Addio Monnezza, “cubano de Roma”

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Tomás Quintin Rodriguez, per il pubblico cinematografico e televisivo Tomas Milan, è venuto a mancare ieri all’età di 84 anni. Nato a Marianao, nei pressi de L’Avana, viveva da molti anni negli USA, ma era noto e molto amato in Italia. Per tutti era Nico Giraldi, il maresciallo dai modi ruvidi e dalla battuta straordinaria, creato dalla macchina da presa di Umberto Lenzi che lo aveva lanciato tra il ’76 e il ’77 con “Il trucido e lo sbirro”. Interpretava il ruolo di Sergio Marazzi, un ladruncolo romano, nemico della violenza, meglio conosciuto come Er Monnezza. In combinata con Maurizio Merli, fu un successo anche per le differenze caratteriali tra i due che sul set animavano, per propensione, un conflitto naturale che riviveva in ogni battuta. In “Squadra antiscippo” di Bruno Corbucci, primo film di una fortunatissima serie, il soprannome che lo aveva reso famoso, traslò a Giraldi. Lo stesso anno vide l’uscita de “La banda del gobbo”.

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Del resto “Er Monnezza” non poteva morire, tanto era un prodotto co-creato dallo stesso attore che, in quel personaggio, sapeva muoversi abilmente. Nonostante gli schiaffi suonati a destra e a manca, era il ritratto di tutte le leggerezze dei precedenti anni ’60 che in gesti frivoli, risentimenti e zuffe, affogavano sensi di colpa e frustrazioni. Quegli anni ’70, Milian li ha caratterizzati magnificamente, coi suoi capelli ricci e neri e l’indimenticabile tuta da meccanico, sulla quale cadeva il solito giubbotto sbottonato acceso in inverno dalle sciarpe di maglia a strisce colorate. Lo ricordiamo così, bello, tenebroso e popolare, esaltato dalla voce di Ferruccio Amendola che ne ha completato l’anima, come fossero gemelli siamesi. “Ciò che mi interessava era diventare, tramite er Monnezza, membro di un popolo che sdrammatizzava le tragedie con il sorriso, che attraverso il potere della risata esorcizzava i propri demoni” si legge in “Monnezza amore mio” la biografia edita nel 2014 da Rizzoli. Il personaggio romano era una “corazza contro la vita e il dolore. A Cuba avevo avuto un’infanzia segnata dall’assenza d’amore di mia madre e dal colpo di pistola di mio padre, ma a Roma riuscii a riempire quel vuoto esistenziale con i sentimenti di un personaggio che era diverso da me, migliore di me. A me Tomas non piace, mentre Monnezza sì”. Suo padre era un generale dell’esercito del dittatore Machado, imprigionato e poi rinchiuso in manicomio quando il regime venne rovesciato da Batista. “Era il capodanno del 1945. Avevo dodici anni. Ci stavamo preparando per andare a fare colazione a casa dei nonni materni. Prima di uscire mio padre, seduto su una poltrona, mi fece un gesto, battendo una mano sulla gamba, perché mi sedessi con lui. Mettendomi un braccio intorno alla vita mi disse: ‘Tommy... sono molto stanco e voglio che diventi un bravo uomo, così potrai aver cura di tua madre e di tua sorella’. Non capivo quello che diceva ed ero sorpreso da quell’inaspettato gesto d’affetto. Il primo di sempre. Arrivati a casa dei nonni, i miei genitori si chiusero in camera da letto. Eliana e io ci sedemmo a tavola insieme al resto della famiglia. Dopo qualche minuto, vidi mia madre passare piangendo attraverso il patio interno che portava alle cucine. Domandai: ‘Por qué mami està llorando?’ Senza aspettare risposta né chiedere permesso, mi alzai e andai verso la stanza dove c’era mio padre. ‘Papi?’. Silenzio […] Piano piano aprii la porta e lo vidi sdraiato sul letto con indosso l’uniforme militare e i sempiterni occhiali da sole. In mano aveva la sua pistola d’acciaio con la canna puntata verso il cuore. BANG! Sentii una caterva di sentimenti e pensieri contrastanti. Ricordo, però, che nessuno fu di dolore”. Era una Cuba perduta la sua. Solitaria e severa, ma calda nelle movenze suadenti dei ritmi di Bola de Nieve e nei fumi di sigaro che impregnavano il rum. Forse per allontanarsi dai ricordi dolorosi, Tomas cercò rifugio a Miami nel 1955, dove iniziò a studiare inglese e pittura e dove sognava di diventare attore sulle orme del suo mito James Dean. I primi lavori teatrali a Broadway non tardarono ad arrivare, come pure la partecipazione a una serie televisiva statunitense “Una donna poliziotto”.

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In Italia approdò negli anni ’50 con in tasca cinque dollari e una valigia piena di sogni. Nel ’59 al Festival di Spoleto, una parodia di Cocteau gli portò fortuna. Fu allora infatti che Bolognini lo vide e lo scelse per il personaggio del film che aveva intenzione di girare: “La notte brava”. Sono gli anni ’60 quelli che lo vedono impegnato nel cinema d’autore, assieme a Claudia Cardinale che con lui recitò in “I delfini” e “Il bell’Antonio”. Una carriera poliedrica la sua, segnata da firme importanti: Bolognini, Lattuada, Visconti, Maselli, Pasolini, Antonioni, Stone e Soderbergh.Eppure il successo strepitoso arrivò proprio con quel personaggio romano che tanto amava e che gli proteggeva cuore e cervello, “perché un romano non si lascerebbe mai andare a piagnistei […] Un romano, piuttosto, si farebbe una canna. Le idiosincrasie e le passioni dei romani, il fatalismo e la generosità, l’arguzia e la saggezza erano il mio scudo per la vita”. E la capitale lo ha ricambiato con l’affetto e la consegna nel 2014 del Marc’Aurelio Acting Award alla carriera. Era il Festival Internazionale del Film di Roma.

Massimo Lupi

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