Democrazia in pericolo e fabbrica di falsità: la nuova guerra fredda

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E se la società dell’informazione avesse ri-creato e ri-portato in auge una sottile e pervicace guerra fredda? La gran parte degli avvenimenti che scorrono alla velocità della luce sotto i nostri intorpiditi sensi, entrano in un circuito complesso di fonti di vario tipo a loro volta rielaborate da una visione soggettiva (gatekeepers) prima di arrivare al pubblico attraverso una vastissima offerta di canali comunicativi. Il pubblico-utente è allora costretto se vuole ottenere le giuste informazioni, a discernere nelle notizie quelle vere da quelle false o tendenziose.

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Il newsmaking contemporaneo risponde oggi però essenzialmente a una valutazione del prodotto informazione solo se essa risponde efficacemente a due semplici domande: “cosa può interessare il pubblico?”, “Si può vendere alla maggior parte dell’opinione pubblica efficacemente?” Il nuovo sistema culturale instaurato dalle nuove tecnologie portatili e social e incoraggiato da professionisti e, spesso, pseudo professionisti dell’informazione, oltre alla ricerca di una possibile verità è strumentalizzata e all’espansione capillare di nuovi mezzi di comunicazione, ha portato a un tipo di conflitto incentrato sulla capacità di influenzare il pensiero comune con la diffusione di notizie false o, ancora peggio, in modo tale da avvalorare la ragione degli uni o degli altri.

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L’aspetto particolare delle fake news è un problema inerente la diffusione di informazioni false che però, per loro natura, sono soggette a essere smascherate e dunque depotenziate per mezzo di informazioni certe e contrarie. Il processo di disinnesco delle fake news potrebbe essere lento, ma agevolato da un’informazione che rimane comunque plurima e libera. Rimane la pericolosità algoritmica del proliferare di determinate notizie, evidenziate e indirizzate ad hoc e confezionate con il taglio giusto per generare un pregiudizio d’opinione. La distribuzione di notizie attraverso le piattaforme digitali e di condivisione social rende fragile un sistema per sua natura anarchico e acefalo, minando il nostro impianto democratico dal momento che esse, se efficacemente manipolate, sono suscettibili di modificare le dinamiche dell’opinione.

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Gli strumenti di propaganda computazionale utilizzati da decine di Paesi al mondo, certificano che la manipolazione elettorale o politica è un’arma perfetta per deviare l’informazione. L’esempio di BOT programmati per imitare le interazioni umane sui social amplificano specifici racconti e narrazioni con l’intento di diffondere dissenso e pregiudizio in milioni di utenti. La meraviglia destata da una Rete aperta, polivalente e libera ha creato un sistema atto a processi di manipolazione e di addomesticamento. È paradossale allora pensare di essere liberi quando invece avviene un bombardamento delle nostre bacheche social di news che tentano di scegliere al posto nostro. Forse l’antidoto è proprio richiamarsi al concetto nobile di libertà, sottraendolo a una semantica anarchica riportandola invece nell’alveo del pluralismo e della trasparenza, ovvero verso soggettive capacità di controllo e di conoscenza dei meccanismi che sottendono al funzionamento dei mezzi che quotidianamente utilizziamo, dei generatori di suggerimenti non richiesti che l’algoritmo indefessamente seleziona per noi come preferiti. La necessità di vigilare, sempre e senza sosta, su ciò che osserviamo, condividiamo, leggiamo, postiamo, è fondamentale perché in caso contrario lasceremo spazio a infiltrazioni di manipolazione e a mani invisibili che si allungano in una sorta di controllo dell’informazione che annulla come un colpo di spugna ogni pluralità.

Andrea Alessandrino

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