BEN VENGA IL SANO INDIVIDUALISMO

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Ultimamente va di moda la mortificazione dell’individualismo, un modo di vivere considerato come il male peggiore, da abbattere a tutti i costi in nome di una - finta - solidarietà sociale. Riflettendo con attenzione, il problema non riguarda la condizione in cui si trova la persona che, comprendendo il mondo, decide di aggrapparsi esclusivamente a se stessa evitando così parecchie delusioni. Il punto è che si contesta qualcosa che nei fatti esiste solo in minima parte poiché le persone per natura tendono a cercare aiuto o comprensione negli altri, dunque l’errore consiste nell’idea mal utilizzata di quel parolone (individualismo) usato per definire un fenomeno totalmente diverso. Oggi molti soffrono di cieco egoismo unito a una scarsa capacità di provare empatia, a una sgradevole indifferenza e, ultima ma non per importanza, a una insana insensibilità. Insomma, un disastro! La tendenza diffusa nuoce gravemente alla società e anche agli esperti d’egoismo, per il semplice fatto che induce a usare l’altro con il fine di raggiungere uno o diversi scopi personali. Non importa se il punto d’arrivo richiede di passare sopra il cadavere di qualcuno, l’importante è farcela in qualche maniera.

cms_8173/2.jpgA questo punto, ben venga l’individualismo esercitato con intelligenza, quello fatto di rigoroso amor proprio e che, seppur conduca - giustamente - a diffidare degli altri, non procura male ad alcuno. Chi aspira a una vita migliore e a obiettivi elevati deve tirar fuori una forza interiore notevole, cercando di barcamenarsi tra spinte e calci nel sedere. L’umanità muore quando si trasforma l’individuo in un oggetto, un futile mezzo di scambio; dare la colpa a una nozione anziché all’uomo pare screditare la gravità della questione, quasi a renderla un fenomeno estraneo ad esso. Dire che il problema è l’individualismo o l’egoismo permette di liberare l’essere umano dal peccato della colpa, e di continuare incuranti a peccare regalando sofferenza immeritata. E’ ora che ciascuno si prenda la responsabilità delle azioni compiute pensando a come rimediare al dolore procurato. Urge scavare a fondo affinché il marcio sia eliminato, non basta una sollecitazione alla coscienza, v’è la necessità di un cambiamento epocale. Si smetta per favore di dare un nome agli avvenimenti senza considerare le ulteriori implicazioni etiche, di parlare privandosi dell’esigenza di agire, di avere piuttosto che essere. Da qui occorre partire, dal desiderio di voltare pagina da soli e insieme agli altri.

Alessia Gerletti

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