CAOS ILVA: SCIOPERI PER STRADA, CORI IN PARLAMENTO

Le richieste di ArcelorMittal infiammano la Camera, sindacati proclamano sciopero di 24 ore

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ArcelorMittal, azienda multinazionale franco-indiana, è presente in 60 paesi con siti industriali in 19 di questi. Tra i cinque maggiori produttori al mondo di minerale di ferro e carbone metallurgico, il colosso è nato nel 2006 dalla fusione della Arcelor e la Mittal Steel Company. Il quartier generale si trova a Lussemburgo. L’azienda è vincolata all’ex ILVA di Taranto da un contratto di affitto che dovrebbe evolversi in acquisizione nel giro di un paio d’anni – il contratto era stato firmato alla fine del 2018, dopo una lunga trattativa. Si impegnava a un investimento complessivo di circa 4 miliardi di euro nell’impianto, tra interventi di bonifica e messa a regola degli impianti e nuovi investimenti, e a mantenere tutti i dipendenti della più grande acciaieria d’Europa. L’annuncio di voler rescindere il contratto, il 4 novembre scorso, ha scosso immediatamente non solo i dipendenti, ma l’intera classe politica. Due giorni più tardi, al vertice durato circa tre ore, hanno preso parte il premier Giuseppe Conte con un folto gruppo di ministri (Patuanelli, Gualtieri, Provenzano, Speranza, Bellanova, Catalfo). Per ArcelorMittal, difesa dagli avvocati dello studio Cleary, erano presenti il patron indiano Lakshmi Mittal e il figlio Adyta Mittal.

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Con l’attuale crisi globale dell’acciaio – che si sta facendo sentire anche in Paesi come Germania, India e USA – e il rischio di dover spegnere alcuni altoforni per ordine della magistratura, sostengono i manager, l’investimento in ILVA non è più conveniente. Le condizioni per proseguire sono tre: ripristino dello scudo legale (che rappresenta il nodo dello scontro politico), autorizzazione al licenziamento di circa la metà degli attuali dipendenti (circa 10mila) e riduzione della produzione-obiettivo da sei a quattro milioni di tonnellate; infine, l’approvazione di una legge che permetta di tenere aperti gli altoforni sotto esame della magistratura per ancora 14-16 mesi. In caso di rifiuto proseguirà il percorso legale che ha già avviato per sciogliere il contratto. Conte ha chiesto a Lakshmi Mittal e a suo figlio di aggiornarsi dopo massimo due giorni per una nuova proposta. Si ipotizza una nuova cordata che non riguarderebbe necessariamente Jindal o AcciaItalia. Senza un investitore, lo stabilimento tornerebbe sotto gestione commissariale e sarà necessario trovare gli svariati miliardi che servono per proseguire il piano ambientale e mettere in sicurezza la città di Taranto. Il fronte sindacale dei metalmeccanici si era diviso su come rispondere alla mossa dell’azienda – con la Fim-Cisl che aveva proclamato 24 ore di sciopero e le altre due sigle principali Uilm e Fiom che avevano preferito attendere l’esito del confronto con l’esecutivo. Ieri invece le tre sigle sono tornate unite, proclamando uno sciopero di 24 ore dalle ore sette di stamattina, coinvolgendo tutti gli stabilimenti del gruppo e non solo Taranto. “Condizioni provocatorie e inaccettabili”, avevano sottolineato proclamando lo sciopero. Dell’alternativa, chiudere l’ILVA, nessuno sembra aver voglia di parlare, né tra l’opposizione, né tanto meno tra le forze di maggioranza.

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Intanto alla Camera, nella sua informativa urgente, il ministro dello Sviluppo Economico Stefano Patuanelli ha ricordato come l’offerta presentata da ArcelorMittal non fosse in nessun modo condizionata ad una modifica normativa che estendesse la cosiddetta immunità penale al 2023, auspicando soltanto un intervento in tal senso. Per di più, il decreto che ha eliminato lo scudo penale “non ha però comportato una modifica del piano ambientale o del dpcm 2017, elemento necessario per far insorgere il recesso”. Ripercorrendo l’intera vicenda dal 2012 ad oggi, il titolare del Mise ha ricordato che in sede di gara e di aggiudicazione il piano presentato da Acciai Italia “è stato giudicato migliore per piano industriale e piano ambientale” ma “la cordata guidata da ArcelorMittal ha vinto perché è stata ritenuta migliore la sua offerta” nella parte relativa al prezzo. Alla fine della relazione scatta la protesta leghista: "A casa voi, non gli operai Ilva", la scritta comparsa sui cartelli esibiti in Aula, dopo l’intervento del capogruppo Molinari. Gli ovvi cori al grido di "elezioni, elezioni"; l’intervento del presidente Fico, che richiama all’ordine. Pamphlet prevedibile. Il presidente del Consiglio, dopo il colloquio al Quirinale, convoca per le 17:30 le sigle sindacali. Al tavolo, oltre al presidente della Regione Puglia Emiliano e il sindaco di Taranto Rinaldo Melucci, i segretari generali di Fiom Cgil, Fim Cisl e Uilm: sciopero confermato in attesa di nuovi piani d’azione.

Lorenzo Pisicoli

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