Femminicidi: la società resta a guardare

Cosa insegna l’assassinio di Zinaida Solonari

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Un filo sottile divide la quotidianità dalla normalità. Si definisce ordinario tutto ciò che è normale, ma si sbaglia nel credere che sia normale tutto quel che è ordinario.

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Casi come quello di Zinaida Solonari, la 36enne di origini moldave uccisa nella notte tra sabato 5 e domenica 6 ottobre a Bergamo dal marito 47enne Maurizio Quattrocchi, sono purtroppo ordinari, ma tutt’altro che normali. La donna, rifugiatasi dalla sorella Oxana assieme alle sue tre figlie proprio a causa dei continui maltrattamenti, fisici e verbali, subiti dal marito, credeva di aver trovato un luogo sicuro proprio dove ha invece trovato la morte tra le mani dell’uomo che amava.

Una morte ingiusta, una morte precoce, una morte pianificata, frutto di una concezione anacronistica secondo cui amore e possesso sono sinonimi.

Di questo la vittima aveva consapevolezza da tempo, tanto da essersi rivolta più volte ai carabinieri per raccontare quei diverbi con il marito che si trasformavano in atti di violenza nei suoi confronti. Un tipo di violenza divenuto ormai inaccettabile persino per chi ha creduto in una relazione da ben 13 anni.

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Zinaida aveva scelto di comunicare con Maurizio, accettando l’ambivalenza del termine, insita nella sua etimologia stessa. Se “comunicare” deriva dal latino “cum”+”munis”, che si può tradurre con la perifrasi “porsi con dono”, può anche intendersi come una derivazione, ancora una volta dal latino, di “cum” + “moenia”, in cui quest’ultimo termine fa riferimento alle mura con cui nell’antichità si era soliti cingere la propria città per difenderla e fortificarla. Tale accezione, dunque, rimanda all’area semantica dell’attacco; quell’attacco che ha reso vittima la donna non meno di quanto abbia reso vittime le sue giovanissime figlie, rispettivamente di 16, 12 e 8 anni, i suoi parenti e i suoi amici. Lo stesso attacco di cui è colpevole un uomo, con un passato di precedenti come ricettazione e guida in stato di ebbrezza alcolica e ora in arresto a Bergamo, non meno di una società indifferente, di uno Stato che cerca di guardare oltre. Senza capire che dovrebbe fare altro, anziché restare a guardare.

Sara Fiumefreddo

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