BREXIT, SEMPRE PIU’ VICINA L’USCITA SENZA ACCORDO

Theresa May insiste per trovare un accordo, ma l’Ue chiude ai negoziati

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Martedì sera il Parlamento britannico ha votato una serie di emendamenti su Brexit, dopo che lo scorso 15 gennaio aveva bocciato a larghissima maggioranza l’accordo trovato tra il governo di Theresa May e i negoziatori europei. Il Parlamento, che su Brexit è profondamente diviso, si è trovato d’accordo su due punti: che il governo dovrà fare tutto il possibile per evitare il “no deal“, cioè l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea senza accordo, scenario considerato da molti catastrofico; e che dovrà tornare a Bruxelles per rinegoziare il “backstop“, il meccanismo inserito nell’accordo tra May e l’UE per evitare la creazione di un “confine rigido” tra Irlanda e Irlanda del Nord.

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L’Unione Europea, però, non ha intenzione di riaprire la trattativa. Dopo le dichiarazioni sfavorevoli del presidente francese Emmanuel Macron, il 30 gennaio sono arrivati i no anche del presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker e del capo negoziatore Ue Michel Barnier. Intervenendo al Parlamento europeo, Juncker ha aggiunto che il voto del Parlamento britannico ha fatto aumentare di molto le probabilità di un “no deal”, ovvero di un’uscita del Regno Unito senza un accordo. L’indisponibilità del Parlamento europeo a rivedere i contenuti dell’accordo mettono la premier Theresa May in una posizione difficile.

Ma cos’è il backstop?

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L’accordo trovato tra la May e l’UE stabilisce che, dopo il 29 marzo, Regno Unito e UE entrino in un periodo di transizione di due anni, durante il quale saranno in vigore le attuali regole europee. Durante questo periodo, le due parti negozieranno nuovi trattati per regolare i loro rapporti post-Brexit. Entrambi si sono detti d’accordo sul fatto che una delle priorità dei futuri trattati dovrà essere quella di evitare la creazione di un “confine rigido” tra Irlanda e Irlanda del Nord, che dopo Brexit diventerà anche il confine tra Regno Unito e Unione Europea. Per questo nell’accordo su Brexit è stato inserito il “backstop”, un meccanismo di emergenza che si attiverà solo nel caso in cui alla fine del periodo di transizione le due parti non saranno riuscite a trovare un accordo che garantisca un confine permeabile tra Irlanda e Irlanda del Nord. Evitare il “confine rigido” è una priorità per l’Irlanda, paese membro della UE. La questione non è solo economica ma anche e soprattutto politica.

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Il futuro di Theresa May e del Regno Unito è reso ancora più incerto da emendamenti che sono stati votati il 29 gennaio. Alcuni emendamenti, che avevano il potenziale di cambiare le sorti della Brexit, sono stati bocciati dal Parlamento. Il primo era stato presentato dal leader laburista Jeremy Corbyn e chiedeva al Governo di escludere la possibilità di un “no deal” e di rimettere al voto popolare qualsiasi accordo sull’uscita del Regno Unito che venisse da loro approvato, ponendo quindi le basi per un secondo referendum. Il secondo, presentato da una deputata labour, Yvette Cooper, chiedeva invece di estendere l’articolo 50 del Trattato di Lisbona, rimandando la Brexit alla fine dell’anno. Il risultato è che Theresa May si trova attualmente a dover rinegoziare un accordo a cui l’Unione Europea ha dato parere contrario.

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Mancano poco meno di due mesi al giorno della Brexit (29 marzo 2019) e il “no deal” sembra purtroppo molto vicino. Inoltre, secondo le previsioni contenute nella bozza, la Gran Bretagna dovrebbe prepararsi a un “ritorno improvviso” di 150mila persone nei 12 mesi successivi al prossimo 29 marzo. Perché una eventuale Brexit “no deal”, senza quindi tutele per imprese e cittadini, potrebbe costringere al rimpatrio migliaia di britannici residenti in Europa.

Mary Divella

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