Alitalia, decreto ad hoc per prestito ponte

Gruppo Gedi, chiuso l’accordo De Benedetti-Elkann - Arrivano gli arretrati per polizia e pompieri - Iva al 22% per i corsi di scuola guida, ma senza effetto retroattivo - 730 slitta a settembre, cosa cambia

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Alitalia, decreto ad hoc per prestito ponte

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Via libera dal Consiglio dei ministri al decreto legge ad hoc per il prestito ponte ad Alitalia. Lo riferiscono fonti di governo. Il decreto legge approvato dal Consiglio dei ministri, riferisce il comunicato finale, "introduce misure urgenti per assicurare la continuità del servizio svolto da ’Alitalia – Società Aerea Italiana S.p.a.’ e ’Alitalia Cityliner S.p.a.’, entrambe in amministrazione straordinaria. Al fine di consentire l’espletamento, entro il 31 maggio 2020, delle procedure per il trasferimento dei complessi aziendali facenti capo al gruppo Alitalia in amministrazione straordinaria, con il decreto si conferma, nell’anno 2019, il finanziamento a titolo oneroso di 400 milioni di euro già previsto dal decreto-legge 26 ottobre 2019, n. 124 (il cosiddetto decreto fiscale)".

"Il prestito è destinato a finanziare le indifferibili esigenze gestionali di Alitalia e l’esecuzione, da parte dell’organo commissariale, del piano delle iniziative e degli interventi funzionali all’efficientamento della struttura nonché alla tempestiva definizione del trasferimento dei complessi aziendali, affinché sia assicurata la discontinuità, anche economica, della gestione da parte del soggetto cessionario".

Stamane il ministro e capo politico del M5S Luigi Di Maio, parlando con i cronisti nel piazzale antistante Palazzo Chigi, aveva confermato: "Su Alitalia siamo tutti d’accordo che vada fatta una norma che permetta alla struttura commissariale di utilizzare il prestito ponte. Tutti siamo d’accordo che dobbiamo dare una chance a questa compagnia, ma è arrivato il momento anche di fare un’azione di responsabilità sugli amministratori".

Gruppo Gedi, chiuso l’accordo De Benedetti-Elkann

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Si è chiuso l’accordo tra Exor e Cir, dopo un cda fiume e trattative ad oltranza. La holding della famiglia De Benedetti venderà il 43,78% del capitale di Gedi a Exor per 102,4 milioni di euro. Il corrispettivo della cessione, spiega una nota, è stato fissato in 0,46 euro per azione. Dopo il closing, Exor promuoverà un’opa sul resto delle azioni Gedi. Cir, fa sapere la nota congiunta, intende reinvestire nella nuova società, al valore corrispondente al prezzo dell’Opa, acquisendo una quota pari al 5% in trasparenza, "al fine di accompagnare l’evoluzione della società editoriale nei prossimi anni".

L’esecuzione del trasferimento è subordinata "al rilascio delle necessarie autorizzazioni da parte delle competenti autorità, incluse la Commissione Europea e l’AgCom". L’operazione dovrebbe essere completata entro il primo quadrimestre del 2020. Cir sarà rappresentata nel futuro consiglio di amministrazione ed Exor dovrebbe lanciare l’opa con una società di nuova costituzione.

"Passiamo il testimone a un azionista di primissimo livello". Così il presidente di Cir, Rodolfo De Benedetti, nella nota. Un azionista che "da più di due anni - dice - partecipa alla vita della società, ne conosce l’editoria e le sue sfide, che in essa ha già investito in anni recenti e che anche grazie alla propria proiezione internazionale saprà sostenere il gruppo nel processo di trasformazione digitale in cui esso, come tutto il settore, è immerso".

L’operazione è rivoluzionaria per la famiglia De Benedetti. "Dopo quasi 30 anni durante i quali siamo stati azionisti di controllo della società -sottolinea ancora- desidero esprimere il più vivo ringraziamento a tutte le donne e gli uomini che hanno condiviso questo lungo percorso, che ha visto il gruppo contraddistinguersi sempre per la qualità del proprio giornalismo, per la capacità di innovazione e per la lungimiranza ed efficacia della gestione, che gli hanno consentito di divenire il primo editore di quotidiani in Italia, il leader nell’informazione digitale, uno dei più importanti editori nel settore radiofonico e di affrontare con capacità di anticipazione e incisività la lunga crisi del settore", conclude.

"Con questa operazione ci impegniamo in un progetto imprenditoriale rigoroso, per accompagnare Gedi ad affrontare le sfide del futuro". Sono le parole del presidente e amministratore delegato di Exor, John Elkann. "Oltre a portare l’esperienza maturata nel settore, anche a livello internazionale, Exor assicurerà la stabilità necessaria per accelerare le trasformazioni sul piano tecnologico e organizzativo. Siamo convinti - afferma - che il giornalismo di qualità ha un grande futuro, se saprà coniugare autorevolezza, professionalità e indipendenza con le esigenze dei lettori, di oggi e di domani".

GEDI VOLTA PAGINA - Con l’operazione votata oggi dal cda di Cir, cambia la geografia della stampa italiana: torna al vertice di un grande gruppo editoriale la famiglia Agnelli-Elkann, tramite la holding Exor da essa controllata. E a volere l’operazione l’erede designato dell’Avvocato, John Elkann, per parte di madre nipote di Carlo Caracciolo che fu fondatore e anche presidente del Gruppo editoriale l’Espresso e con cui, dicono i biografi del principe, il giovane che sarebbe arrivato al vertice di Fiat e poi Fca parlava spesso di giornali.

Il cambio della guardia in Gedi arriva dopo neanche quattro anni dalla fusione di Itedi (la società editrice dei quotidiani La Stampa e Il Secolo XIX che faceva capo a Fca) con il gruppo l’Espresso-la Repubblica. Sempre nel 2016 Fca decide il disimpegno da Rcs (’Corriere della Sera’ e ’Gazzetta dello Sport’): al controllo della società editoriale, dopo il lancio di un’opas, arriva Urbano Cairo.

Il gruppo nato dalla fusione di La Stampa e Repubblica, con la Exor presieduta da John Elkann intorno al 6%, non ha una navigazione tranquilla, si infittiscono i rumours della volontà di cessione da parte di Cir ma nessuno si aspetta il colpo di scena con cui lo scorso 13 ottobre Carlo De Benedetti chiede di acquistare il 29,99% di Gedi, controllata appunto dalla Cir presieduta da suo figlio Rodolfo De Benedetti e di cui è azionista anche Marco: l’offerta, al prezzo unitario di 0,25 euro ad azione viene respinta da Cir che la giudica "irricevibile" e "inadeguata" al valore reale della partecipazione.

Carlo De Benedetti in una lettera spiegava il senso dell’iniziativa "volta a rilanciare il gruppo al quale sono stato associato per lunga parte della mia vita e che ho presieduto per dieci anni, promuovendone le straordinarie potenzialità". L’idea dell’Ingegnere era quella di "rilanciare il gruppo Gedi e poi conferire le azioni in una Fondazione".

La sua proposta lascia un segno all’interno della famiglia: "Sono profondamente amareggiato e sconcertato dall’iniziativa non sollecitata ne concordata presa da mio padre - affermava Rodolfo - e il cui unico risultato consiste nel creare un’inutile distrazione, della quale certo non si sentiva il bisogno, rispetto al lavoro delle tante persone impegnate quotidianamente a garantire un futuro di successo al Gruppo Gedi, che da anni opera in un settore dei più sfidanti. I miei fratelli ed io, come azionisti di controllo del Gruppo Cofide-Cir, continueremo a dare il nostro pieno supporto al management in questo percorso".

Arrivano gli arretrati per polizia e pompieri

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Via libera a 180 milioni di euro per pagare gli straordinari arretrati dei vigili del fuoco e delle forze di politica. Lo prevede un emendamento al decreto legge fiscale approvato dalla commissione Finanze della Camera. "Grazie al nostro impegno - sottolinea la portavoce del Movimento 5 stelle, Anna Macina - chi lavora per garantire la sicurezza dei cittadini, verrà finalmente retribuito per gli straordinari arretrati’’. Infatti sono stati stanziati 180 milioni di euro, ’’subito disponibili. Dopo lo sblocco delle assunzioni, arrivano ulteriori risorse per un comparto, quello della sicurezza, che da decenni soffre per la scarsa attenzione ricevuta’’.

Le forze dell’ordine e i vigili del fuoco, sottolinea Macina, ’’svolgono servizi imprescindibili, rischiano spesso la propria incolumità per la tutela della comunità, e non devono più essere lasciati indietro. Per questo continueremo ad impegnarci per valorizzare il loro impegno al servizio del Paese”.

Iva al 22% per i corsi di scuola guida, ma senza effetto retroattivo

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La commissione Finanze ha approvato l’emendamento al decreto legge fiscale, che trova una mediazione tra la sentenza della Corte di giustizia Ue e la conseguente risoluzione dell’Agenzia delle entrate. In passato le lezioni per prendere la patente era equiparate all’insegnamento scolastico, e quindi esentate dall’imposta sul valore aggiunto ma, con una sentenza della Corte di giustizia, Ue è stata dichiarata illegittima l’esenzione dell’imposta. L’Agenzia delle entrate aveva recepito l’indicazione applicando l’Iva in via retroattiva e tornando indietro di cinque anni (in pratica tutti coloro che hanno preso la patente negli ultimi 5 anni si sarebbero trovati nella situazione di dover versare l’imposta del 22%).

’’Poniamo fine al gravoso problema scaturito da una recente sentenza della Corte di Giustizia, ripresa poi da una risoluzione delle Agenzie delle entrate’’, sottolinea i deputati del Movimento 5 stelle, Diego De Lorenzis e Francesca Anna Ruggiero. ’’In questi mesi abbiamo dialogato costruttivamente, con tutti i portatori di interessi del settore, per trovare la soluzione migliore all’applicazione indiscriminata e pregressa del imposta sul valore aggiunto per i servizi erogati dalle autoscuole’’.

Per quanto riguarda l’insegnamento previsto per il conseguimento delle patenti di guida B e C1, l’aliquota iva al 22% scatterà a partire dal 1 gennaio 2020. Per chi, a seguito della sentenza e delle indicazioni dell’Agenzia delle entrate, avesse già provveduto ad assoggettare le suddette prestazioni Iva, ’’ci sarà diritto alla detrazione d’imposta relativa agli acquisti. Abbiamo altresì specificato che sono esenti dall’applicazione dell’iva tutte le altre attività didattiche”, concludono i deputati grillini.

730 slitta a settembre, cosa cambia

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Modifiche in arrivo al calendario fiscale. La commissione Finanze della Camera ha approvato un emendamento del decreto fiscale che fa slittare dal 23 luglio al 30 settembre il termine nuovo per l’invio del modello 730. "Con questo nuovo termine per noi ci sarebbe più tempo per lavorare, ma per i contribuenti significherebbe ritardare i rimborsi" dice all’Adnkronos la commercialista Rossella Moroni. "Se hai tempo fino al 30 settembre, all’azienda il 730 arriverà per i primi di ottobre e, quindi, verrà pagato con la busta paga dei primi di novembre relativa al mese di ottobre. Con il termine del 23 luglio i rimborsi, invece, arrivavano ad agosto o al massimo a settembre". "Anche perché se porti il 730 a un commercialista o a un Caf non lo puoi obbligare a trasmettere il tuo prima degli altri, magari entro luglio. Entro luglio se te lo fai da solo sul sito dell’Agenzia dell’Entrate, ma potrebbero esserci degli errori o, magari semplicemente, non sei capace".

Qualcosa andrà aggiunto o modificato in corsa? "Manca la parte operativa, la faranno - spiega la commercialista -. Immagino collegando il giorno di consegna della documentazione al professionista o al Caf a quello di trasmissione senza lasciarlo a discrezione dell’operatore".

Diminuiscono i tempi per il rimborso a disposizione delle imprese. "Le aziende medio piccole, la maggioranza in Italia, prima avevano molti mesi per poter dare i rimborsi, magari a rate. Ora ne avranno meno". Il 730 veniva presentato entro "il 23 luglio e ti potevano rimborsare fino al 31 dicembre, la data di chiusura dell’anno fiscale, oggi se la scadenza è al 30 settembre, le aziende medio- piccole avranno pochi mesi per dare i rimborsi. Per molte potrebbe esserci un problema di liquidità non avendo Irpef a debito sufficiente alla copertura dei rimborsi dei dipendenti". Il rischio è che, sottolinea, "potresti dover riportare il rimborso all’anno successivo salvo che non facciano un aggiustamento della norma, permettendo di dare ’i rimborsi fino al marzo dell’anno successivo’".

Si amplia anche la platea dei contribuenti interessati, estendendola, oltre ai lavoratori dipendenti e ai pensionati, anche ai titolari di redditi assimilati a quello di lavoro dipendente senza limitazioni e ai titolari di redditi di lavoro autonomo con la sola esclusione di quelli derivanti dall’esercizio di arti e professioni e di impresa non occasionali. "Cambia che non faranno l’Unico ed è un risparmio per loro perché il 730 senza sostituto d’imposta costa meno - conclude la commercialista -, siamo sui quaranta euro rispetto a un centinaio di euro, che è il costo di solito per un Unico".

Redazione

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