A 5 anni dalla scomparsa di un martire della verità

Chi ricerca la verità non si accontenta delle coincidenze

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George Orwell scriveva: “In tempi di menzogna universale, dire la verità è un atto rivoluzionario”. Sembra davvero folle accettare che l’affermazione della verità sia un atto rivoluzionario, se non riusciamo a comprendere che la verità per la cui difesa certi sarebbero disposti a morire costituisce per altri il nemico più pericoloso di tutti. In una visione abbastanza semplicistica, questo è uno dei vari dualismi che regolano il nostro mondo. Come si spiegherebbe altrimenti l’attenzione ossessiva che, ad esempio, le dittature pongono all’applicazione della censura? La volontà è quella di impedire la parola, l’arma più potente in nostro possesso attraverso cui poter rivelare la verità che tanto spaventa, smascherando le menzogne di cui ci si circonda, il “supersenso” volto a legittimare azioni che contraddicono la logica e la morale per proteggere tramite una sfera di presunto consenso gli interessi individuali che si celano dietro la “nuova verità”. Ma la verità non la scegliamo noi, la verità è universale e a noi sta solamente il compito di cercarla e difenderla.

Questo Padre Paolo dall’Oglio lo sa bene, ed è per questo motivo, per la sua indisposizione a tacere e ad essere complice, che è diventato nemico temuto da più organi. É questa strana combinazione di eventi che, a 5 anni ormai dalla sua scomparsa in Siria, tiene in sospeso dubbi e interrogativi, perchè chi ricerca la verità non si accontenta di credere alle combinazioni. Secondo le testimonianze di inviati del Corriere della Sera, che prima della sua scomparsa, nel 2013, avevano avuto la possibilità di conoscerlo raggiungendolo nel suo eremo di Mar Musa in pieno deserto, a oltre 100 chilometri da Damasco, il padre gesuita aveva dimostrato la sua ascendenza innata verso la lotta per la verità e la giustizia, tanto da aver ricordato i tempi della sua militanza giovanile nei circoli torinesi di Lotta Continua. Pare che padre Paolo fosse stato designato come personaggio scomodo dal regime di Assad così come dalla chiesa locale siriana. Padre “Abuna”, infatti, aveva sviluppato rapporti piuttosto conflittuali con certe figure della gerarchia ecclesiastica siriana, a causa della sua continua denuncia contro la corruzione diffusa tra alcuni alti prelati, scoperchiando una vera nomeklatura vigente nell’istituzione chiesa, e in altri casi aveva denunciato gli atti di pedofilia di monsignor Isidore Battikha, sacerdote dell’ordine Basiliano Aleppino dei Melkiti e arcivescovo di Homs, espulso nella più completa segretezza in Venezuela per ordine dell’alto tribunale vaticano, con il consenso di Papa Benedetto XVI. Altro tassello importante di questa vicenda è la visione che Padre Dall’Oglio aveva della situazione in Siria e delle sue cause, poichè già prima del suo ultimo viaggio nella Raqqa, all’epoca covo dell’Isis, era stato chiaro sul suo appoggio ai moti insurrezionali contro il regime di Assad. Le cause della rivolta di 7 anni fa in Siria, infatti, sono ricondotte spesso strettamente alla lotta all’autaritarismo del regime di Bashar Al Assad, dimenticando i motivi di natura socio-economica. Secondo varie analisi, gli squilibri nei rapporti di produzione della Siria del pre-conflitto, che tendono a sfavore delle forze di produzione, furono alla base delle rivolte popolari.

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A partire dal 2000 di fatti, anno in cui assunse la carica l’attuale presidente Bashar, in seguito alla morte di suo padre Hazif al-Assad, la politica economica siriana convoglia bruscamente verso la linea della liberalizzazione, permettendo l’intervento della Banca Mondiale e dell’FMI, a favore dell’iniziativa privata. Basti pensare che, secondo le stime, nel 2010 il 75% della forza lavoro siriana lavorava nel settore privato, mentre la presunta «economia sociale di mercato», accettata anche dal partito Ba’th come compromesso per un incremento del tasso occupazionale, attraverso la crescita del settore privato, vedeva in realtà lo Stato sottrarsi dall’area di previdenza sociale di sua pertinenza, ottenendo come conseguenza diretta un deterioramento delle condizioni salariali, della qualità del lavoro e della vita. A testimonianza di ciò i tagli al sistema pensionistico e una tendenza alla privatizzzazione nel settore dei servizi pubblici quali istruzione e salute, accompagnata da una riduzione della qualità e della quantità di questi stessi servizi, per costringere i cittadini a rivolgersi all’apparato dei privati.

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Ancora, la privatizzazione è stata messa in atto in maniera massiccia nel settore dell’agricoltura, dove gli investitori sono riusciti ad appropriarsi illecitamente delle partecipazioni statali, privatizzando ad esempio le fattorie statali del nord, storicamente di proprietà collettiva, concentrando così le terre nelle mani di pochi, a discapito soprattutto dei lavoratori sunniti nelle campagne. A tutto ciò succedette un netto allargamento del divario sociale causato da un forte impoverimento generalizzato della popolazione, e allo stesso tempo da un arricchimento spropositato di élite ristrette. Padre Paolo era cosciente della necessità di distinguere la minoranza jihadista dagli insorti, cosa difficile da mettere in pratica in mancanza di una leadership unitaria e identificabile, ma necessaria per non permettere al governo di Assad di utilizzare la lotta jihadista come pretesto per legittimare la sua causa e i mezzi brutali attraverso cui esso la mette in atto.

La diffidenza di Padre Dall’Oglio, dunque, era ricambiata dagli esponenti del regime, tanto che secondo certe fonti del patriarcato armeno a Qamishli, nella regione semi-autonoma curda sui confini con la Turchia, poco dopo il rapimento del gesuita italiano alcuni militanti dell’Isis avrebbero offerto uno scambio di ostaggi al regime, il quale avrebbe frettolosamente rifiutato. Per quale assurdo motivo, infatti, un regime dovrebbe essere interessato a salvare un uomo che predica valori quali la giustizia, l’uguaglianza, la fratellanza, il dialogo, quando attraverso il dispotismo tutto è reso possibile? In questo modo, logicamente, Damasco avrebbe ottenuto un doppio risultato perchè dando Padre Paolo per prigioniero dell’Isis avrebbe potuto rilegittimare la sua causa agli occhi del mondo cristiano, amalgamando la variegata massa degli insorti sotto l’etichetta di jihadisti, per farne il nemico comune. Padre Dall’Oglio era sicuramente consapevole delle profonde disuguaglianze sociali che caratterizzavano il paese e degli introiti istituzionali, ma allo stesso tempo auspicava una svolta democratica e il raggiungimento di un maggior sincretismo tra le diverse parti. Probabilmente è proprio il suo essere visionario che lo ha condannato, perchè non si era ancora pronti a costruire un mondo utopicamente giusto come si immaginava padre Paolo, ma nonostante ciò lui ha sempre seguito la sua intima vocazione per la verità, magari tenendo a mente anche in una situazione del genere che, come sosteneva Eraclito, “non troverai mai la verità, se non sei disposto ad accettare anche ciò che non ti aspettavi di trovare”.

Federica Scippa

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