FARE GIORNALISMO

L’IMPORTANZA DEL SAPER COMUNICARE

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‹‹La più grande dote che un giornalista possa augurarsi di possedere è riconoscere quando gli mancano informazioni e rivolgersi perciò a un esperto››.

Non è un caso se il giornalismo, in epoca moderna, sia definito “quarto potere”. Pensare all’importanza che riveste dopo i poteri di tipo legislativo, esecutivo e giudiziario rende bene l’idea di quanto questo mestiere sia fondamentale quanto delicato.

Ma, se cavalchiamo l’onda delle riduzioni semplicistiche delle opinioni popolari, ci troviamo davanti ad una spaccatura tra chi definisce i giornalisti importanti e chi li considera al pari di qualunque altro mestierante. Se Schrodinger fosse ancora vivo ci prenderebbe come perfetti esempi del suo modo di vedere l’universo, altro che i gatti.

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Sopravvalutati e sottovalutati allo stesso tempo. E l’avvento, o il sopravvento, dei social network non ha aiutato minimamente. Molti giornalisti, professionisti o pubblicisti che siano, si affidano all’Internet per esprimere le loro opinioni in maniera più immediata. Però non sempre qualitativamente superiore.

In un mondo dove le prese di posizione influenzano il “cosa” e il “come” viene detto, poter dire la propria senza le limitazioni del proprio contesto lavorativo illude soltanto e non giova praticamente a nessuno. Perché? Un giornale (stampato od online) deve attenersi a delle linee guida che non possono essere trasgredite, indi per cui sui social si può dar libero sfogo al proprio parteggiamento per quel partito X o alla propria faziosità sportiva.

Si perde così la finalità di questo lavoro, e tutte le implicazioni ad esso correlate. Un giornalista nasce anche come “filosofo del linguaggio” e “scienziato della comunicazione”. Due branche tanto affascinanti quanto poliedriche.

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La filosofia del linguaggio è una disciplina che si occupa del linguaggio umano e dei suoi sistemi di comunicazione. Indagando le relazioni tra linguaggio, pensiero e realtà si pone al confine con la psicologia, la logica e la linguistica. Di seguito un breve excursus storico in merito.

Mentre in epoca arcaica non si distingueva tra parola e cosa - la differenza tra il linguaggio e ogni simbolo riferibile alla realtà si affermerà solo nella Grecia del VI-III secolo a.C. -, il progredire della riflessione filosofica comincia a far dubitare dell’identità tra nome e realtà.

Ci si chiede se il linguaggio sia un fatto naturale o convenzionale. La corrente del naturalismo definisce il linguaggio come rappresentazione fonica della cosa in grado di esprimerne l’essenza. I sofisti e Platone, invece, affermano il contrario: secondo il convenzionalismo il linguaggio rappresenta un accordo tra gli uomini che, ai fini della loro comunicazione, assegnano per convenzione precisi suoni alle cose.

Un altro problema da definire, inoltre, è quello per il quale ci si chiede se il linguaggio procuri conoscenza: per i naturalisti la comporta, per i convenzionalisti il nome è semplice strumento per ottenere informazioni.

Il voler trovare delle risposte a tali quesiti spinge i presocratici a formulare le prime teorie della formazione del linguaggio, che nella loro visione consta di quattro fasi: dapprima vi sono semplici suoni non organizzati; dunque nascono le parole come suoni articolati e definiti; dopo di che si attua la convenzione di attribuire nomi a cose; infine vi è la nascita e la differenziazione delle lingue.

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Già ci siamo. Ma la spiegazione che segue è esemplificativa dell’importanza che riveste il linguaggio, soprattutto in ambito giornalistico: “Il linguaggio non è di per sé conoscenza ma strumento per il sapere per cui noi dovremmo preoccuparci della correttezza di ciò che diciamo e per il suo uso ai fini della conoscenza”. A dirlo, ere fa, è stato Aristotele. Coloro che sono venuti dopo, come gli stoici o Noam Chomsky, non hanno fatto altro che confermare questo e stabilire una relazione tra segno, significato e realtà. In altre parole: un giornalista, per la posizione che riveste, deve pesare ogni singola parola poiché possiede una capacità di smuovere le masse non indifferente.

Sociologia e psicologia, connesse alle scienze della comunicazione, in tempi non sospetti definiscono questa capacità come “carisma”. Questo stupendo vocabolo deriva da “charis”, che vuol dire letteralmente “dono”. Un giornalista ha un grande dono, è carismatico quasi per definizione, e il voler seguire per principio le proprie idee sta portando ad una graduale rovina di questo lavoro.

Ecco la distinzione di cui sopra tra il sottovalutare e il sopravvalutare. Non è una distinzione netta, tutt’altro, vi è una commistione molto deleteria: l’idea di voler attaccare quello che viene inquadrato come “nemico” porta ad aizzare inutilmente le folle e si è disposti a tutto pur di farlo; i social, tra l’altro, permettono di farlo in maniera molto più facile. Questo è, alla fine della fiera, lo stesso principio che ha portato alla nascita delle fake news.

Basterebbe fermarsi un attimo e leggere il codice etico dell’Ordine dei Giornalisti. Solo quattro commi, che riassumono come meglio non si potrebbe questo mestiere. Il primo e il terzo: “Il giornalista difende il diritto all’informazione e la libertà di opinione di ogni persona” e “Il giornalista tutela la dignità del lavoro giornalisti e promuove la solidarietà fra colleghi”.

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A chi approccia la notizia servono sostanza, riferimenti, contro-riferimenti, deduzioni, verifiche incrociate e consapevolezza. La pretesa soggettiva non può andare oltre quella di raccontare una serie di fatti (riportabili o meno) che, messi insieme, diventano notizia rilevante, solida, idealmente completa.

Ma le cose possono trasformarsi senza che in questo lavoro si abbiano sempre occhi per vedere od orecchie per ascoltare. E quando a riscontri si aggiungono riscontri, il rischio è quello di fare unicamente mucchio. Per dettagli e pieghe (ci sarà un tempo, comunque vada, per aggiornarsi sui particolari) è corretto aspettare l’ultimo atto.

Sesto e settimo comma: “Il giornalista rispetta il prestigio e il decoro dell’Ordine e delle sue istituzioni” e “Il giornalista applica i principi deontologici nell’uso di tutti gli strumenti di comunicazione, compresi i social network”.

Chi approccia la notizia deve avere rispetto per le news altrui, non ha notizie dirette da fonti ufficiali o para-ufficiali (perché esistono e possono essere valide), va a cercarsele negli ambiti più disparati, le verifica, le incrocia.

Piccolo appunto sulla deontologia, prendendo in prestito il pensiero di Immanuel Kant. La deontologia (da “deon” e “logia”) è letteralmente lo “studio del dovere”, ovvero “la trattazione filosofico-pratica delle azioni doverose e della loro codificazione”.

Accennata in parte dal tedesco nella Ragion pratica, l’etica la presenta come “l’insieme delle regole morali che disciplinano l’esercizio di una determinata professione”. Un principio, che seppur enciclopedico e di facile comprensione, che si sta perdendo col passare del tempo.

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Lo scopo del giornalista è quello di informare, non di indottrinare secondo le proprie idee. Proprio perché potenzialmente le masse pendono dalla sua penna, deve stimolare il pensiero critico.

Chi approccia la notizia pone l’accento su punti di vista “alternativi” e i suggerimenti insinuano il dubbio che possano esistere verità storiche contrastanti. Però, se ispirato da ciò, qualcuno dovesse compiere delle ricerche e scoprire che la realtà è un’altra avrà comunque tratto un insegnamento. Avrà imparato a non accettare passivamente la storia “ufficiale”, bensì a ponderare personalmente tutte le versioni.

Francesco Bulzis

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