Dieci anni dalla scomparsa di Alda Merini

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Spesso ripeto sottovoce

Che si deve vivere di soli ricordi solo

Quando mi sono rimasti pochi giorni.

Quello che è passato

È come se non ci fosse mai stato.

Il passato è un laccio che

Stringe la gola alla mia mente

E toglie energie per affrontare il mio presente.

Il passato è solo fumo

Di chi non ha vissuto.

Quello che ho già visto

Non conta più niente.

Il passato ed il futuro

Non sono realtà ma solo effimere illusioni.

Devo liberarmi del tempo

E vivere il presente giacché non esiste altro tempo

Che questo meraviglioso istante.

(Alda Merini)

Il primo novembre del 2009 si spegneva Alda Merini, tra le poetesse italiane più amate di sempre. Un vissuto tormentato, tra amore e instabilità mentale, tra inchiostro e malinconia. Nostalgiche le sue poesie, taglienti le sue parole.

Alda Merini nacque il 21 marzo del 1931, a Milano, in quella casa che poi diverrà solo un mucchio di macerie sotto le bombe della guerra. Ospitati per un periodo da una zia, visse in un cascinale, non frequentò la scuola, ma fu sempre pronta a raggiungere obbedientemente l’oratorio del paese. “Ero una brava ragazza, io” afferma la poetessa in un’intervista per la giornalista Cristiana Ceci nell’autunno del 2004, di cui alcuni passaggi sono riportati sul sito ufficiale di Alda Merini, creato appositamente dalle quattro figlie della donna, Emanuela, Flavia, Barbara e Simona. Tutte e quattro le ragazze, figlie del grande amore della scrittrice, Ettore Carniti, uomo pratico, grande lavoratore, ma non in linea con gli interessi culturali della moglie.

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Gli internamenti in manicomio cominciarono ben presto, costringendo la poetessa ad allontanarsi dal nido familiare, amato, ma controverso, fautore di reazioni emotive intense e violente. Privata della sua poesia, la donna trascorse momenti amari e vuoti. Alla domanda: “Riuscivi a scrivere poesie in manicomio?”, Alda risponde: “No, perché si rimane un po’ irretiti dall’ambiente del non fare”, ma ironicamente aggiunge: “Ma a me il manicomio piaceva un mondo, era divertentissimo!” Un animo combattivo e una personalità frizzante e particolarissima, un fare schietto e sincero, a tratti brusco, apparentemente in contrasto con la profondità delle parole scelte per le sue poesie.

La terza gravidanza divenne punto di svolta per Alda Merini, liberandola gradatamente dall’instabilità e dalla depressione: la stessa poetessa afferma di aver vissuto un periodo di gestazione estremamente felice e gioioso, la sua assoluta salvezza. Le peripezie non accennano tuttavia a fermarsi, poco tempo dopo la morte di Ettore, nel 1983, Alda si avvicinerà al medico poeta Michele Pierri, di cui si innamorerà, con cui condividerà quattro anni della sua vita a Taranto, ma che perderà poco dopo a causa dell’aggravarsi della condizione di salute di lui. Torna nella sua Milano, nel 1986, assaporando finalmente la tanto bramata serenità, accompagnata da un susseguirsi di premi e riconoscimenti letterari. Le figlie scrivono di lei: “Diviene così un personaggio di successo, comincia a guadagnare i primi soldini, ma non cambia il suo stile: continua a vivere come una clochard nella casa dei Navigli […] in una casa piena di libri, quadri e fotografie, dove i muri divengono la rubrica su cui scrivere i numeri di telefono, ed il pavimento un mosaico di sigarette spente…”.

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In onore della poetessa, Sergio Mattarella ricorda: “Grazie alla sua acuta sensibilità e a un’originale forza poetica, Alda Merini è riuscita a conquistare un posto di rilievo nella nostra letteratura contemporanea e, a dieci anni di distanza dalla sua scomparsa, quella voce di donna ‘indocile’ risuona ancora viva, spingendo chi si accosta ai suoi versi ad indagare gioie e dolori, speranze e fatiche dell’esistenza”.

Elena Indraccolo

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