Emergenza incendi in Siberia

La situazione si aggrava: bruciata un’area pari a Piemonte e Lombardia

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Un nuovo catastrofico tassello si aggiunge a favorire il repentino processo di accellerazione del conto alla rovescia di cui gli scienziati ci informano, ormai da tempo, riguardo al cambiamento climatico che, tra qualche decennio, potrà avere conseguenze irreversibili. È degli ultimi giorni l’aggiornamento pubblicato da Greenpeace Russia circa la situazione dei massicci incendi che stanno interessando la Grande foresta del nord, nella regione di Krasnoya rsk in Siberia. Gli incendi in Russia tendono a divamparsi nelle cosidette « zone di controllo », estese aree di tundra russa, nelle quali, secondo quanto stabilito (paradossalmente, ndr) da un’apposita legge approvata nel 2015 dal Ministero dell’ambiente russo, non ci sarebbe l’obbligo di intervenire nel caso non sussistano gravi rischi per l’incolumità della popolazione o per ingenti danni sul piano economico. Le fiamme sarebbero quindi lasciate libere di divampare, in quanto si tratterebbe di aree remote, difficili da raggiungere e poichè i prezzi necessari per estinguere le fiamme risulterebbero più alti dei danni riportati. In realtà, come sottolinea Grigorij Kuksin, responsabile della sezione antincendi di Greenpeace Russia, nonostante il rapporto costi-benefici non sia favorevole all’intervento delle autorità, cercare di limitare incendi di questo calibro, è un obbligo, non solo per il bene della Russia, visto che la nube di fumo prodotta rischia di intossicare gli abitanti dei villaggi nelle aree limitrofe e migliaia di animali, ma per il bene dell’intero pianeta.

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Gli ettari di foresta bruciati sarebbero 4,3 milioni, dunque occupperebbero un’area della stessa estensione di Piemonte e Lombardia messe insieme, e fino ad ora gli incedi avrebbero rilasciato nell’atmosfera circa 166milioni di tonnellate di anidride carbonica, l’equivalente del totale di CO2 prodotto in un anno da 36 milioni di auto. É evidente dunque che un fenomeno di tali dimensioni debba avere ripercussioni serie sugli equilibri già molto precari del nostro pianeta. Uno dei rischi più seri è legato alla produzione di « black carbon », particelle nere che se finissero nell’Artico andandosi a depositare sullo strato di ghiaccio, ridurrebbero l’albedo, ovvero la capacità riflettente propria di una superficie, permettendo al ghiaccio di assorbire maggiore calore e dunque incrementando il fenomeno dello scioglimento dei ghiacci, in un circolo vizioso interminabile che non può che farci notare che la natura per quanto infinitamente forte, è regolata da meccanismi fragilissimi. L’indifferenza delle autorità russe tra l’altro ha comportato un malessere sociale tra le popolazioni rurali siberiane tra cui domina la sensazione di essere cittadini di serie B, considerando anche le proteste contro la costruzione di un’enorme discarica nella regione di Archangel’sk, che accoglierebbe i rifiuti provenienti dalla regione della capitale. Pensando che abbiamo appena superato, lo scorso 29 luglio, il cosiddetto « overshoot day », il giorno in cui si consuma la capacità rigenerativa annuale del pianeta, mai caduto così presto da quando si è iniziato a calcolarlo negli anni ’70, possiamo comprendere che ci troviamo in una situazione di emergenza e di certo l’immobilismo degli ultimi 10 giorni sul fronte degli incendi siberiani, non è un comportamento consono a cui ispirarsi.

Federica Scippa

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