Ex Ilva, ecco la memoria dei commissari (Altre News)

Alitalia, Leogrande: "Riassetto entro il 31 maggio" - Consumi, sale la spesa degli italiani al ristorante

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Ex Ilva, ecco la memoria dei commissari

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"L’illegittima iniziativa di controparte è oggi suscettibile di frustrare definitivamente tutto ciò e renderlo del tutto inutile: ove fosse infatti consentito a controparte di ritirarsi illegittimamente dalla operazione calpestando gli accordi stipulati e gli obblighi assunti, il danno sarebbe incalcolabile e concretamente irreparabile in ragione sia della sua dimensione, e natura, che delle sue caratteristiche". E’ uno dei passaggi della memoria delle repliche dei commissari dell’ex Ilva nella causa civile, in corso a Milano, che vede al centro il ricorso cautelare d’urgenza per bloccare l’addio di ArcelorMittal allo stabilimento di Taranto.

"Al di là dell’enorme danno economico arrecato alla controparte contrattuale (e quindi all’intero ceto creditorio), verrebbe frustrata irrimediabilmente la stessa volontà del legislatore di assicurare la continuità produttiva di uno stabilimento industriale di interesse strategico nazionale (in uno con le ingenti risorse pubbliche impiegate) e, a causa della evidente impossibilità di preservare dalla liquidazione i rami d’azienda, si svilupperebbe una ulteriore congerie di incalcolabili e irrisarcibili pregiudizi diffusi – in larga parte di carattere metaeconomico – a carico dell’intero tessuto socioeconomico delle aree interessate", si evidenzia nella memoria firmata dagli avvocati Giorgio De Nova, Enrico Castellani e Marco Annoni che non esitano a definire "illegittima" la dichiarazione di recesso avanzata da ArcelorMittal, "novella Alice nel Paese delle Meraviglie i cui "abiti di ’ingenua affittuaria-acquirente’ ha davvero difficoltà ad indossarli".

La scelta di ArcelorMittal si configura per i legali come un "grave inadempimento al contratto" tra le parti e qualsiasi ipotesi di tipo risarcitorio sarebbe "in concreto irrealizzabile sia in ragione della natura del danno arrecato, sia sotto quello della complessità di accertamento dello stesso, sia, infine, sotto il profilo della stessa incapacità economica della controparte debitrice: stante l’impatto sull’economia nazionale e locale della capacità produttiva dello stabilimento di Taranto, le conseguenze economiche attivate dall’inadempimento di ArcelorMittal porterebbero in sé ad un impatto economico pari ad una riduzione del Pil di 3,5 miliardi di euro, pari allo 0,2% del Pil italiano e allo 0,7% del Pil del Mezzogiorno".

Per i commissari dell’ex Ilva, la gestione di ArcelorMittal non sarebbe improntata a garantire un lungo futuro all’azienda. La giacenza di materie prime al 20 novembre 2019 era tale da garantire "una autonomia di circa 6 giorni". La situazione oggi "non è sostanzialmente modificata, posto che ArcelorMittal, successivamente agli impegni presi, ha continuato a mantenere un magazzino fortemente sbilanciato sul prodotto finito da vendere anziché sull’approvvigionamento di materie prime destinate ad alimentare la futura attività".

"La migliore conferma di quanto precede è del resto di poche ore fa, quando controparte ha dato notizia della messa in cassa integrazione di 250 dei 477 dipendenti operanti sull’altoforno 1 in ragione dello ’scarso approvvigionamento di materie prime e [de]ll’attuale capacità produttiva legata alle commesse’", si legge ancora nel documento.

Inoltre, "in violazione degli impegni assunti in udienza", la controparte "si è rifiutata sino ad ora ostinatamente di consentire alle ricorrenti qualsiasi tipo di verifica e sopralluogo finalizzati a controllare la effettiva situazione e la correttezza della ben laconica, e generica, informazione trasmessa circa la produzione giornaliera di acciaio grezzo. Un comportamento che evidentemente preclude in larga parte di verificare il reale ed effettivo spessore della attività di gestione e conduzione dei rami d’azienda attualmente portate avanti".

"E’ evidente - si legge ancora nella memoria - come l’ordinanza del tribunale del Riesame di Taranto del 7 gennaio, nel riaffermare la facoltà d’uso di Afo2 (dell’altoforno 2, ndr) per il periodo necessario a completare l’adempimento delle prescrizioni e confermare già ad oggi la sicurezza di operatività dello stesso (e quindi necessariamente anche di Afo1 ed Afo4, stando alle stesse considerazioni di controparte), ha in sé raso al suolo tale argomentazione".

E ancora: la dichiarazione di recesso del 4 novembre 2019 di ArcelorMittal è "platealmente illegittima e mistificatoria", in tal senso la "mancata proroga dello scudo penale rappresenta soltanto la raffazzonata giustificazione utilizzata per sciogliersi da un rapporto contrattuale oggi non più ritenuto nel proprio interesse, il grimaldello cioè attraverso il quale tentare di fare saltare l’assetto negoziale". Se si legge la storia con gli occhi degli commissari dell’ex Ilva, la versione è molto diversa da quella fornita dai vertici del gruppo franco indiano che è intenzionato a lasciare Taranto. Ed è sui cavilli legali, sul contratto d’affitto legato allo stabilimento pugliese che si gioca la battaglia giudiziaria che potrebbe riaprirsi presto a Milano davanti al giudice civile Claudio Marangoni.

"Poco importa - si legge nella memoria firmata dagli avvocati Giorgio De Nova, Enrico Castellani e Marco Annoni - se tale comportamento sia frutto di ripensamenti emersi a seguito di una nuova e diversa valutazione di difficoltà ed aspetti critici sottovalutati o di un ulteriore peggioramento congiunturale del mercato europeo dell’acciaio, o se costituisca invece la semplice messa in essere del preteso, opaco, disegno anticoncorrenziale del cui rischio, sin dall’inizio, non pochi avevano avvertito". Quel che rileva "è che ArcelorMittal tenta oggi di calpestare bellamente gli impegni presi e gli assetti di interessi concordati, con conseguenze devastanti non solo per il destino della propria controparte contrattuale (e del relativo ceto creditorio), ma anche, e soprattutto, sulla situazione economico sociale e sulle prospettive di sviluppo di intere aree del Paese già certamente non agiate". Per gli avvocati "ciò che ben ne emerge è che a preoccupare controparte non è la indisponibilità per il futuro di uno scudo penale (della cui permanenza non si era nel passato mai veramente preoccupata), bensì la riscontrata propria incapacità di sapere efficacemente gestire i rami d’azienda (ed in particolare quello tarantino) nel quadro di un mercato europeo dell’acciaio peggiore di quanto avesse preventivato".

Per i commissari, inoltre, "stante l’impatto sull’economia nazionale e locale della capacità produttiva dello stabilimento di Taranto, le conseguenze economiche attivate dall’inadempimento di ArcelorMittal (il fallimento del progetto di preservazione e rilancio dei Rami d’Azienda) porterebbero in sé ad un impatto economico pari ad una riduzione del Pil di Euro 3,5 miliardi, pari allo 0,2% del Pil italiano e allo 0,7% del Pil del Mezzogiorno". La memoria boccia anche la possibilità relativa a qualsiasi ipotesi di ’restitutio in integrum’ di tipo risarcitorio avanzato dal gruppo. "Sarebbe del resto in concreto irrealizzabile sia in ragione della natura del danno arrecato, sia sotto quello della complessità di accertamento dello stesso, sia, infine, sotto il profilo della stessa incapacità economica della controparte debitrice", si legge ancora.

Arcelor Mittal "in altri termini ha insomma portato avanti le consuete logiche ex post di un certo tipo di capitalismo d’assalto secondo le quali se a valle dell’affare concordato si guadagna, allora ’guadagno io’, mentre, se invece si perde, allora ’perdiamo insieme’". A questo proposito la memoria ricorda, "proprio per evidenziare la siderale distanza tra l’approccio odierno di controparte e gli accordi stipulati inter partes" come ArcelorMittal cerchi oggi "di imporre surrettiziamente una riduzione del personale di circa 5.000 unità (e quindi di dimezzare l’occupazione portandola da 10.700 dipendenti a soltanto 5.700)" nonostante il contratto e l’accordo sindacale 2018 preveda, scrivono ancora i legali dei Commissari di Ilva As, "una penale di 150.000 euro per ogni riduzione di unità di personale sotto il livello occupazionale minimo" per una multa che complessivamente potrebbe aggirarsi, calcolano, "intorno ai 750 milioni".

Alitalia, Leogrande: "Riassetto entro il 31 maggio"

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"Entro il 31 maggio dobbiamo avere un riassetto della struttura imprenditoriale, individuare correttivi di programma per uscire in tempi rapidi dall’amministrazione straordinaria e avviare una discontinuità economica’’. A indicarlo il commissario straordinario di Alitalia, Giuseppe Leogrande in audizione al Senato. "Questo sarà un anno decisivo per avviare una straordinaria operazione di riassetto. C’è l’esigenza di uscire dall’amministrazione straordinaria e rimettersi sul mercato. E’ un compito complesso, dobbiamo subito individuare l’efficienza operativa e il risultato economico. L’azienda risponde bene con puntualità, è seconda in Europa. Dobbiamo introdurre misure per migliorare risultato economico’’.

A indicare le priorità è il neo direttore generale di Alitalia, Giancarlo Zeni in un’audizione presso la Commissione Lavori Pubblici del Senato. "Il focus è quello di creare i presupposti per crescere in redditività" invertendo "un trend in discesa" del margine operativo della compagnia. Inoltre, "il focus è fare una ricognizione complessiva sullo squilibrio tra ricavi e costi". Squilibrio che, sottolinea, "è la mia ossessione quotidiana". Sono "del tutto infondate", aggiunge, le anticipazioni circolate nei giorni scorsi sul piano di Alitalia. "Il lavoro è appena partito e - conclude - stiamo aggredendo la costruzione dell’orario della compagnia che è l’architrave portante e quando saremo in dirittura d’arrivo di questo esercizio si capirà bene".

Consumi, sale la spesa degli italiani al ristorante

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Gli italiani spendono sempre di più per mangiare fuori casa, in totale la cifra si assesta sugli 86 miliardi di euro (+0,7%) nel 2019, un trend che in 11 anni, dal 2008 (quando iniziò la crisi) è aumentato di 5,5 miliardi in valore (+7,2%). E’ quanto stima la Fipe (Federazione italiana pubblici esercizi) nel rapporto Ristorazione 2019 in cui la federazione analizza l’andamento del settore. Sul totale della spesa per il mangiare pari a 239 miliardi di euro nel 2019 il 36% quindi è rappresentato dal ’fuori casa’, mentre è in calo la spesa casalinga, circa 153 miliardi di euro, una cifra che in 11 anni è scesa di quasi 9 miliardi (8,9 mld).

SPESA PRO CAPITE - Gli italiani spendono 1.362 euro l’anno pro capite per mangiare fuori casa. Il 62,5% dei consumatori intervistati cena fuori almeno una volta al mese e spesso punta sulla pizza ma in un caso su tre la spesa media è di poco inferiore ai 30 euro a persona. Ogni giorno 5,4 milioni di italiani fanno colazione al bar spendendo in media tra i 2 e i 3 euro per caffè, cappuccino e cornetto. Inoltre, per il pranzo durante la settimana consumato al bar la media è tra i 5 e i 10 euro per il 67,6% degli italiani. E ancora per un pranzo nel weekend 10,7 milioni di italiani almeno 2 volte al mese spendono tra i 16 e i 30 euro.

Al ristorante cercano e trovano soprattutto i prodotti del territorio: sette consumatori su dieci prestano attenzione alla provenienza delle materie prime e il 54% vuole conoscere le origini dei piatti. E dal rapporto emerge che non trascurano la ricerca di un servizio attento alla sostenibilità ambientale: 7 su 10 prestano attenzione alle politiche green dei ristoranti, il 37,7% verifica se è disponibile la doggy bag contro gli sprechi di cibo e il 36,7% chiede prodotti provenienti da allevamenti sostenibili ma l’acqua deve essere rigorosamente minerale per il 73,4% delle persone.

"BAR E LOCALI ASSEDIATI DA KEBAB, DOPO 1 ANNO CHIUDE 25% RISTORANTI" - Paninoteche, kebab, e "finti" take away sono aumentati del 54,7% negli ultimi 10 anni nei centri storici delle grandi città del nord e minacciano gravemente bar e ristoranti tradizionali, rileva la Fipe, al punto che nel settore si riscontra un elevato tasso di mortalità imprenditoriale. Dopo un anno chiude il 25% dei ristoranti; dopo 3 anni abbassa le serrande quasi un locale su due, mentre dopo 5 anni le chiusure interessano il 57% di bar e ristoranti. La Fipe parla di una concorrenza "fuori controllo" spesso associata ad "abusivismo commerciale". Un calo che per i bar è pari allo 0,5%, anche se c’è da dire che resiste la colazione al bar con 5,4 milioni di italiani che ogni giorno la fanno.

"Questo - secondo il presidente Fipe Lino Enrico Stoppani - dipende da una molteplicità di fattori: i costi di locazione sono diventati insostenibili, il servizio richiede personale e il personale costa, gli oneri di gestione, a cominciare dalla Tari, sono sempre più pesanti. La scorciatoia è fatta da attività senza servizio, senza spazi e con personale ridotto all’osso, ed è favorita da politiche poco lungimiranti delle amministrazioni locali che consentono a tutti di fare tutto senza il rispetto del principio ’stesso mercato, stesse regole’ che per noi è alla base di una buona e sana concorrenza. La disparità di condizioni non genera soltanto concorrenza sleale, ma finisce per impoverire il mercato stesso, la sicurezza dei consumatori e la qualità delle nostre città".

Redazione

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