Alla faccia della difesa dell’articolo 18

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Cosa sta succedendo negli oscuri labirinti dei sindacati? … Da una parte scioperano contro il “Jobs Act e la legge di Stabilità” ambedue targati Renzi, dall’altra però licenziano senza complimenti quando e chi pare e piace a loro. Alla faccia della tanto annunciata difesa dell’articolo 18. Questo è quanto sostengono alcuni lavoratori nei confronti dei loro ex datori di lavoro, i sindacati, responsabili, a loro dire, di averli «usati e cacciati».

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E di tenere una «doppia morale»: «Si mettono il vestitino bianco per scendere in piazza», lo sostiene Simona Micieli, licenziata dalla Cgil di Cosenza, «ma non vedono il fetido che hanno all’interno». Sono tante le storie simili a quelle di Simona. Tanto che, dopo le cause al sindacato, la 36enne ha deciso di fondare un comitato e un blog dove raccoglierle e documentarle. Comprese le vicende a lieto fine come quella di Marinella Tonini, licenziata dalla Cgil a Grosseto, riammessa al lavoro dal giudice, licenziata di nuovo. E riammessa ancora grazie all’articolo 18.

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Vally Benato di Padova che si è vista risarcire 43 mila euro dalla Filcams, il sindacato del commercio, per persecuzione Paolo Ferraro, di Cosenza, ex lavoratore cigiellino in nero. Ciro Crescentini licenziato dalla Fillea Cgil di Napoli, risarcito e reintegrato. Micieli ha raccolto circa 40 casi di licenziamento in tutta Italia. La maggior parte dei casi riguardano donne, lavoratori irregolari, accuse di mobbing e anche di gravi e continuate molestie sessuali. Si comincia come volontari con un rimborso spese dai 50 ai 350 euro al mese. Con la promessa, raccontano gli ex lavoratori, di «essere sistemati». Alla fine le parole restano sulla carta. Di fatto, è l’accusa, «si lavora in nero». Nonostante si svolgano compiti di responsabilità.

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È accaduto così a Simona. «Sono entrata in Cgil con il servizio civile», ricorda. «Mi dicevano: “Dai lavora, poi vediamo”. Ti ritrovi a fare militanza, a essere chiamata “compagna”, a sfilare in piazza con la bandiera a cantare Bella ciao». Per quattro o cinque anni ha continuato così, con un semplice rimborso benzina da 200 euro al mese. «Frequentavo corsi nelle sedi nazionali, mi facevano dormire in hotel a 4 stelle, mi offrivano bottiglie da 30 euro l’una», continua. «Insomma, mi trattavano come una dirigente».

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Salvo per il contratto che non solo non c’era ma neppure se ne parlava. Dopo le minacce di denunciare tutto alla stampa, il suo è diventato un caso mediatico, tanto che «intervenne anche l’allora Segretario Guglielmo Epifani. Fu così che mi assunsero part time a 600 euro al mese. Con la richiesta implicita, però, di lavorare full time». La situazione è poi degenerata. Simona si è messa in malattia ed è stata licenziata «per fine periodo». «Non potevo restare in malattia oltre quel periodo», spiega. Di lì la causa. Due anni di udienze che sono sfociati in una conciliazione. «Ho accettato la cifra che mi hanno proposto. Ma il fatto stesso che siano arrivati a questo punto dimostra l’ammissione di una colpa».

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Ora Simona è disoccupata senza alcuna prospettiva. «In Calabria, in Sicilia e in Campania», sottolinea, «la Cgil è una casta chiusa, un vero mostro. Se fai causa sei fuori». «Sono entrata in Cgil a 20 anni, in 10 anni li ho visti scioperare contro tutto e tutti», attacca pesantemente. «Il sindacato sopravvive con i patronati. Ma non c’è più rappresentanza. Siamo stanchi».

Francesco Mavelli

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