Analfabeti e felici: quando i sentimenti sono più importanti dei fatti

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La sfida è stata lanciata, grazie anche all’intervento di esperti, intellettuali, studiosi. Sul campo si affrontano due distinte e al momento inconciliabili categorie di persone: da una parte gli esperti dei settori più disparati delle società a democrazia avanzata, dall’altra il resto della popolazione. Quest’ultima ha come luogo di ritrovo per descrivere le proprie opinioni forgiate a colpi di emozioni, all’interno delle piattaforme social, centro nevralgico per ricevere informazioni a uso e consumo del proprio sentiment da smistare hic et nunc nel mare magnum del web. È un proselitismo iperfazioso e campanilistico, spesso condito da una buona dose di rabbia, odio e cattiveria verso il prossimo, identificato prima nel politico, poi nello straniero (categoria extra large nella quale vanno a ricadere tutti coloro i quali sono “estranei” a un dato prototipo umano in vigore in un preciso momento storico, vuoi per colore della pelle, vuoi per atteggiamento religioso, vuoi per opinione diversa), successivamente in chi professa idee diverse dalla maggioranza. Intavolare un dibattito, un semplice pourparler, rischia di trasformarsi dopo pochi attimi in un’accesa discussione dai risvolti faziosi, violenti e inconcludenti per le parti, ferme e decise sulle proprie posizioni di partenza e ben lungi dal ricredersi. È una tendenza diffusa a macchia d’olio non solo per esempio negli Stati Uniti (ne parla diffusamente e con piglio severo Tom Nichols nel suo ultimo libro), ma che si ritrova anche nel vecchio continente.

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Il nostro Paese è noto per essere popolato da campanilismi territoriali e ideologici, muri invalicabili per chi tentasse di voler convincere, con la bontà e la giusta dose di competenza accademica, un’altra persona. I tempi tristi che stiamo vivendo rendono i fragili equilibri conquistati in anni di dure lotte politiche, sindacali e di genere, ancora più instabili se non sull’orlo del collasso. Alla base delle continue dispute su qualsiasi argomento provvidenzialmente all’ordine del giorno dell’agenda algoritmica dei social, infarciti di trend topics e di suggerimenti ad hoc per gli utenti attentamente profilati, vi sono temi pret a porter per creare contrasto e infoltire la già nutritissima schiera di presunti esperti e tuttologi. È un atteggiamento che definirei a dir poco presuntuoso, a tratti arrogante, tipico, ripeto, di noi italiani, e di chi appare annoiato dalle parole degli esperti perché volutamente ignora ciò che riguarda l’amministrazione del proprio Paese, falsamente convinto della presunta arroganza di chi è più capace e preparato. Alla base dunque di un atteggiamento che tende a svilire le potenzialità soggettive di apprendimento culturale e ad abbassare le competenze del singolo, vi sarebbe una contraddizione di fondo. L’avvento dei social, fonte inesauribile tra le altre cose di informazioni per molte categorie di utenti, ha incrementato sì la percentuale di persone che leggono contenuti e che li condividono o li commentano, ma nel contempo ha abbassato drasticamente la capacità di comprensione del testo e della sua interpretazione, dell’elaborazione critica di ciò che si sta leggendo, portando a elaborare proprie, errate, falsate, controproducenti, conclusioni sui temi proposti (artatamente) dalle piattaforme social. Sto parlando della competenza di lettura raggiunta dai paesi dell’Ocse, tra cui l’Italia, misurata dai test Pisa.

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Nell’ultima analisi relativa al 2015 e con riferimento a ragazzi che hanno compiuto la maggior età nel 2018, l’Italia ha una media dello 0,6% di quindicenni che raggiunge il livello più elevato di preparazione contro un livello della media Ocse dell’1,1%. Il test Pisa è diviso in livelli, e il raggiungimento del livello 2 vuol significare saper costruire un significato di un testo appena letto. Il livello 6 invece consiste nella capacità di effettuare confronti integrando, per esempio, informazioni da più testi; il livello 5, raggiunto dal solo 5,1% degli studenti italiani porta a elaborare un’esegesi del testo che implica una primaria comprensione del contenuto. Numerosi fattori concorrono a un pericoloso analfabetismo funzionale di cui i giovani italiani (e non solo loro) sembrano soffrire tremendamente. Scarsa cultura (4 italiani su 10 dai 25 ai 64 anni non hanno un diploma), poca formazione continua dopo la licenza media, poca voglia di mettersi in discussione, il credere apoditticamente ai social e alle loro newsfeed, la crescita di una politica basata sul populismo come arma elettorale e di propaganda a poco prezzo, il seminare giorno dopo giorno messaggi di facile presa emozionale che fanno leva su un atavismo ancestrale come la paura e l’odio. Sono, se presi tutt’insieme, prodotti di un ormai lungo sonno della ragione in cui è avviluppata un’opinione pubblica non più in grado di proporre un vero e decisivo cambiamento culturale.

Andrea Alessandrino

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