Allegoria della tensione: Solchi. La parabola si compie nei risvegli di Maria Allo

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«La parabola si compie nei risvegli»: questa frase, tratta da un verso e che costituisce la seconda parte del titolo della raccolta di Maria Allo, consolida, man mano che si scorrono i componimenti qui raggruppati, il suo ruolo di punto di riferimento costante, lanterna alla lettura e, insieme, di mistero che non può e non vuole essere ridotto a una formula di spiegazione, per quanto acuta, per quanto illuminante, per quanto prossima allo stato delle cose la spiegazione possa essere. Le manifestazioni del termine parabola si articolano e si mescolano: narrazione esemplare e allegoria, curva e andamento ellittico si gettano, non di rado precipitano, tendono al compimento in quei risvegli anch’essi polisemantici. Si destano i sensi, si desta la coscienza, la rivelazione si cela e si mostra, risale in superficie, colta in un contrasto, in una effusione, in una esplosione di colore e materia.

cms_4370/Maria_Allo.jpgLa tensione è narrata, afferrata, attraversata; è una tensione che alimenta lo scorrere del tempo e che nutre la condizione umana, che scuote la natura, con tremende deformazioni o improvvise trasfigurazioni all’occhio attonito delle creature. Vale la pena soffermarsi, dunque, su ciascuno di questi elementi che innervano la voce poetica di Maria Allo.

La tensione è innanzitutto ricerca della luce, che, come rivela l’analisi delle occorrenze, è termine centrale, meta costantemente perseguita e perennemente insediata da un patire che assume di volta in volta le sembianze di Weltschmerz, ovvero di sofferenza che pervade il mondo intero e ogni cosa al mondo, e di affanno del singolo individuo. Si alternano così dichiarazioni come quella contenuta nel compiuto distico, composto da un endecasillabo e da un settenario, che apre e chiude il secondo componimento della raccolta - «un dolore ci sgretola la luce/ ovunque sulla terra» - al tendere i sensi anelanti, come avviene già all’inizio del quarto componimento: «Tendo orecchio ai voli che generano luce».

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La prevalenza della prima persona plurale quando oggetto del dire poetico è la condizione umana si manifesta anch’essa con considerevole frequenza, soprattutto quando l’intenzione è quella di sottolineare l’appartenenza a un comune dolere. Similitudini e metafore si susseguono, allora, per segnalare la cifra dell’esistenza terrena di tutti i viventi: «Siamo alberi anche noi/ flussi di linfa e venature/ che il tempo attraversa come all’inizio,/ radici e semi in attesa dei frutti,», «e noi una sola polvere», «noi eravamo indocili radici», «fanno di noi deserto e vuoto» o, ancora, sfruttando appieno la duplicità del termine “arsi” e l’appello ad altri contesti di riferimento, familiari a chi scrive: «noi arsi di grafemi».

La natura, presenza costante nei versi di Maria Allo, è senz’altro dominante in questa raccolta. Campeggiano i suoi colori, i suoi bagliori furtivi, le sue grazie, ora quasi ritrose, ora decisamente irruenti, ma, soprattutto, i brontolii reconditi e i suoi scoppi furiosi. È significativo che, a differenza del tempo, che assurge a entità mitologica comparendo in prevalenza con la maiuscola di un nome proprio, il vulcano che signoreggia nell’isola natia sia sempre indicato con la lettera minuscola. L’etna, non l’Etna, quindi, dirige la sinfonia di tutte le stagioni, una sinfonia che predilige l’allitterazione in ‘r’: è tutto un esplodere di termini come “fragore”, “crepa”, “cortecce”, “sciabordio”, “frastuono assordante”, “screziato”, “crepato”, “si arrovella”, “irrompe”, “rumoreggia”, “si snervano”. Un trittico di constatazioni in negativo, tutte e tre caratterizzate da sostantivi che iniziano con “ri-“, scandisce un testo che appare nelle prime pagine della raccolta e che condensa la visione del mondo di chi scrive: «Non c’è rimedio», «Non c’è riparo», «Non c’è risposta». Eppure, anche in quel paradigma chiaramente declinato, è palese la tensione, dal momento che il contrasto si affaccia sotto forma di obiezione: «C’è ancora rimedio».

cms_4370/Maria_Allo.jpgQuando concede a se stessa la prima persona singolare, la voce poetica chiama a sé altre voci, evidenziate dal carattere corsivo; sono la voce, in dialetto siciliano, del padre, innanzitutto: «Attenta figghitta l’acqua d’aranciara non si bivi», la voce dell’altra metà dell’io, quella dubbiosa, oppure risoluta nel rivolgere un invito: «Tu associa i miei scritti/ alla tua pace» o, ancora, messaggera di lapidarie constatazioni: «A un tratto crolla la terra senza fondamenta».

Accanto al contrappunto, alle interlocuzioni, sono anche le variazioni stilistiche ad animare la scrittura e, di conseguenza, la lettura. L’attacco del terzo componimento della raccolta, che richiama i salmi biblici («Sembra vincere l’odio in questo mondo./ Vedete con quanta ferocia e astuzia/ Esulta nel dissetare la sua sete») si affianca pertanto, in uno scorrere mai interrotto da segni di interpunzione, al tono evocativo («Questo di lui ricordo»), a quello visionario («Un cerchio di tempo piange nudo su un sasso») e alla vera e propria invocazione («Così ti invoco/ Ti invoco e ti chiamo Anima»), mantenendo sempre viva la tensione anche nel modulare canti e asserzioni.

È l’alba, rifugio e promessa di rivelazione, che può essere «franta», non la tensione, che può essere attenuata, ma resta irriducibile. Irriducibile resta pure il mistero. Su questo principio, come affermato in apertura, non è dato esprimere dubbi. Solo l’ossimoro di un canto sgorgato dal tacere condiviso lascia scorgere un barlume di speranza, attraverso un futuro che, più che previsione, è ipotesi anelata: «Il senso di ogni andare/ sarà forse questo silenzio solidale/ allarga le braccia/ fino a sciogliere in canto/ il frastuono assordante/delle nostre esistenze».

Anna Maria Curci

Redazione

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