Datacrazia e controllo delle masse

Un algoritmo ci sommergerà

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L’onda lunga e travolgente dell’innovazione tecnologica ha portato alla nascita di un’ingegneria cosiddetta del consenso principalmente a causa di una profonda irrazionalità e al ricorso al discorso emotivo di un’opinione pubblica distratta dalle apparenze di una società sempre più indefinita e precaria. La datacrazia, nuova forma di potere che ha preso il posto della psicologia delle masse di inizio ‘900, ha portato inizialmente all’emergere, con l’intervento di un élite di esperti e di tecnici, di un’analisi ed elaborazione dati che identificavano e profilavano clienti in prospettiva pubblicitaria, e in un secondo momento a una raccolta pressoché immensa di dati sulla nostra persona condivisi e tracciati nel mare magnum del web, tanto che oggi un algoritmo, in base ai nostri like messi sotto una foto o un articolo è in grado di avere una nostra conoscenza in fatto di gusti e opinioni molto più articolata e particolareggiata rispetto a uno qualunque dei nostri familiari.

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Accettiamo spie e intrusi all’interno dei nostri computer e dei nostri device con estrema leggerezza e noncuranza sulle potenziali conseguenze ormai da poco più di un decennio, non riuscendo in alcun modo a controbattere la forza di una datacrazia in possesso non solo di un enorme mole di informazioni, ma anche dall’essere dotata di capacità seduttive sulle nostre ormai deboli difese cognitive. Si prenda a esempio uno dei social più famosi e amati dai giovanissimi, Instagram. La piattaforma social, acquisita da Facebook, è diventato negli ultimissimi anni un nuovo mezzo per veicolare pubblicità. Solo nel 2018, l’81% degli esperti nel settore dell’advertising ha deciso di investire e rivolgersi agli influencer per attirare utenti e rafforzare così le proprie strategie di marketing.

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Tutto normale al giorno d’oggi, si direbbe; peccato che Instagram sia nato come social in cui veniva premiata l’originalità dei contenuti postati dall’utente e che invece oggi è diventato terreno fertile per le forze algoritmiche della datacrazia. Sul campo di battaglia delle piattaforme social come Instagram si sgomita senza badare a ragionamenti etici su come acquisire visibilità all’interno di uno spazio algoritmico sempre più presente. Ecco allora sfoderare armi di distrazione di massa per aumentare l’engagement, la visibilità, la spendibilità sul mercato, in poche parole il coinvolgimento emotivo degli utenti. Gli Instagram Pod (o Instagram Engagement Pods) sono per esempio una di queste armi usate dall’esercito dei narciselfie influencer in grado di aumentare engagement dei profili ingannando l’algoritmo. Si tratta nella pratica social di gruppi privati o pubblici il cui obiettivo è lo scambio reciproco di like e commenti tra gli stessi membri e ottenere così un miglior posizionamento sulla piattaforma social: si posta tutti alla stessa ora e una volta pubblicato un nuovo contenuto, ci si inserisce in una lista e, a propria volta, si commentano i contenuti di tutti gli account presenti nella lista.

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Così agendo, il tasso di engagement dei contenuti si impenna nella prima mezz’ora e l’algoritmo, tratto in inganno, li rubricherà come post interessanti e li posizionerà in alto. Sono scaramucce, battaglie di posizione, azioni di contrasto al dominio di algoritmi alla fine troppo potenti e in grado di smascherare azioni di disturbo. Perché poi ciò che conta per l’esercito della datacrazia è farci credere di essere in totale controllo delle nostre vite, un gioco a somma zero che alla fine accontenta tutti.

Andrea Alessandrino

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