Assenza di regole e superficialità individuale

La necessaria regolamentazione del far west del web

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Il caso di Cambridge Analytica ha certificato ufficialmente l’entrata in quella che si potrebbe definire l’era del relativismo digitale. Il sistema legato al trattamento dei nostri dati personali si è dimostrato molto fragile e soggetto a facili manomissioni in un luogo, il web, in cui l’unica certezza è l’assenza di certezze. I servizi in rete e in generale il mondo di internet hanno tolto definitivamente quel velo di genuinità e false promesse iniziali, e ora assistiamo all’appalesarsi di un mondo in cui noi utenti siamo sempre più visti come merce, come prodotti da vendere e da piazzare. I big data, snocciolati in small data per venire incontro alle più particolari esigenze merceologiche, fanno sì che dietro questa mole enorme di informazioni sulle nostre vite e sui nostri desideri, vi siano plutocratici interessi di bottega. L’assenza di regole e le deboli difese del web, consentono un attacco senza scampo nei confronti di ciò che rimane della tutela della riservatezza e dei diritti di miliardi di persone.

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Il vecchio continente, a differenza di altre potenze mondiali, si sta dotando di una nuova normativa rivolta alla tutela degli individui, la cui poi effettiva applicazione sarà, sul piano dei diritti personali, tutta da verificare nell’atto pratico. Il GDPR (General Data Protection regulation) in vigore dal 25 maggio, si applicherà a tutte le informazioni elaborate in Europa o da aziende con sede nella UE. Per l’utente comune ciò che cambia è il linguaggio della policy sui dati personali, da effettuare con chiarezza espressiva e semplicità. Un’altra novità è la figura del responsabile della protezione dati, ovvero un esperto in grado di sorvegliare su come verrà applicato il regolamento. In teoria il regolamento appare fondato sui buoni propositi, ma nell’atto pratico, come dicevo, bisognerà capire, in caso di violazione della normativa da parte dei giganti dell’hi-tech, quanto efficaci saranno le nostre azioni di rivalsa nei loro confronti. Vi è poi anche la questione dell’odio on line, sempre più diffuso sui social network, foriero di un clima generale di rabbia, di protesta, di esasperazione, di violenza intorno a temi sociali come l’immigrazione, i diritti delle donne, la sicurezza, l’omosessualità, le diverse etnie. Il clima sembra essere ideale per creare un contesto di destabilizzazione a livello politico per le scelte del cittadino e influenzarlo (negativamente) su fenomeni la cui natura è del tutto sovrastimata.

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Certo è che l’impatto dei cosiddetti new media sul dibattitto politico (inteso come dibattito attorno alla vita della comunità), ha raggiunto il suo culmine nel momento in cui per gran parte dei cittadini la perdita di valore di uno dei suoi diritti più sacrosanti, la privacy, è diventata una perdita irrilevante, un danno collaterale calcolato. I social network sono entrati pervasivamente nelle nostre vite non lasciandoci il tempo necessario per ragionare sulla loro reale portata e sulle loro enormi potenzialità, per esempio, nell’operare distorsioni volontarie del dibattito pubblico. Internet è un mezzo potentissimo, e in questa scalata nel potere di persuasione ha scavalcato la televisione. Parlare di spirito democratico a rischio non è del tutto sbagliato, considerando ciò che riguarda come detto l’utilizzo commercial-persuasivo e politico-elettorale dei dati. Attivare le giuste e mirate difese spetta alla politica, sperando che questa smetta di usare corporativamente i propri mezzi a difesa degli interessi di bottega del potentato del web.

Andrea Alessandrino

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