Femminismo o misandria?

Cosa vuol dire davvero “essere femminista”? Quanto l’Italia oggi è emancipata? Forse meno di quanto crediamo.

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Per definizione il termine “femminismo” indica quel movimento che sostiene la parità - giuridica, sociale e politica - di genere.Dalle suffragette, che dal 1865 si battevano per il diritto di voto alle donne, al girl power della “terza ondata”, il femminismo ha subíto varie evoluzioni, assunto diverse forme e combattuto molte battaglie.

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Oggi occorre fare una distinzione fra le due facce della medaglia: da un lato il femminismo della parità, dall’altro ciò che ingenuamente viene scambiato per tale. Il secondo non è che un mix di ignoranza, disinformazione e un pizzico di misandria. Un fenomeno che pone al centro la figura dell’”uomo-bestia” che si manifesta con generalizzazioni imbarazzanti e polemiche senza fondamento. E’ dalle femministe che cadono nello stereotipo della donna - giovane o attempata che sia - agguerrita contro tutto il genere maschile, che il termine “femminismo” acquisisce una connotazione negativa, tanto che definirsi “femminista” al giorno d’oggi equivale a compromettere la propria credibilità. In realtà il movimento femminista comprende anche quella parte del genere maschile che si schiera a favore della parità. Il femminismo, dunque, non è solo delle donne così come il maschilismo non è parte intrinseca del genere maschile. Esiste, infatti, una parte del genere femminile che tutt’oggi, inconsciamente, sostiene idee maschiliste e sessiste. Idee che, come colonne portanti della cultura patriarcale, sono dure a morire ed assai difficili da sradicare. Ciò che il “femminismo” combatte è la discriminazione che spesso pone la donna in posizione subalterna rispetto all’uomo, penetrando le dinamiche che inducono a tale oppressione.

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Dobbiamo chiederci quanto oggi la donna sia da ritenersi “emancipata” e posta – di fatto – allo stesso livello di considerazione goduto dal maschio.Quante donne ricoprono ruoli trainanti nella politica, nell’economia e nella società? Forse ancora troppo poche. E quanto le istituzioni le mettono nella condizione di lavorare, occupandosi della crescita dei propri figli? Pochissimo. Una cosa infatti non esclude l’altra. E un Paese evoluto deve poter garantire questa possibilità, con nidi aziendali ad esempio. Per far sì che le cose cambino non bisogna lasciarsi intimidire dai pregiudizi. Non reprimiamoci quando c’è da intervenire, da ribattere a un commento fuori posto perché le battaglie più grandi si combattono nel quotidiano. Faccia a faccia.

“Sono femminista”. Non ho paura di dirlo. E voi?

Giorgia Natoli

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