Adolescenti e rischio (Prima Parte)

Periodo di crisi od opportunità di crescita?

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“…era un periodo in cui una cosa succedeva e subito dopo era evaporata; come se non ci fosse mai stata…quello che mi viene in mente sono stati di sonnolenza, attesa e mancanza di ritmo, riflessioni circolari, immagini frammentarie, discorsi imprecisi, sguardi a distanza, incontri rimandati. A volte cercavo di capire cosa avrei voluto una volta uscito da questo stadio indefinito, ma non arrivavo mai ad una conclusione attendibile. A volte mi guardavo nello specchio del bagno e cercavo di intuirlo dall’evoluzione dei miei lineamenti…lasciavo passare il tempo più che altro e mi sembrava che passasse con una lentezza incredibile…È stato un processo lento, nella chimica lenta di quel periodo, quando tutto si trasformava in modo difficile da percepire… (A. De Carlo “Due di Due”).

Repentine trasformazioni, incertezza sul domani, confusione su tutto ciò che accade: ecco alcune delle sensazioni descritte magistralmente dall’autore di un romanzo, che parla di due amici che si ritrovano per affrontare i cambiamenti che caratterizzano gli anni dell’adolescenza.

L’adolescenza era inizialmente considerata come un vero e proprio momento di crisi, caratterizzato da turbolenze devastanti.

Hall (1904) fu il primo a studiare il significato del periodo adolescenziale definendolo “storm and stress”. Questo periodo di agitazione emotiva era dovuto per lo più ai mutamenti biologici che riguardano il ragazzo o la ragazza. Egli la considerò come una vera ri-nascita in cui si sviluppano specifiche facoltà.

“Il risultato della plasticità nel periodo adolescenziale è la migliore speranza per il progresso evolutivo dell’uomo” (Hall,1904).

L’idea di adolescenza come periodo caratterizzato da “tempesta e tensione” viene confermata da A. Freud (1969) che parla di questa fase di vita come “stato disturbato”, un vero e proprio squilibrio psicologico.

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L’Autrice (1958) si discosta dalle teorie psicanalitiche classiche che consideravano l’adolescenza come un periodo in cui si rivivevano conflitti infantili, ponendo l’accento sul funzionamento dell’Io che considera l’istanza centrale nel processo di adattamento.

Nell’adolescenza molti sono i meccanismi difensivi messi in atto.

Tra queste le difese contro le pulsioni sono le più intense, così può accadere che l’adolescente metta in atto comportamenti difensivi. A tal proposito, l’Autrice giudicava normale l’anormalità del ragazzo e anomala la sua normalità, quasi a voler necessariamente accostare questi anni ad un periodo negativo.

Erikson (1968), pur considerando l’adolescenza come una “crisi normativa”, riconosce le potenzialità evolutive di questo momento. L’adolescente, in cerca di una nuova identità, si trova in un periodo di svolta che può determinare possibilità di sviluppo e di crescita per la sua persona. Per superare questo momento di crisi è necessario che le esperienze passate abbiano consolidato la fiducia di base. La conquista della fiducia di base è uno dei compiti psicosociali, descritti da Erikson, che permettono all’adolescente di cercare un compromesso tra i propri desideri e le esigenze imposte dalla società.

Lewin (1948) suggerisce di impostare lo studio sull’adolescenza partendo da un dato di fatto, incontrovertibile: questa fase della vita è un periodo di transizione fra la fanciullezza e l’età adulta che si articola lungo un arco di tempo che dura diversi anni.

Lewin (1972) considera l’adolescenza come una “fase di ampliamento dello spazio vitale individuale”. Questa sarebbe caratterizzata dal passaggio da un sistema relazionale “protetto” ad uno più articolato e complesso in cui aumentano le possibilità di apprendimento di nuovi ruoli sociali.

Per cui l’adolescenza non può essere considerata un evento improvviso, che dà luogo a esiti del tutto positivi o del tutto negativi. Le difficoltà che man mano si incontrano nella transizione possono essere in parte risolte in modo costruttivo, in parte non risolte, lasciando aperti problemi di tipo intrapsichico, interpersonale o di inserimento sociale (Palmonari, 2001).

Per Winnicott (1965) una crisi è necessaria per lo sviluppo. Il suo superamento è determinato da un ambiente facilitante che, contenendo la crescita emozionale del ragazzo, lo aiuti a superare l’impasse depressivo dovuto alla perdita di legami rassicuranti.

Queste concezioni, e molte altre ancora, evidenziano gli aspetti problematici di questo periodo, quasi fosse una vera e propria “malattia” (Masterson 1967).

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Recentemente, il concetto di “crisi adolescenziale” è stato rivalutato.

Non si parla più di una fase di vita separata dalla precedente, o di una ri-nascita, ma si tende a leggerla come un importante momento di transizione, che presenta accanto a continuità, anche forti discontinuità con il passato (Bonino, Cattelino, Ciairano, 2007).

Non più un’ottica lineare di causa-effetto ma una visione multifattoriale in cui esiste una continua interazione dinamica tra fattori individuali e ambientali. L’individuo, grazie alle sue peculiari capacità cognitive, che proprio in adolescenza rendono possibile lo sviluppo del pensiero formale, esercita una continua attività di elaborazione degli stimoli, di valutazione delle esperienze, di attribuzione di significato a sé e al mondo, di progettazione del futuro, di riflessione su di sé.

La letteratura più recente ha dimostrato che l’adolescenza non è necessariamente un periodo negativo ma può essere un’opportunità di crescita importante, rivalutando così il significato etimologico del termine che, dal latino “adolescere”, significa crescere.

Sono spesso gli elementi di discontinuità con le età precedenti ad attrarre maggiormente l’attenzione e a dare l’impressione a molti genitori, insegnanti e adulti che gli adolescenti vivano una generalizzata condizione di disagio e pericolo. Inoltre l’enfasi dei mezzi di comunicazione di massa, che, a caccia di attenzione nel mercato dell’informazione, sottolineano i fatti di cronaca più gravi e negativi, contribuisce poi a dare l’erronea impressione che il numero degli adolescenti che sono coinvolti in attività a rischio sia molto alto.

Sfugge così alla consapevolezza di molti, un’immagine più realistica del periodo adolescenziale, come momento nel quale la maggior parte dei ragazzi e delle ragazze costruisce gradualmente, attraverso un’elaborazione personale di certo spesso faticosa, un rapporto equilibrato e differenziato tra sé e il mondo circostante (Verhofstadt-Denéve, Kienhorst, Braet, 1996).

Un periodo in cui alla trasformazione fisica della pubertà si associa infatti l’acquisizione di una nuova identità sociale. Attraversando questo periodo, l’adolescente affronta nuove esperienze, nel mondo esterno e in quello interno, allargando il raggio delle proprie azioni, aprendosi a inedite sensazioni e pensieri, affacciandosi su nuovi mondi (Giori, 1998). I diversi comportamenti nelle relazioni affettive familiari – nel rapporto con il proprio corpo e con il gruppo dei compagni, così come nell’avvio di relazioni sentimentali e sessuali – producono nuove abitudini e definiscono progressivamente un personale stile di vita.

Questa plasticità dell’adolescenza la rende un periodo a “rischio”.

Leonardo Bianchi

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