Dov’è mio figlio

Genitori ansiosi e app che spiano i teenager

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Bilanciare, fin dove è possibile, la propria libertà alla voglia di sicurezza. Tesi condivisibile ma difficilmente realizzabile in epoca liquida come ci ricorda Bauman. Come agire allora se si avverte la necessità di monitorare (sicurezza) ciò che fanno i figli (libertà) quando non sono sotto il nostro diretto controllo? È dunque giusto tenere traccia dei movimenti degli adolescenti per evitare che si caccino nei guai? Come spesso accade quando si parla di nuove tecnologie, non mancano certo gli strumenti ad hoc, ovvero app in grado di tenere traccia dei luoghi e dei posti frequentati dai giovanissimi.

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Definite in gergo family tracker, ve ne sono disponibili alcune varianti, come per esempio Life360, vera e propria organizer che invia notifiche quando un membro della famiglia arriva o esce di casa, si reca a scuola o a casa di amici o fidanzati, o ancora se il suo smartphone si sta scaricando e dunque potrebbe non essere disponibile.

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Si passa poi ad altre applicazioni come FamiSafe Child Tracker, controllo all-inclusive di genitori e bambini, per arrivare a Norton Family Parental Control, app collegata alla famosa società specializzata in programmi anti virus per pc e dispositivi che consente di supervisionare l’uso del web da parte dei minori, fino a Glympse, che consente di creare dei gruppi privati in cui ci si visualizza a vicenda su una mappa interattiva. L’elenco potrebbe continuare con miriadi di app che usano mezzi diversi ma hanno tutte scopi uguali, ovvero non perdere di vista bambini e adolescenti. Se dunque per genitori sempre più ansiosi e sospettosi su cosa stiano facendo i propri figli vi sono svariate opportunità tecnologiche a portata di smartphone, per i teenager l’argomento parental control non sembra vada a genio.

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Forum, blog, gruppi social sono invasi dal dibattito sul tema se sia giusto o meno che parenti spesso impiccioni con la scusa di mettere a tacere la loro paura e inquietudine genitoriale ficchino il naso negli affari dei loro figli. Scattano allora le contromisure atte a sfuggire al grande occhio di mamma e papà. Spesso si tratta di mezzi per non essere geolocalizzati, sistema in dotazione a ogni smartphone e palla al piede per chiunque abbia un device con sé, tra scambi di sim su altri cellulari e collocati in luoghi nei quali i genitori non potrebbero avvertire nessun sospetto, e immancabili “contro app” che danno indicazioni “fake” su dove realmente ci si trovi. Insomma, fatta un’app subito dopo se ne crea una per controbatterla in efficacia funzionale.

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Si è giunti oramai a una guerra tra genitori da una parte e figli dall’altra, in cui entrambi i contendenti sono sia vittime che carnefici sotto stress per opposte e condivisibili ragioni: i genitori diventati cani da guardia della propria prole per paure esogene gonfiate dai megafoni dei media; i figli sempre più alla ricerca di emozioni forti e adrenaliniche, al contempo frustrati e insoddisfatti della continua sorveglianza a cui sono costretti. La questione verte, credo, su due concetti o manie contemporanee: la pratica di condividere ogni cosa, compresa la propria localizzazione anche quando essa non è strettamente necessaria, e tenere traccia (e quindi sotto controllo hic, nunc et post) di qualsiasi cosa si sia fatta o vista, come se i device fossero dei registratori delle nostre vite e della nostra quotidianità. Entrambi i casi citati sono entrati a far parte del concetto di normalità per famiglie, individui e utenti in generale. Nella fobia-mania del tracking a ogni costo (di figli, parenti, amanti, sospettati in genere) rientrano valori oggi svenduti (a società terze oggi in possesso di dati sulle nostre vite, numeri da far impallidire Jeremy Bentham) senza una neppur minima preoccupazione. Qualità valoriali come la fiducia reciproca, l’educazione dei minori, il senso della morale, le leggi sulla riservatezza e sui dati in particolar dei minori, hanno bisogno ogni giorno di essere accudite e tutelate (dai cittadini e dalle amministrazioni in egual misura) se vogliamo che le nostre azioni acquistino e mantengano un minimo sistema di regole di convivenza civile anche in una società digitalizzata e fortemente deindividualizzata come quella attuale.

Andrea Alessandrino

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