale dei Comuni come dato preoccupante: “Purtroppo è emersa, dai sondaggi sulle figure istituzionali, la mancanza di fiducia da parte dei cittadini. In particolare, i parlamentari hanno un indice di gradimento del 7%. Credo che, non essendoci riconoscimento da parte della cittadinanza su alcuni temi etici, vedi per esempio l’eutanasia, per la politica sia difficile prendere decisioni che molto spesso demanda alla magistratura, come accaduto per la legge elettorale. Spero che questo andamento possa cambiare e che la politica torni ad assumersi le proprie responsabilità”.

cms_7504/4.jpgCommovente l’intervento del Governatore Emiliano che, riprendendo la dedica iniziale alla mamma dello scrittore, ha ricordato la sua, di mamma, assieme a tutte le difficoltà che incontrava nello spiegarle le imperfezioni della giustizia. “Da magistrato, io penso alle difficoltà di un giudice di cassazione che ha, con il suo ultimo verdetto, la responsabilità della vita di un individuo. Conosco bene il dramma di un errore giudiziario, ho visto gente rovinata che non ha più avuto la forza di rialzarsi”.

Ma il libro, come già accennato, è pregno di ottimismo. A noi, impegnati nell’informazione, spetta il compito di raccogliere l’invito dello scrittore e divulgarne il significato.

Maria Cristina Negro

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