FEMMINICIDIO: UN’ABITUDINE QUOTIDIANA

Yara , un femminicidio, occultato dal termine omicidio

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È il 26 novembre 2010 quando Yara Gambirasio, una ragazzina di appena 13 anni, esce dalla palestra che frequenta quotidianamente per ritornare a casa. Sono solo 700 i metri che separano la sua casa da quella palestra. La piccola è una giovane promessa della ginnastica ritmica. Ma in un giorno come tanti, di lei si perdono le tracce. Scompare all’improvviso. Risponde ad un SMS inviatole da un’amichetta, poi il nulla. Yara viene successivamente trovata morta in un campo a causa di freddo e stenti.

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Si potrebbe inquadrare il caso nella fattispecie dell’omicidio. Ma non lo è. Si tratta dell’ennesimo femminicidio, occultato dal termine omicidio (un’espressione senz’altro meno faticosa!), operato a danno di una donna. Grazie alle indagini di chi ha lavorato pazientemente e diligentemente all’operazione, a poco a poco è stata superata la foresta di enigmi e questioni apparentemente irrisolvibili.

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Sono state rilevate tracce ematiche su pantaloni e sugli slip della ragazzina. Gli indizi hanno condotto ad un nome e cognome. Tuttavia secondo la presunzione d’innocenza (uno dei cardini del diritto penale e costituzionale!) l’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva, ed è doveroso rispettare la legge e la privacy. Anche se noi partiamo con sicura convinzione dal presupposto che sia stato un uomo a porre fine alla sua vita.

cms_902/ombra-viso-capelli-uomo_3340061.jpgDirei che pare d’obbligo concentrare l’attenzione sul fatto che ad uccidere Yara, sia stata una figura maschile. Yara che potrebbe essere la figlia o la nipote di tutti, prima di tutto è una donna. Con aspirazioni, sogni e ideali. Probabilmente si è donne ancora prima di nascere. Nel senso si è condannate già durante la gravidanza, quando durante l’ecografia, ogni madre capisce il destino del frutto del proprio grembo. Se è biologicamente ’femmina’, è condannata a passare la vita a difendersi da qualcuno, che mi pare ovvio specificare uomo. Questo marchio di fuoco lo portiamo addosso come un tatuaggio di pregiudizi e convenienze. La donna è costretta a non svestirsi troppo per non dar adito a pulsioni irrefrenabili. La donna è costretta a coprire il corpo perché non sa mai chi si potrebbe trovare davanti. Come se fosse concepibile che la disponibilità di una donna dipenda dal suo modo di vestire e dalla lunghezza della sua gonna. Anche nel caso di Yara, si sono usate parole che appaiono come giustificazioni inquietanti. Ad esempio, quando si afferma che la vittima conoscendo il suo aguzzino, sia spontaneamente salita sul suo mezzo. Quasi volesse dire: “miei cari non è che lui l’ha presa e se l’è portata via. E’ stata lei di sua spontanea volontà a decidere di andarci”. Povero lui, povero l’uomo che l’ha fatta fuori. Se l’è ritrovata in macchina. Altro non poteva fare, se non dar sfogo ai suoi impulsi in-controllabili. Poi il fatto che sia stata uccisa, è un incidente di percorso. Da quello che è emerso, lei si è difesa con tenacia fino alla fine. Con tutte le sue forze. Le stesse con cui avrebbe potuto crescere e realizzarsi. Le ha dovute usare per difendere se stessa da qualcuno che un ha scelto di farne quello che voleva. E’ donna, dunque si può. No! Forse questa affermazione inizia a starci stretta. Cominciamo a non poterne più di esser trattate come oggetti.

cms_902/12132458-shadowy-figure-behind-glass.jpgPoi occorre chiarire un altro particolare. Lui non è un mostro. I mostri sono nella favole. Sono quelli che hanno facce orripilanti e brutti nasi. Lui è un uomo, stampatevi nella testa la parola uomo (poco utilizzata in questi casi!) che ha deciso il destino di una donna. Il solito uomo (non è un mistero dell’universo o un caso isolato!) che ha pensato che la donna sia un possesso o una proprietà. Così l’ha ammazzata. Certo che continuiamo a ripeterlo. L’ha uccisa. Brutalmente.

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A 13 anni sei nell’età della spensieratezza. Inizi a costruire la tua vita e a vivere dei tuoi sogni. Ma questo non importa a lui perché non si è nemmeno preoccupato di avere davanti una donna con un cuore e una mente. Ha visto solo un corpo. Lui ha deciso che Yara quel giorno non sarebbe tornata più a casa.Yara ormai non c’è più. Neanche i suoi sogni e le sue speranze. Ma ci si deve arrendere all’ingiustizia del femminicidio. Non bisogna fermarsi davanti a ciò che ci spetta di diritto: la vita e il rispetto. Lei ha lottato fino alla fine. Noi non possiamo pensare di non continuare una lotta che è di tutte e di ciascuna. Se non fino a quando l’uomo non si renderà conto che la donna appartiene a se stessa e a nessun altro.

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