Crisi terroristica in Burkina Faso

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Oltre all’emergenza climatica, da qualche anno a questa parte il Burkina Faso sta attraversando anche una profonda crisi terroristica che finora ha mietuto centinaia di vittime.

Si contano 37 morti e 60 feriti nell’attentato terroristico dello scorso mercoledì 6 novembre a un convoglio di cinque autobus, che stava trasportando degli operai in un sito minerario gestito da una compagnia canadese Semafo, già vittima nel 2018 di altri attacchi da parte di estremisti.

L’avvento del terrorismo, in quello che è considerato uno dei paesi più poveri al mondo, è iniziato nel 2014 dopo la morte del presidente Blaise Compaore e da allora si contano più di 500 vittime in tutto il paese.

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Per comprendere meglio questo fenomeno bisogna partire dalla la situazione socio- economica del Burkina Faso, in cui la popolazione è divisa in etnie e gran parte delle tribù conducono una vita nomade, soprattutto dopo il prosciugamento di alcuni bacini idrici che le costringono a spostarsi altrove per trovare mezzi di sussistenza.

Inoltre, il 65% della popolazione è di fede musulmana, mentre la restante parte è cattolica. Nonostante questo tra le varie tribù da anni si è instaurato un forte dialogo inter-religioso. Questo però non è bastato a frenare l’ascesa di gruppi di estremisti islamici nei territori settentrionali del Paese, favoriti anche dall’incapacità di un governo che non riesce a contrastarne l’avanzata. E allora da più di quattro anni sono sempre più frequenti attacchi terroristici e razzie in diversi villaggi. La paura ha preso il sopravvento e quasi 500.000 persone sono state costrette a lasciare le proprie abitazioni per sfuggire ai gruppi jihadisti.

Tra i gruppi terroristici sorti nel Pese, che hanno legami con lo Stato Islamico, ci sono Ansar ul Islam e il Gruppo di sostegno all’islam e ai musulmani. La loro ascesa è stata resa possibile anche perché il Burkina Faso confina con paesi come Mali e Niger, in cui si estende un rete di traffico illegale di droga, armi ed esseri umani.

La situazione è divenuta allarmante nel 2016, quando si verificarono i primi attentati nella capitale Ouagadougou. Da quel momento, infatti, il governo e l’esercito si sono dimostrati inefficaci nel contrastare quello che è considerato un veleno per il Paese.

Infatti, il terrorismo gioca sulla povertà in cui versa la popolazione, e prendendo a modello proprio lo Stato Islamico, questi gruppi jihadisti, con le loro rappresaglie nei villaggi, si proclamano protettori dell’islam, al solo scopo di minare il dialogo inter-religioso che ha sempre caratterizzato il Burkina Faso. La religione diventa così una scusa per continue stragi e violazioni dei diritti umani, che sono soggetti a indifferenza da parte di autorità incapaci, che secondo alcuni sono anche in combutta con questi gruppi. Per molte etnie non c’è futuro e i giovani, spaesati e abbandonati dalla speranza, vengono comprati con false promesse e si arruolano tra le fila di questi gruppi terroristici.

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Ad oggi si contano più di 400 attacchi in tutto il Pese, e gli obiettivi più frequenti sono villaggi, moschee, siti minerari e basi militari.

In reazione a questi gruppi di estremisti, si sono creati dei gruppi civili di autodifesa chiamatikoglweogo. La maggior parte dei loro membri appartengono all’etnia mossi.

Con il tempo però i loro metodi sono stati giudicati brutali al pari di quelli estremisti.

Nel 2017, in un accordo con la Mauritania, il Ciad e il Naiger, il Burkina Faso ha costituito la Forza antiterrorismo del Sahel, dal nome dalla striscia di terra subsahariana che si estende dall’Oceano Atlantico al Mar Rosso. Si tratta di un contingente di 5000 soldati messi a disposizione dai paesi firmatari per contrastare il terrorismo.

Francesco Ambrosio

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