Corea del Nord

Yong-chol e Yo-Jong riappaiono in pubblico

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Il 27 febbraio, com’è risaputo, nella neutralissima Hanoi ha avuto luogo quello che nelle intenzioni doveva essere uno dei più storici ed importanti incontri dell’epoca moderna ma che, di fatto, si è trasformato in breve tempo in una delusione per la maggior parte degli osservatori internazionali e per chiunque desiderasse un mondo di pace: il summit fra Nord Corea e Stati Uniti sulla riconciliazione politica dei due Paesi. Quel giorno, il dittatore Nordcoreano Kim Jong-un formulò al Presidente statunitense Donald Trump quella che doveva essere un’offerta in grado di cambiare definitivamente il destino dei due Paesi: la nazione asiatica avrebbe smantellato il proprio reattore nucleare Yongbyon, ed in cambio avrebbe ottenuto l’alleggerimento delle sempre più stringenti sanzioni. Contrariamente alle aspettative, però, il Presidente Trump rifiutò l’accordo decidendo dapprima di rilanciare con una nuova offerta e, quando quest’ultima venne rifiutata, di abbandonare anzitempo l’incontro.

Com’era inevitabile, il leader nordcoreano non perse tempo prima di trovare dei capri espiatori per la figuraccia internazionale e per l’umiliazione subita, individuandoli quasi subito in quelle che dovevano essere due figure chiave del suo establishment. Il primo era Kim Yong-chol, potentissimo capo dell’intelligence nazionale nonché braccio destro del dittatore e figura centrale nell’ambito dei rapporti bilaterali con gli Usa (nel 2018 aveva avuto addirittura l’onore di essere invitato alla Casa Bianca).

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La seconda figura proveniva invece dalla stessa famiglia del leader politico: si trattava di sua sorella Yo Jong. Sarebbe difficile ridurre i loro rapporti ad una mera relazione tra fratelli: in realtà, i due avevano trascorso insieme alcuni dei momenti più importanti della propria vita, arrivando a creare tra loro un’amicizia e un’intimità assai rara perfino tra due parenti. Nei quattro anni in cui Kim aveva studiato in Svizzera, il padre gli aveva ordinato, per evitare qualunque condizionamento esterno, di trascorrere la maggior parte del proprio tempo isolato e senza poter interagire con i propri coetanei; ebbene, in quel periodo buio vi era solo una persona con cui il futuro dittatore era autorizzato a parlare: sua sorella Yo, anch’essa in Europa per ragioni di studio. Tornata in patria, Yo Jong aveva approfondito i propri studi laureandosi in informatica, venendo peraltro in quel periodo a conoscere quella che sarebbe presto divenuto la sua migliore amica, Eun-gyong, figlia di una donna giapponese fatta rapire nel 1977 proprio dal nonno di Yo. Ad ogni modo, quasi immediatamente le capacità della sorella del dittatore, unite al desiderio di quest’ultimo di sostituire gli elementi più anziani del proprio gabinetto (ritenuti a lui ostili) con altri più giovani, fedeli, e soprattutto maggiormente disposti ad apprezzare le sue qualità, portarono la nostra protagonista a divenire parte integrante dei vertici del “partito del lavoro in Corea”, prendendo il posto di suo zio Jang Song-thaek, accusato di tradimento dalla giustizia sommaria e fatto sbranare da 120 cani affamati.

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Purtroppo, però, proprio la rilevanza acquisita all’interno dell’esecutivo, al pari delle responsabilità cui erano chiamati, rese la loro situazione particolarmente difficile non appena gli insuccessi diplomatici di Kim Yong-un portarono il Paese in un clima di tensioni e di sconforto. Per un lungo periodo, Yong-chol e Yo jong vennero banditi non soltanto dai principali uffici politici nazionali, ma perfino dalla maggior parte delle celebrazioni ufficiali e, più in generale, da qualunque possibile attività pubblica. I media di tutto il mondo s’interrogarono a lungo sul destino che potesse essere spettato ai due: furono in molti ad asserire, non senza una certa insistenza, che l’ex numero uno dell’intelligence era stato mandato ai lavori forzati e che la sorella del dittatore, al contrario, era stata caldamente invitata dal fratello a mantenere un basso profilo per il resto della propria vita.

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Per diversi mesi dei due non è stato possibile avere alcuna notizia: la “riservatezza” del regime coreano, unita alla delicatezza della questione, ci ha costretti non solo a interrogarci su quali fossero state le sorti dei due malcapitati senza trovare alcuna risposta certa, ma perfino a pensare che in fondo le più pessimistiche voci sul loro conto potevano non essere poi del tutto infondate. In molti avevano forse perso la speranza riguardo il fatto che tale ambigua vicenda potesse avere un esito positivo, eppure, proprio nella giornata di ieri ed a distanza di poche ore l’uno dall’altro (difficile pensare che possa essere stata una semplice coincidenza), i due sono tornati, sia pur in circostanze ben diverse, a palesare la propria presenza. Yong-chol è infatti stato ripreso dalle telecamere della Kcna (la televisione nazionale nordcoreana) nell’ambito di un servizio dedicato alle forze armate della nazione, mentre Yo sarebbe stata vista in occasione de “I giochi del popolo”, un importante evento di massa organizzato ogni anno a Pyongyang. Entrambi sono apparsi sereni ed in buona salute, smentendo conseguentemente gran parte delle speculazioni sul proprio conto proprio quando essere iniziavano a divenire più insistenti; tuttavia, non è escluso che possano essere tutt’ora sotto processo.

A questo punto, verrebbe spontaneo interrogarsi sulla possibilità che tali avvenimenti siano stati il semplice frutto di un’abile operazione propagandistica da parte del regime o se, più semplicemente, questa volta la crudeltà del dittatore nordcoreano sia stata sopravvalutata attribuendogli un’epurazione che di fatto egli non avrebbe mai realmente compiuto. Qualunque sia la risposta che vorremo dare a queste domande, tuttavia, esse non potranno distogliere le nostre attenzioni su quanto tesa rimanga la situazione nella nazione asiatica. D’altronde, il semplice fatto che Kim Jong-un possa essere stato accusato con così tanta credibilità di aver perpetrato dei crimini tanto cinici ai danni di due dei suoi più fedeli e leali collaboratori, lascia intendere che la situazione è ben lontana dall’essere risolta e che oggi, in Corea del Nord, basta un minimo errore per essere legittimati ad aver paura.

Gianmatteo Ercolino

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