Da homo sapiens a homo digitans

L’involuzione della specie dell’uomo tecnologico

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Probabilmente non vi è stato nella storia dei media un dibattito più acceso riguardante la Rete. Neanche l’avvento della radio prima e della televisione poi hanno acceso gli animi degli intellettuali o presunti tali, come da ormai qualche tempo sta facendo internet in generale e i social in particolare. La causa di questo dibattito quotidiano risiede con molta probabilità proprio nella natura intrinsecamente comunicativa e iper informazionale della nostra società. La bolla comunicativa all’interno della quale siamo tutti racchiusi, rende logorroici anche coloro i quali un tempo erano soggetti che dosavano come pillole la propria verbosità. La natura della Rete e dei social in particolare è quella di trasmettere informazione h24, rinunciare alla propria indole riservata e aprire i rubinetti della propria oralità su tastiera. È un overload informativo che alla lunga diventa insopportabile, inutile, difficile da recepire per intero.

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Raffele Simone, saggista e docente di linguistica, recentemente ha scagliato i propri strali contro la Rete attraverso il suo ultimo libro, “Presi nella rete. La mente ai tempi del web”. Nel saggio il filosofo racconta, parafrasando le malebolge dantesche, del comportamento umano contemporaneo cambiato inesorabilmente dalle nuove tecnologie. L’immagine dei viaggiatori del treno è l’esatta fotografia del vaso di Pandora all’interno del quale ci siamo volentieri racchiusi. Tutti, nessuno escluso, premono tasti, conversano, guardano schermi, strisciano compulsivamente il dito indice con occhi spalancati, in trance informatica e ossessivo comunicativa. Questa scena l’ho potuta osservare molto spesso nei miei spostamenti di lavoro, e le prime volte ne sorridevo amaramente, per poi accettarla come routine quotidiana. È in atto, afferma Simone, l’avvento di una nuova intelligenza, un nuovo tipo di schema ragionativo in cui predomina un’attitudine a cogliere eventi diversi che accadono contemporaneamente sugli schermi dei nostri smartphone, pc e tablet. La nuova intelligenza simultanea dell’homo videns, o meglio dell’homo digitans, ha sostituito l’antica capacità sequenziale dell’homo sapiens. Il risultato è la nascita e la proliferazione di un soggetto attirato dalla facilità di guardare piuttosto che dalla fatica di leggere. Del resto, e qui sopraggiunge il Simone filosofo sullo scrittore, lo stesso Platone denigrava il discorso scritto rispetto a quello parlato, intuendo abbondanti secoli prima, gli effetti che alcuni media possono avere sulla mente degli uomini.

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Oggi siamo di fronte a un atteggiamento generale comportamentale che è esatto definire compulsivo verso i media, in particolare verso la Rete, responsabile sia della modifica dei nostri comportamenti sia dello spostamento della nostra mente in direzione di un’estrema semplificazione e approssimazione basata essenzialmente sul dominio del visivo rispetto alla contemplazione. A farne le spese è la conoscenza, in particolar modo la diminuzione cognitiva in atto soprattutto nelle giovani generazioni che rende quest’ultimi esperti nel cucire i tanti frammenti di cultura trovata in Rete e tratta da varie fonti anche di dubbia qualità, per costruire poi una presunta conoscenza. È il regno e l’apoteosi del copia e incolla che affossa forse definitivamente l’intelligenza sequenziale in quella che Simone ha chiamato Mediasfera. In questo mondo dove regna la finzione e in cui i fatti raccontati non sempre vengono recepiti come veri dai soggetti, ma come narrazione a fini di intrattenimento spettacolare, inevitabilmente diventiamo più stupidi a causa di un affastellamento continuo di informazioni che non vengono quasi mai interiorizzate, ma solo vissute vicariamente attraverso un racconto fatto di immagini. Forse ha ragione de Kerckhove nell’affermare che la Rete è diventata la memoria collettiva, essa pensa per noi e risponde ai nostri quesiti. Ma siamo proprio sicuri e in grado di porre le domande giuste?

Andrea Alessandrino

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