A scuola con i social

Impossibile dividersi dallo smartphone

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Il tentativo di bandire l’ingresso nelle aule scolastiche del famigerato smartphone, nonostante una circolare dell’allora ministro della pubblica istruzione, ha subìto nel corso di questi oltre dieci anni la levata di proteste e di scudi da parte dei diretti interessati, gli studenti. L’uso improprio dello smartphone durante le lezioni (come se ci fosse ancora qualcuno che creda a un uso invece legittimo e corretto del cellulare, in particolar modo in un’aula di scuola), è divenuto la norma comportamentale di migliaia di studenti.

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Secondo un’indagine condotta da Corriere.it e Laboratorio Adolescenza su un campione di 780 studenti delle scuole superiori di Milano, il 98,8% dei ragazzi si dice contrario a vietare il cellulare in classe. È la scoperta della cosiddetta acqua calda: come si può solo lontanamente pensare che gli adolescenti ritengano sconveniente usare il proprio smartphone per attività che esulano dall’attenzione per le lezioni e per una forma di rispetto verso i professori? Ridicolo. Ogni possibile scappatoia e sotterfugio per non prestare attenzione a ciò che il docente, con impegno e professionalità, cerca faticosamente di impartire alla classe, diviene regola e consuetudine da esercitare assieme agli altri studenti. No che in passato tutti gli studenti fossero sempre attenti e partecipi, ma perlomeno operavano forme di intrattenimento ex libris molto più fantasiose e creative, arrangiandosi con ciò che passava allora l’epoca analogica (penne, incisioni sui banchi, fogli svolazzanti usati a scopo ludico o con accenni vetero-rivoluzionari).

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Oggi la situazione è cambiata, e l’appendice digitale che ci portiamo ovunque ha sostituito ogni altra forma di potenziale disattenzione, per non parlare poi dell’aspetto psicologico legato al portarsi dietro, persino tra i banchi di scuola, lo smartphone, come se fosse un’appendice cordonico-ombelicale da cui non riusciamo a staccarci. Poco aggiunge a parziale giustifica chi afferma (studenti e familiari) che lo smartphone durante le ore di scuola rimane su modalità silenziosa, un sistema anzi che incoraggerebbe ancora di più al loro uso essendo silenziati e dunque non udibili da parte dei professori quando giungono notifiche, telefonate, sms, ecc. Difficile del resto credere a una popolazione studentesca che già prima di compiere i 14 anni ha un profilo su un social network e che per iscriversi è disposta a mentire sull’effettiva età.

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Si parla, secondo il sondaggio di “Osservare Oltre” (Associazione Nazionale Presidi del Lazio ed eTutorweb) dell’84% di ragazzi tra i 10 e i 14 anni delle scuole medie inferiori, ben compiacenti di essere già profilati dai maggiori social mondiali senza che il proprio genitore sappia nulla; un target molto ambìto da qualsiasi agenzia di marketing, con abitudini e stili di vita di soggetti poco più che bambini in cui manifestazioni estemporanee come per esempio i “like” o indicazioni simili provenienti dal mondo social sono in grado di influenzarne le scelte e a contaminarne la formazione identitaria. I dati provenienti da un pubblico così prezioso significano campagne pubblicitarie ben mirate ed efficaci. Il fenomeno è sempre più in crescita e molto complesso per una serie di sfaccettature sociali e identitarie dei soggetti coinvolti. Le norme ci sono ma molto spesso vengono aggirate o disattese, spesso dagli stessi soggetti che dovrebbero assumere maggiore consapevolezza insieme, magari, alle loro famiglie.

Andrea Alessandrino

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