Column, il social solo per pochi (e ricchi)

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Si chiama Column e diventerà a breve il primo social network solo per ricchi e ultra milionari. Il mondo dei social è un mondo in continua evoluzione e acquisizioni a suon di milioni di dollari, ed è anche un mondo in cui ormai semplici piattaforme stile Facebook stanno salendo sempre più a noia degli utenti. Nasce così l’idea di settorializzare e segmentare ancor più un mondo virtuale già di per sé diviso per aree di interesse. Il nuovo arrivato nelle piattaforme di condivisione è dunque un ennesimo esempio di tentativo di chiusura e filtraggio all’ingresso, un social in cui solo pochi eletti, in base al censo, possono interagire tra loro perché rappresentative di note figure di spicco del mondo di Hollywood, della finanza, miliardari e premi Nobel.

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La versione ricca di Facebook, chiamata Column, vorrebbe essere un progetto originale, ovvero materializzare l’idea di creare un posto in cui finalmente utenti di alto lignaggio, attraverso post e commenti, possano rendere noi poveri mortali un po’ più intelligenti ed edotti grazie alla lettura e agli interventi di figure obolo dotate che, si spera, popoleranno Column. In questo senso tra i primi a sposare la causa di Column vi sarebbe l’attore Leonardo Di Caprio, l’imprenditrice e filantropa vedova Jobs, Laurene Powell, oltreché Elon Musk, CEO di Tesla e Neuralink e co-fondatore di PayPal, la società americana di pagamento digitale. Chi vorrà iscriversi a Column dovrà pagare 100mila dollari per entrare in contatto (creare una community privata, colonna, appunto) con persone del suo stesso calibro e fruire di conseguenza di contenuti di alta qualità. Per capire le grosse cifre che sono dietro a questo progetto, basti dire che per finanziare il progetto è necessaria una quota di circa 50 milioni di dollari e, come detto poc’anzi, di un esborso economico notevole ad appannaggio di vip e altre personalità dal ricco portafoglio.

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Se la peculiarità di questo nuovo social è l’uso esclusivo da parte dei super ricchi, una differenziazione rispetto agli altri noti social per comuni mortali sarà il famigerato tasto like: al suo posto vi sarà infatti il pulsante “truth” (verità), con il quale sarà possibile effettuare il fact checking degli argomenti trattati e accertarsi che l’argomento postato sia veritiero e non una bufala. La ragion d’essere di Column però si potrebbe meglio individuare non tanto nell’esclusività di un club per ricchi, quanto nella morbosa curiosità di molti nel voler conoscere, dalla loro viva voce, cosa fanno i miliardari, il quotidiano della new economy. Nello scoprire ciò che si cela nelle stanze delle residenze dorate dei ricchi, Column cercherà di assumere le sembianze di un social in grado di ispirare chi scrive a ragionare su determinate tematiche legate, per esempio, al business, e spingere chi legge ad approcciarsi a un determinato modo di pensare o, meglio, a una certa modalità di acquisto.

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Dietro il semplice atto di nascita di un ennesimo social si potrebbe intravedere un’evidenza epistemologica, ovvero Column con la sua filosofia improntata a creare una casta di utenti esclusivi e istituzionalizzare un social plutocratico, non fa altro che rendere sempre più lampante l’idea che la nostra società, nonostante i proclami all’apertura culturale, sia piena di paradossi e di chiusure. La surmodernità, il cui prefisso caro a Freud indicava l’abbondanza di cause atte a complicare l’analisi degli effetti, sta lì a indicarci un’architettura materiale e virtuale in cui si tende a costruire barriere, confini, frontiere piuttosto che mobilità, accoglienza, elasticità. È uno dei mille paradossi a cui ormai siamo abituati stretti come siamo tra una globalizzazione forzata e onnivora e un’idea di mondializzazione di là da venire.

Andrea Alessandrino

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