Alla ricerca del lettore perduto

Il monito di Tommaso d’Aquino e i consigli di Dante

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La locuzione sembra da attribuirsi a Tommaso d’Aquino, esponente della Scolastica ed eminente filosofo: Timeo hominem unius libri. L’ammonimento ieri come oggi è diretto a tutti coloro i quali fermano il loro apprendimento a poche nozioni provenienti da scarse e approssimate letture. Nonostante il forte e perentorio appello del frate domenicano divenuto santo, oggi le cose sembrano addirittura peggiorate. I numeri sui lettori in Italia pubblicati dall’Istat e relativi al 2017, registrano ancora dati a dir poco sconfortanti sulle abitudini di lettura dei nostri connazionali. Solo 4 persone leggono almeno un libro all’anno, con le donne in maggioranza rispetto agli uomini. Vi è poi la categoria del cosiddetto lettore forte che dall’aggettivo sembrerebbe denotare un accanito divoratore di pagine e pagine di libri e che invece trattasi di persona avvezza a leggere un libro al mese.

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Per completare il quadro già di per sé desolante, nell’indagine Istat è reso noto il dato del possesso dei libri negli scaffali e nelle librerie delle nostre abitazioni: poco più della metà delle famiglie italiane possiede meno di 50 libri e solo il 6,5% ha in casa più di 400 libri. Sarà dunque il possesso di libri nella propria abitazione a denotare la cultura, l’intelligenza e lo spirito critico di una persona? E se fosse così, chi non possiede alcun testo, fatta forse eccezione per i best seller culinari e i romanzi da quattro soldi, si denota come persona ignorante e poco avvezza al ragionamento? Certo che no, si potrebbe rispondere a domande sì spontanee ma dal forte sapore retorico, ma è anche vero che molto spesso chi non è avvezzo a un certo tipo di esperienza diretta con le pagine e la lettura, si dimostra altrettanto poco sensibile e carente di una giusta elasticità mentale al contrario di chi cerca le risposte giuste agli accadimenti contemporanei nella lettura di un saggio.

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La domanda allora potrebbe essere formulata diversamente e chiamare in causa altre e più profonde motivazioni di una lacuna intergenerazionale: e se la carenza di lettori non fosse causata da un mondo sempre più colmo di distrazioni? Nel 2017 il giornalista Charles Chu scrisse un articolo sulla rivista online Quartz in cui sosteneva che il tempo che passiamo sui social ogni anno coincide con il tempo che potremmo utilizzare invece per leggere ben 200 libri! Non credo che Chu volesse davvero affermare che i social media siano i nemici giurati della carta stampata; vi sono ragioni evidentemente più profonde che sottraggono le persone alla lettura, da ricercare in cause come il lavoro, i figli, la famiglia, le preoccupazioni, ecc. Rimane comunque la curiosità di fondo di quanto tempo le nuove tecnologie siano in grado di sottrarre ad altre attività, come appunto la lettura. Una volta era la televisione a essere definita una ladra di tempo e serva infedele (John Condry, 1993).

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Oggi questo ruolo è ad appannaggio delle principali piattaforme di condivisione, studiate per attirarci nella loro rete e nel dedicare molto del nostro tempo a consultare bacheche elettroniche o semplicemente a scrollare il wall di Facebook per capire cosa stanno dicendo o facendo i nostri amici. Ognuno di noi del resto può verificare autonomamente quanto tempo spende sui social scaricando una semplice app in grado di dirci quanti libri potremmo leggere se cambiassimo le nostre abitudini a usare i social.

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E’ un esperimento divertente che potrebbe far smuovere qualche coscienza, cambiare cattive abitudini e assumerne di più positive e propositive; come farci accompagnare da un buon libro nei nostri spostamenti quotidiani, lasciando che sia questo a impegnare gli spazi vuoti e le attese nelle nostre giornate, e senza soprattutto abdicare, presuntuosamente, a ritenersi edotti su qualsiasi argomento e tema all’ordine del giorno, e seguire il motto dantesco: fatti non foste a vivere come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza.

Andrea Alessandrino

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