Dal Pizzomunno di Vieste alla punta del Salento

La Puglia attraverso le sue leggende

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C’era una volta un bellissimo pescatore che ogni giorno solcava il mare di Vieste…

Non so se siamo rimasti in pochi sognatori romantici, dati i tempi, ma la canzone di Max Gazzè, cantata al festival di Sanremo appena trascorso, a distanza di giorni sembra aver lasciato in molti un alone di sogno, proprio come si compete a una leggenda.

Nella rievocazione della vicenda dei due giovani amanti Cristalda e Pizzomunno, l’artista ci ha regalato una piacevole sospensione dai temi poco piacevoli cui la cronaca quotidiana ci ha tristemente abituati. E con una dolcezza intrisa di poesia l’autore è riuscito a dare uno scopo fortemente pedagogico a una storia sconosciuta ai più, riempendo di orgoglio la piccola comunità del paese garganico che lo ha ricambiato conferendogli il tributo della cittadinanza onoraria.

“Gli tributiamo questo riconoscimento per il grande dono che l’artista ha voluto fare alla città di Vieste – ha dichiarato il sindaco della città, Nobiletti – “la nostra città, già conosciuta e apprezzata quale principale località turistica pugliese, grazie a Gazzè sarà ancora più conosciuta e in tanti, come stiamo già verificando, vorranno conoscere la leggenda di Cristalda e Pizzomunno e visitare il luogo dove si erge il maestoso monolite, che la natura ha donato alla nostra cittadina assieme ad una costa di straordinaria bellezza”. Sarà organizzato un concerto sulla spiaggia durante il quale avverrà il conferimento dell’onorificenza.

Ma qual è la storia che unisce come un filo le generazioni della perla del Gargano?

Pizzomunno è un giovane marinaio molto bello. Di lui si innamorano tutte le donne, ma non solo: anche le sirene ne sono affascinante. Lui però è già innamorato di Cristalda, la ragazza più bella del villaggio, dai lunghi capelli biondi baciati dal sole. I due innamorati si amano molto, e Pizzomunno è fedele alla sua Cristalda anche quando in mare le sirene cercano di lusingarlo promettendogli di diventare sue schiave, di esaudire ogni suo desiderio se solo lui accettasse di seguirle. Ma il giovane ogni volta rifiuta e, all’ennesimo no, le sirene invidiose rapiscono Cristalda.

La ragazza aspetta il ritorno del suo innamorato in riva al mare quando un’onda la travolge trascinandola negli abissi. Narra la leggenda che Pizzomunno per il dolore rimase immobile di fronte al mare sperando di rivedere la sua amata, trasformandosi lentamente in uno scoglio. Lo stesso che si può ammirare oggi sulla spiaggia di Vieste, un enorme faraglione, un "gigante di bianco calcare", come recita Gazzè, che affascina i turisti e ha nutrito la fantasia degli abitanti di Vieste.

"Così la gente lo ammira tuttora, gigante di bianco calcare che aspetta il suo amore rapito e mai più tornato". Ma la leggenda del tragico amore continua e narra che ogni cent’anni, in un’alba d’agosto, la bella Cristalda risale dagli abissi per rivivere la sua storia d’amore con Pizzomunno tornato uomo.

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"Io ti resterò per la vita fedele e se fossero pochi, anche altri cent’anni! Così addolcirai gli inganni delle tue sirene..."

Ma la leggenda degli sfortunati amanti di Vieste non è l’unica perla di antiche storie di credenze popolari che si tramandano di padre in figlio: la Puglia è una terra intrisa di misticismo e magia, dal promontorio del Gargano fino all’estrema propaggine salentina.

Uno dei luoghi più misteriosi della regione si trova poco distante dalla cittadina di Manfredonia, considerata la porta del Gargano: parliamo di Monte Sant’Angelo. La leggenda narra che sulla sommità del monte apparve L’Arcangelo Michele. La chiesa, edificata nel 493, è dedicata proprio al vescovo di Siponto. Il luogo, di grande rilevanza storico-religiosa, intercetta storie di inspiegabili anomalie che vedono protagonista il Castello, distante poche centinaia di metri dal Santuario di San Michele, teatro di apparizioni notturne dello spettro di Bianca Lancia, principessa moglie di Federico II. Ci sarebbero registrazioni di voci e parole spagnole che attestano la veridicità del contesto storico di dominazione spagnola. L’unione delle due leggende crea, di fatto, un perfetto connubio tra sacro e profano che accresce l’alone di mistero intorno a una località che già per le sue bellezze paesaggistiche merita l’attenzione dei turisti.

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Ma passiamo alla costruzione più rappresentativa della Murgia barese: Castel del Monte, il quale racchiude, nella sua singolare forma architettonica ottagonale, le più fantasiose supposizioni che spaziano dall’astronomia all’esoterismo. L’edificio svevo è da sempre oggetto di studi e curiosità di esperti che hanno cercato di spiegare le ragioni per cui fu costruito da Federico II di Svevia nel XIII secolo. Sono stati anche ipotizzati collegamenti con la piramide di Cheope della necropoli di Giza in Egitto.

La miscela di magia e mistero che ne è scaturita ne accresce la bellezza richiamando l’attenzione dei visitatori durante tutto l’anno.

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Il turista curioso di passaggio a Bari non mancherà di scattare un selfie sotto il famoso “arco delle streghe”. Nel borgo antico della città, nei pressi della Basilica di San Nicola, proprio sotto “U arche d’la Masciar” si incontravano spesso streghe e demoni richiamati da antichi rituali. Le “gatte masciare” erano coloro che lanciavano i malocchi, si arrampicavano sui tetti delle case, facevano ammalare i bambini e, grazie all’uso di un magico unguento, si trasformavano in terribili gatti neri (di qui il nome che fu loro attribuito). Ancora oggi, anche se l’unica infestazione della zona si configura in una piacevolissima offerta di orecchiette fatte in casa, la tradizione delle tremende masciare è fortemente diffusa.

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Ancor più inquietante è la leggenda della testa del turco: i viandanti più suggestionabili giurano di aver visto almeno una volta, nella notte del 5 gennaio, lo spirito inquieto del “turco” che si aggira nei viottoli del borgo antico alla ricerca del suo corpo.

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Il Castello di Gioia del Colle lega la sua storia a Federico II di Svevia, che lo ristrutturò di ritorno dalle Crociate e vi soggiornò fino alla morte. L’antica dimora custodisce da secoli le tragiche vicende legate alla sfortunata Dama piemontese Bianca Lancia, quella stessa dama feudataria del Castello di Monte Sant’Angelo. Si narra che l’Imperatore fece rinchiudere la donna in una grotta scavata sotto la torre, con l’accusa di adulterio. Nacque Manfredi, che la donna partorì nello stato di prigionia e tra atroci dolori, urlando la sua innocenza. Il bambino fu portato al cospetto dell’imperatore che ne verificò la straordinaria somiglianza. Su un vassoio d’argento, la dama sistemò i suoi seni recisi in un gesto estremo per significare all’Imperatore la disperazione per le infondate accuse di infedeltà.

Nella cella di Bianca sono stati scolpiti due seni a bassorilievo per ricordare l’accaduto. Il luogo oggi, seppure abbellito da lavori di restauro eseguiti agli inizi del ‘900, deve il suo immutato fascino alla leggenda della triste regina Bianca Lancia. Tra il mistero e l’imponderabile, anche in questo caso le apparizioni della dama che si aggira di notte gridando la sua disperazione accrescono la leggenda.

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Una coincidenza con gli ingredienti dell’amore e dell’arte sembra essere alla base della nascita del merletto più famoso del mondo: “la fiandra”. La leggenda narra ancora l’amore, attraverso la storia di Serena, una bellissima donna riamata da un artista anch’egli poverissimo. La mamma della giovane donna si ammala gravemente e Serena, in un sacrificio estremo, in cambio della sua guarigione fa voto di rinuncia al suo grande amore. Un giorno, però, i due giovani erano seduti all’ombra di un albero e, al momento della separazione, accadde un fatto incredibile: dai rami cadde sul grembiule della ragazza una ragnatela. I due ragazzi, incantati dalla tela, conservarono quella lavorazione che piacque moltissimo alle dame della città, le quali ricompensarono la giovane donna. E poiché, almeno nelle leggende, l’happy end è garantito, Serena poté curare la madre, sciogliere il voto e riabbracciare il suo amato.

In località Le Specchie si trovano costruzioni risalenti, secondo alcuni studiosi, al Neolitico. Si tratta di ruderi di antiche e gigantesche abitazioni create presumibilmente allo scopo di fare da vedetta per il controllo sulla costa. La più misteriosa è la Specchia dei Mori, nei pressi di Martano, perché secondo la leggenda custodisce un tesoro maledetto.

Lungo il litorale salentino la grotta naturale della “Zinzulusa” con i suoi “Zinzuli”, ossia stracci, testimonia, attraverso la sua leggenda, le inenarrabili crudeltà di un barone signore di quelle terre.

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E che dire del desiderio dei contadini di affrancarsi dall’odiato “ius primae noctis” perpetrato a lungo da ignobili signorotti? E’ tutto riassunto nelle tipiche “Pupe leccesi”. Ogni turista che fa tappa a Lecce resta ammaliato dalle botteghe di artigiani che espongono la strana coppia di donne in ceramica.

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In questa suggestiva panoramica delle leggende di Puglia c’è un’espressione popolare che non solo mette d’accordo tutti, ma che è riuscita con il suo ritmo incalzante a travalicare ogni confine.

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E’ la “pizzica”, la musica salentina in cui la magia è nell’unione tra i popoli di ogni cultura, religione e colore della pelle.

Maria Cristina Negro

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