Eutanasia, Cei: "Parlamento intervenga prima della Consulta"

Nel 2100 mezza Italia potrebbe essere musulmana - In Toscana 30 morti per batterio New Delhi - Nassiriya, Stano: "Mi sento abbandonato da forze armate" - Con Elisa sono 59 le donne uccise da inizio 2019

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Eutanasia, Cei: "Parlamento intervenga prima della Consulta"

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Il Parlamento legiferi al più presto sul fine vita, intervenga prima che si pronunci la Consulta. E’ il forte appello del presidente della Cei, card. Gualtiero Bassetti, all’incontro organizzato a Roma dalle realtà cattoliche. "Incaricato dalla Corte costituzionale di legiferare attorno alle questioni dell’eutanasia e della morte volontaria, il Parlamento - ha denunciato -si è limitato a presentare alcune proposte di legge, senza pervenire né a un testo condiviso, né ad affrontare in modo serio il dibattito. Ora, per evitare che una sentenza della Consulta provochi lo smantellamento del reato di aiuto al suicidio, il Parlamento - come ha auspicato il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte - dovrebbe in breve tempo poter discutere e modificare l’art. 580 o, comunque, avviare un iter di discussione della legge che potrebbe indurre la Corte stessa a concedere un tempo supplementare".

"La via più percorribile - ha indicato Bassetti -sarebbe quella di un’attenuazione e differenziazione delle sanzioni dell’aiuto al suicidio, nel caso particolare in cui ad agire siano i familiari o coloro che si prendono cura del paziente. Questo scenario, tutt’altro che ideale, sarebbe comunque altra cosa rispetto all’eventualità di una depenalizzazione del reato stesso".

“Se si andasse nella linea della depenalizzazione, - ha avvertito - il Parlamento si vedrebbe praticamente costretto a regolamentare il suicidio assistito. Avremmo allora una prevedibile moltiplicazione di casi simili a quello di Noa, la ragazza olandese che ha trovato nel medico un aiuto a morire, anziché un sostegno per risollevarsi dalla sua esistenza tormentata. Casi come questi sono purtroppo frequenti nei Paesi dove è legittima la pratica del suicidio assistito”.

“In realtà, ben prima che sul reato di suicidio, - ha osservato il presidente Cei - i lavori parlamentari dovrebbero essere dedicati a una revisione delle Disposizioni Anticipate di Trattamento, approvate con la legge 219, del dicembre 2017. Le disposizioni contenute in quel testo, infatti, rappresentano il punto di partenza di una legge favorevole al suicidio assistito e all’eutanasia. La legge 219 andrebbe, infatti,rivista laddove comprende la nutrizione e l’idratazione assistite nel novero dei trattamenti sanitari, che in quanto tali possono essere sospesi; così, andrebbero chiarite le circostanze che la legge stabilisce per la sedazione profonda e dovrebbe essere introdotta la possibilità di esercitare l’obiezione di coscienza alla norma. Andrebbe, infine, rafforzato il ricorso alle cure palliative, la cui importanza è cruciale nell’offrire il necessario sollievo alla sofferenza del malato”.

Rivedere legge su biotestamento - "La equivocità sulla legge sul biotestamento - ha detto Bassetti- è resa evidente se messa in rapporto con il drammatico epilogo della vicenda di Lambert e al quale in Italia, proprio in virtù della legge 219, sarebbero state sospese nutrizione e idratazione, mediante l’accordo tra il medico e il legale, anche senza alcun coinvolgimento del giudice". In particolare, per Bassetti " la legge 219 andrebbe rivista laddove comprende la nutrizione e la idratazione assistite nel novero dei trattamenti sanitari, che in quanti tali possono essere sospesi; così andrebbero chiarite le circostanze che la legge stabilisce per la sedazione profonda e dovrebbe essere introdotta la possibilità di esercitare obiezione di coscienza alla norma".

Peso per la famiglia - "La volontà di togliersi la vita, anche se attraversata dalla sofferenza e dalla malattia, rivela una mentalità diffusa che porta a percepire chi soffre come un peso”, ha denunciato il presidente della Cei. “Il malato diventa un peso per la famiglia, le cui maglie si allargano e il cui abbraccio nel nostro contesto sociale diventa fatalmente meno capace di sostenere chi è più debole. Il malato sperimenta, poi, di essere un peso perché l’assistenza assume un volto sempre meno umano e sociale; sulla bilancia dei costi e dei benefici, la cura di cui ha bisogno diventa sconveniente e gravosa”, la denuncia del porporato.
"È drammatico - ha detto - che la condizione di chi è meno autonomo sia percepita come una zavorra per la famiglia, per la società e per la comunità dei “forti". A bene vedere, - ha annotato Bassetti - questa visione si fonda su un presupposto utilitaristico, per il quale ha senso solo ciò che genera piacere o qualche forma di convenienza materiale. Dobbiamo guardarci dall’entrare anche noi, presto o tardi, nel vortice dell’indifferenza".

Casellati - Sul tema del fine vita è più che mai necessario "favorire un confronto" senza risposte date sull’onda emotiva. E’ il messaggio che la presidente del Senato Elisabetta Alberti Casellati ha inviato al summit organizzato a Roma dalle associazioni cattoliche per chiedere al Parlamento di legiferare sul fine vita prima che intervenga la Consulta. Nel messaggio l’invito di Casellati ad approfondire il tema "con serenità e senso di responsabilità"

Nel 2100 mezza Italia potrebbe essere musulmana

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“Gli stranieri di religione musulmana residenti in Italia al 1° gennaio 2019 sono 1,58 milioni. Rispetto alla stessa data di rilevazione nel 2018, la classifica delle appartenenze religiose degli stranieri residenti in Italia vede i musulmani primi al posto dei cristiani ortodossi. I musulmani rappresentano infatti il 30,1% degli stranieri residenti in Italia (nel 2018 erano il 28,2%). I cristiani ortodossi il 29,7% (pari a un milione e 560mila). Seguono i cattolici (977mila pari al 18,6%)”. Sono i dati pubblicati sul ‘Primo rapporto sull’islamizzazione d’Europa’ curato dalla Fondazione Farefuturo con il contributo dell’Ufficio Studi di Fratelli d’Italia che sarà presentato alle 15 in Senato.

Dall’analisi emerge che “gli stranieri musulmani residenti in Italia – recita il rapporto - sono aumentati di 127mila unità rispetto al 2018 (erano 1,45 milioni), mentre i cristiani nel loro complesso sono invece diminuiti di 145mila unità (nel 2018 erano poco meno di 3 milioni) pur mantenendo ancora il ruolo di principale religione professata dagli stranieri. Per quanto riguarda la nazionalità, si stima che la maggior parte dei musulmani stranieri residenti in Italia provengano dal Marocco (440mila), Albania (226mila), Bangladesh (141mila), Pakistan (106mila) ed Egitto (111mila)”.

È possibile allora ipotizzare, si legge sul ‘Primo rapporto sull’islamizzazione d’Europa’, quale futuro attenda l’Italia, anche alla luce delle attuali tendenze dei flussi migratori: “Nel 2100 i musulmani potrebbero costituire la metà della popolazione italiana – afferma l’indagine di FareFuturo - questo scenario potrebbe verificarsi per due motivi: perché le immigrate musulmane hanno un tasso di fertilità che è il doppio di quello delle italiane e perché il 78% dei richiedenti asilo e degli immigrati irregolari che arrivano in Europa sono musulmani”.

L’85% degli italiani ritiene che ’’gli immigrati dovrebbero fare un corso di lingua italiana e di educazione civica prima di essere regolarizzati’’, ’’il 60% ritiene che il velo indossato dalla maggior parte delle donne musulmane, sia una coercizione imposta dalla famiglia e dai retaggi’’, "l’80% chiede l’introduzione di uno speciale reato in Italia, per chi predica odio tra le religioni e giustifica gli atti di terrorismo e per il 56% bisognerebbe addirittura che la lingua liturgica delle prediche nelle moschee diventi l’italiano in modo che possano essere capite’’. E ancora: ’’Il 55% degli intervistati ritiene che la maggior parte dei musulmani qui in Italia voglia integrarsi nella società, vivendo ’da italiano’ pur mantenendo la propria identità musulmana. Di converso, un non trascurabile 27% resta convinto che lo scopo principale dell’islamico sia, sì, vivere in Italia, ma seguendole proprie leggi separate’’.

MELONI - “Se è necessaria una certa quota di immigrazione, noi non abbiamo mai avuto alcun problema a chiedere di favorire chi ha origini italiane ed europee”. E’ quanto scrive Giorgia Meloni nel saggio a sua firma pubblicato sul ‘Primo rapporto sull’ islamizzazione d’Europa’.

“Si stima che nel mondo ci siano decine di milioni di nostri connazionali che non hanno la cittadinanza italiana, pur avendone diritto – continua Meloni - se l’Italia ha bisogno di immigrazione la cosa più sensata è favorire allora proprio l’arrivo di chi ha le nostre stesse origini. L’esempio banale è il caso Venezuela – aggiunge -più di 20 milioni di abitanti di cui due milioni sono di origine italiana. Nello stato sudamericano vige il caos e in tanti soffrono la fame e le persecuzioni da parte del regime comunista di Maduro. Perché allora non prendere gli immigrati che dovessero servirci da lì?”

“Lo stesso – conclude Meloni - dovrebbe valere su scala continentale: favorire, quando necessario, l’immigrazione di origine europea e, in seconda battuta, un’immigrazione proveniente da Stati che hanno dimostrato i non creare problemi di integrazione o di sicurezza”.

In Toscana 30 morti per batterio New Delhi

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Tra novembre 2018 e il 31 agosto 2019 il batterio New Delhi ha causato in Toscana la morte di 30 persone, con 708 ricoveri di soggetti portatori del ceppo batterico. Lo rileva l’aggiornamento dell’Agenzia Regionale di Sanità che monitora la diffusione degli enterobatteri Ndm (New Delhi metallo beta-lactamase) in Toscana. Da novembre 2018 al 31 agosto di quest’anno i batteri Ndm "sono stati isolati nel sangue di 75 pazienti. I casi sono risultati letali nel 40% dei pazienti con sepsi, percentuale paragonabile alla letalità per questa condizione causata da altri batteri resistenti agli antibiotici", sottolinea l’Ars.

La ricerca attiva dei batteri riguarda i pazienti ricoverati in reparti specifici (terapie intensive e sub-intensive, oncologia, oncoematologia, trapianti, cardiochirurgia, malattie infettive, area medica, riabilitazione) oppure pazienti che presentino caratteristiche di rischio, ricoverati in altri reparti.

"L’Ndm - ricordano gli esperti - rappresenta un nuovo meccanismo di antibiotico-resistenza, sviluppato da batteri normalmente presenti nella flora intestinale umana che possono diventare virulenti in seguito all’esposizione prolungata a determinati antibiotici. La capacità di resistere agli antibiotici rende pertanto pericolosi questi batteri, soprattutto in pazienti fragili, già colpiti da gravi patologie o immunodepressi".

L’assessorato alla Salute ha costituito a maggio 2019 "un’unità di crisi che ha prodotto un documento di indicazioni regionali per il contrasto alla diffusione di batteri Ndm". Le aziende sanitarie toscane "hanno messo in atto tutti gli interventi volti a sorvegliare l’evoluzione del fenomeno tramite screening attivo, a rinforzare le procedure di prevenzione e controllo delle infezioni nelle strutture sanitarie e ad adottare schemi terapeutici più adeguati per il trattamento delle infezioni da batteri Ndm".

Nassiriya, Stano: "Mi sento abbandonato da forze armate"

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(Patrizia Perilli) - "Le sentenze si devono accettare e non si possono commentare, ma penso di non avere alcuna responsabilità. Mi sono sempre comportato da soldato prima che da comandante, come la mia etica militare mi impone, difendendo tutti i miei dipendenti, qualunque sia la casacca". Il generale Bruno Stano è ancora disorientato. All’indomani della sentenza della Corte di Cassazione che lo condanna a risarcire le famiglie delle vittime della strage di Nassiriya, avvenuta il 12 novembre 2003 e nella quale morirono 19 italiani (12 militari dell’Arma, cinque dell’Esercito e due civili), l’ufficiale, che nel 2003 era comandante del contingente italiano in Iraq, parlando con l’Adnkronos afferma: "Non mi sento in colpa". Questi anni di processo sono stati "un dolore continuo e costante. Non è possibile immaginare cosa ho vissuto e con me la mia famiglia".

Stano confida di sentirsi "abbandonato, non solo dalla mia forza armata ma da tutte le forze armate. Questa sentenza crea un precedente importante. Cosa succederà al comandante in carica - osserva l’ufficiale - se dovesse verificarsi un attentato, in Italia o nei teatri operativi? Questa non è una questione che riguarda solo Stano, ma riguarda tutti i comandanti". Si tratta, secondo l’ex comandante del contingente italiano in Iraq, di "una cosa assurda che può succedere solo in Italia. Non credo che in altri Paesi un comandante possa subire 16 anni di processo, consapevole di aver dato tutto. Dopo l’attentato non c’è stato un solo ragazzo dell’Esercito che volle tornare in Patria. Come è possibile - si chiede - che dopo 16 anni sia stato condannato solo io? In quella base c’erano anche altri comandanti, la linea di comando era lunga ma chiara, loro non hanno nessuna colpa?"

"Ci sono documenti molto espliciti: immediatamente dopo aver preso le consegne dal generale Lops, ho chiesto rinforzi. Già il 31 ottobre avevo ordinato, non consigliato, ma ordinato di predisporre ulteriori difese in tutte le basi", afferma Stano accusato, secondo la sentenza, di aver sottovalutato il pericolo in cui si trovavano i militari italiani. "Mi accusano di non aver organizzato difese attive e passive adeguate, non mi sembra che sia corrispondente alla realtà di Nassiriya", sottolinea. "Quando sono arrivato - racconta - ho trovato una situazione precaria, si viveva un clima diverso da quello iniziale. Ho subito chiesto rinforzi, quindi ho chiesto mezzi corazzati, elicotteri d’attacco e unità delle forze speciali ma non mi è stato dato niente, nemmeno dopo l’attentato. Quasi che far vedere mezzi corazzati fosse considerato inopportuno".

"Tra le anomalie che ho trovato, ad esempio - rileva Stano - il contingente dei carabinieri dislocato in due basi al centro della città. Per noi dell’Esercito una cosa simile non è proprio conforme alle regole. Le città, durante le operazioni, si controllano dall’esterno verso l’interno". L’ex comandante a Nassiriya scandisce momento per momento le fasi precedenti e successive all’attentato come a cercare ancora i motivi, le spiegazioni che lo hanno portato alla condanna. "Solo durante il processo ho scoperto che i sacchetti non contenevano sabbia ma sassolini".

"Il Parlamento ci aveva mandato in Iraq con un codice militare di guerra, quando una Nazione manda i propri uomini in zone di guerra ci si attiene a disposizioni che in zone di pace non esistono. Posizionare le basi dentro la città, come avvenuto per la ’Maestrale’, forse è stata una scelta infelice, in una zona di guerra non può andar bene".

Con Elisa sono 59 le donne uccise da inizio 2019

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Con Elisa Pomarelli, uccisa a Carpaneto Piacentino, "il numero delle donne ammazzate dall’inizio dell’anno sale a 59", denuncia ’Sos Stalking’. “Quello della povera ventottenne piacentina -dice all’Adnkronos l’avvocato Lorenzo Puglisi, presidente e fondatore dell’associazione Sos Stalking - rappresenta purtroppo l’ennesimo episodio che vede vittima una donna che si è fidata del proprio aguzzino. Nel caso di specie, si è trattato di un amico ossessionato dall’idea di coltivare una relazione amorosa non corrisposta, segno distintivo della totale mancanza di empatia che spesso caratterizza soggetti con fragilità psichiatriche o psicologiche".

“La nostra società è piena di persone a rischio, ragione questa che impone il dovere di fornire alle donne più strumenti per riconoscere le avvisaglie del pericolo per tempo", rileva Puglisi. L’emergenza impone alle istituzioni "di dotarsi di strumenti che possano funzionare non solo sulla carta. Prevedere nuove tempistiche per la gestione delle denunce (così come avvenuto con il Codice Rosso), infatti, non è abbastanza perché non si tiene conto che l’intero apparato meriterebbe una riforma strutturale che passi anche attraverso l’assunzione di nuove risorse", conclude.

Redazione

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