Erdogan: "Nessuno può fermarci"

Russiagate, Trump: "Italia potrebbe essere coinvolta" - Brexit, fonti Gb: "Ancora nessun accordo" - Barcellona, ancora una notte di disordini

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Erdogan: "Nessuno può fermarci"

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"Nessuno può fermare" l’operazione militare lanciata dalla Turchia nel nord della Siria fin quando non saranno stati raggiunti gli obiettivi dell’offensiva. Lo ha ribadito il leader turco Recep Tayyip Erdogan, citato dai media turchi dopo l’intervento alla riunione del gruppo parlamentare dell’Akp. "Abbiamo informato gli Stati Uniti, l’Unione Europea e la Russia prima dell’avvio dell’operazione - ha affermato Erdogan - Vogliamo che questa organizzazione terroristica sparisca dai nostri confini".

"Quando potremo creare una zona sicura, allora terminerà l’operazione - ha insistito - Fino ad allora nessuno potrà fermarci". Dal 9 ottobre, quando è scattata l’offensiva, "1.220 km quadrati sono stati liberati" dalla presenza dei "terroristi", ha puntualizzato Erdogan riferendosi ai miliziani curdi siriani delle Ypg.

Per Erdogan la Turchia "non sta combattendo contro i siriani" e non si siederà mai al tavolo delle trattative con i "terroristi". "La Turchia sta combattendo con i siriani contro gli oppressori", ha sostenuto ancora durante una riunione del gruppo parlamentare del partito Akp.

Intanto è confermato l’incontro domani ad Ankara tra Erdogan e il vice presidente degli Stati Uniti Mike Pence. Non ci sarà invece alcun incontro, oggi, fra Erdogan e la delegazione Usa in Turchia, ha precisato il portavoce, Fahrettin Altun Altun. Tuttavia, per il presidente turco, qualsiasi telefonata o visita in Turchia di leader stranieri in riferimento alla situazione in Siria sarà una "perdita di tempo ed energie" fin quando non sarà presa in considerazione la posizione "inequivocabile e ragionevole" di Ankara. La Turchia, ha detto Erdogan nel suo discorso, "non si siederà mai al tavolo delle trattative con i terroristi".

E’ considerata in bilico anche la visita negli Stati Uniti di Erdogan, in programma il mese prossimo. Una decisione sarà presa "alla luce delle riunioni con le delegazioni statunitensi in Turchia", ha dichiarato lo stesso Erdogan in mattinata, parlando con i giornalisti in Parlamento.

Il presidente turco ha sottolineato che "le discussioni, i dibattiti e le conversazioni che si tengono al Congresso su di me, la mia famiglia ed i miei amici ministri sono una grande mancanza di rispetto" nei confronti del governo turco. Erdogan era stato invitato alla Casa Bianca da Donald Trump il prossimo 13 novembre. Ieri il leader turco, che in serata ha poi parlato al telefono anche con Vladimir Putin, ha detto a Trump che non intende dichiarare un cessate il fuoco in Siria.

Russiagate, Trump: "Italia potrebbe essere coinvolta"

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"Si è cercato di nascondere ciò che è stato fatto in alcuni Paesi e uno di questi potrebbe essere l’Italia". Lo ha detto Donald Trump riguardo alla contro-inchiesta che l’attorney general William Barr sta conducendo sul Russiagate. "Non conosco i dettagli", ha affermato il presidente Usa, dicendosi però certo che le elezioni del 2016 sono state "corrotte" e che la corruzione "potrebbe arrivare fino al presidente Obama".

L’ipotesi dell’inchiesta condotta da Barr, secondo alcune ricostruzioni, è che nel 2016 la campagna elettorale di Trump venne infiltrata da agenti dell’Amministrazione Obama, col concorso di governi alleati, per produrre lo scandalo del Russiagate, con il quale colpire Trump. "Presto verrà pubblicato un rapporto", ha detto il presidente Usa parlando alla Casa Bianca nella conferenza stampa con il presidente Sergio Mattarella, Quanto alle visite compiute in Italia dall’attorney general, "non conosco i dettagli", ha chiosato Trump.

Brexit, fonti Gb: "Ancora nessun accordo"

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Si allontana l’ipotesi di un accordo sulla Brexit già a partire da stasera. Fonti di Downing Street, citate dalla stampa britannica, riferiscono che rimangono ancora delle questioni aperte, sia con il Democratic Unionist Party nordirlandese, partner di maggioranza del governo, che con l’Unione europea. "Tutti lavoreranno durante la notte, ma non ci sarà un accordo stasera", affermano le fonti.

"Stiamo lavorando, stiamo lavorando", conferma il capo negoziatore dell’Ue per la Brexit Michel Barnier, lasciando la riunione del Coreper nell’Europa building a Bruxelles, in cui ha fatto il punto sui negoziati con il Regno Unito per trovare un accordo su Brexit.

In termini "strettamente giuridici", l’Unione Europea potrà dare il suo via libera ad un eventuale accordo di ritiro del Regno Unito dall’Ue "solo dopo" che il Parlamento Europeo lo avrà approvato, avevano detto in precedenza fonti diplomatiche europee che parlavano di un accordo "non lontano". "Se i leader avranno un accordo a cui guardare domani" nel Consiglio Europeo, potranno dare all’accordo "il loro sostegno politico, ma non sarà il passo finale, da un punto di vista giuridico".

Specularmente, anche il Regno Unito non avrà completato la procedura di approvazione dell’accordo nel momento in cui il primo ministro Boris Johnson dicesse, "ok, questo è il testo". Ma il via libera del Parlamento Europeo è una formalità? "Beh, non la descriverei in questo modo ad un rappresentante del Parlamento Europeo", conclude il diplomatico.

Barcellona, ancora una notte di disordini

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Il primo ministro spagnolo facente funzioni, il socialista Pedro Sanchez, ha convocato per oggi i leader dei principali partiti di opposizione dopo una notte di violenti disordini secessionisti a Barcellona e in altre città catalane che ha provocato 125 feriti, soprattutto fra le forze dell’ordine. La situazione è ancora tesa stamattina, dopo che un sabotaggio ha interrotto la linea ferroviaria ad alta velocità Barcellona-Madrid e diverse vie di comunicazione sono state interrotte da attivisti, riferiscono i media spagnoli.

I nove leader secessionisti in carcere, la cui condanna a pene fino a 13 anni ha scatenato la protesta, hanno tutti inviato messaggi su Twitter per prendere le distanze dalla violenza, dicendo di appoggiare manifestazioni pacifiche. Altrettanto ha fatto il movimento di protesta civile Tsunami democratic. Ma per il momento il presidente del governo autonomo catalano, il secessionista Quim Torra, non ha espresso alcuna condanna per i disordini della notte scorsa. Il bilancio degli scontri, riportano i media, è di 125 feriti, fra i quali 72 agenti della polizia locale dei Mossos e 18 della polizia nazionale. I manifestanti arrestati sono 51.

La protesta dei secessionisti catalani per le condanne carcerarie comminate ai loro leader non accenna intanto a fermarsi. Cinque "marce per la libertà" sono partite oggi da diverse località catalane dirette a Barcellona, dove gli attivisti contano di arrivare venerdì, giorno in cui è stato proclamato uno sciopero generale di protesta.

Alla testa di un governo facente funzioni, in attesa delle prossime elezioni anticipate del 10 novembre, il primo ministro Sanchez, ha deciso di consultare i principali leader dell’opposizione per concordare la linea da seguire sulla Catalogna. In giornata riceverà separatamente Pablo Casado del Partito Popolare, Albert Rivera di Ciudadanos e Pablo Iglesias di Podemos.

Redazione

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