Canone Rai, perché…

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Il canone Rai, rimasto fermo a 113,5 euro all’anno, al momento di questo scritto ha visto terminare il tempo utile per il versamento. Questa resta una delle imposte più odiate dagli italiani, con l’evasione stabile attorno al 27% più gli abbonati in mora. La ragione sta, secondo il parere di alcuni, nella qualità percepita del servizio che, secondo dati pubblicati di recente, è giudicata molto buona solo dal 4% degli italiani. E siccome il nostro Paese è il primo consumatore di tivù in Europa con 261 minuti al giorno, il giudizio è da ritenersi attendibile.

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Guardando il bilancio 2013 della Rai, mentre i ricavi pubblicitari calavano dell’8,5% rispetto al 2012 a 682 milioni di euro, il gettito del canone aumentava dello 0,4% a 1,755 miliardi di euro. L’anomalia non è il crollo della pubblicità, determinato dalla crisi e riguardante un po’ tutto il settore dei media, ma quel più relativo al canone. Per esempio, il principale concorrente della Rai, Mediaset, nel 2013 ha accusato un calo dei ricavi in Italia dell’8,7%. L’azienda di casa Berlusconi nel 2013 ha avuto quasi gli stessi ricavi di quella di Viale Mazzini con un costo del personale inferiore del 50%. Produrre un euro di pubblicità alla tivù di Stato ne costa tre; si potrebbe anche aggiungere che con 1,7 miliardi di canone all’anno ci si potrebbe aspettare molti minuti in meno di spot.

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Ma quanti sono gli abbonati Rai che sanno esattamente come funziona la macchina aziendale? Pochi, forse. Perché Viale Mazzini è davvero di tutto di più quando si tratta di poltrone. Organigramma alla mano l’azienda guidata da Luigi Gubitosi conta ben 46 Direttori, assistiti da un esercito di vice, una nutrita pattuglia di Presidenti di Consigli di Amministrazione e Amministratori Delegati vari.. Insomma, un “testa” bella grande quella che si muove a viale Mazzini e che costa al contribuente circa 10 milioni di euro, considerando una retribuzione media lorda di 200 mila euro all’anno a Direttore. Testa alla quale bisogna aggiungere il Consiglio di Amministrazione di nomina politica. Otto Consiglieri più il Presidente con relativo staff. Altri 2 milioni di euro da sommare ai 10 precedenti. Ovviamente la stima di 12 è nettamente per difetto. Arrivati a questo punto della storia la domanda è più che legittima: ma davvero servono 46 direzioni, con annessi e connessi, per gestire la Rai? Oppure si potrebbe fare con molto meno, come in tutte le altre aziende?

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Perché a ogni Direttore corrisponde uno status ben preciso, e non solo economico, fatto di ufficio, segreteria e personale a disposizione. In molti casi si tratta di inutili raddoppi d’incarico, in modo da accontentare questo o quello. Solo per la comunicazione, declinata in tutte le salse, esistono quattro Direttori con relativi vice. Se poi uno fa parte del “cerchio magico” di Gubitosi, alla Direzione si somma pure la Presidenza di una controllata Rai. Alla faccia della crociata lanciata dallo stesso Direttore Generale contro i doppi incarichi. La struttura di Mediaset, per dire, è decisamente più agile e snella, in sintonia con i tempi. In Rai no, tante Direzioni per tutte le correnti politiche, come se la logica della spartizione non fosse mai morta. Eppure Viale Mazzini insiste nel parlare di riduzione dei costi e tagli. Ma considerando la gestione Gubitosi sono arrivati nella tivù pubblica non meno di 14 nuovi manager, presi dall’esterno. Tutte nomine nel segno del Direttore Generale. Altra domanda: perché puntare sugli esterni quando a viale Mazzini si contano quasi 300 dirigenti? Non è un caso se la Corte dei conti, a seguito di un esposto presentato dall’esponente di Forza Italia Renato Brunetta, stia indagando su questa anomalia tipicamente italiana. Fatta di buone intenzioni ma pessime applicazioni pratiche.

Francesco Mavelli

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