ATTACCHI AI GIACIMENTI PETROLIFERI SAUDITI

USA vs Iran, Cina invita alla moderazione; nel caos diplomatico cresce il prezzo del petrolio

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Nella giornata di sabato 14 settembre, due impianti appartenenti alla compagnia statale Saudi Aramco sono stati messi in ginocchio da alcuni attacchi aerei. Immediatamente il mercato ha iniziato ad interrogarsi sulle possibili conseguenze per il prezzo del petrolio Brent e per la quotazione del WTI. I ribelli houthi dello Yemen hanno rivendicato l’attacco con 10 droni contro le due importanti installazioni petrolifere dell’Arabia Saudita. Non è chiaro se nell’impianto di Buqyak e nel campo di Khurais ci siano stati dei feriti, e soprattutto non è ancora chiara l’entità del danno provocato. La Aramco definisce Buqyaq, distante 330 chilometri a nord-est dalla capitale saudita Riad, la "oil processing facility" come "il più grande impianto di stabilizzazione del petrolio al mondo, capace di lavorare 7milioni di barili al giorno". L’impianto trasforma il greggio appena estratto in materiale rinominato "sweet" (dolce), che può essere trasportato verso le destinazioni finali di raffinazione. Il campo di estrazione di Khurais, invece, è capace di produrre 1milione di barili al giorno e avrebbe riserve per 20 miliardi di barili, sempre secondo la Aramco. Dopo l’attacco, ha detto il ministro dell’Energia saudita, il Paese ha praticamente dimezzato la produzione petrolifera che perderà 5,7milioni di barili al giorno. Secondo Goldman Sachs, il Brent guadagnerà $3 o $5 se l’interruzione della produzione durerà meno di una settimana. Uno stop più imponente (dalle 2 alle 6 settimane) determinerebbe invece un incremento della quotazione di $5 o addirittura $14. Come detto, l’attacco è stato rivendicato dai ribelli sciiti yemeniti: dal marzo 2015 l’Arabia Saudita è impegnata in Yemen al fianco del Presidente sunnita Abd Rabbuh Mansur Hadi, rovesciato da Ali Abdullah Saleh e dalle milizie Houti; torna il tipico scenario mediorientale, con una coalizione di paesi sunniti – a guida saudita, comprendente anche Marocco, Egitto, Sudan, Giordania, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Bahrain e Qatar – a fronteggiare la sciita Repubblica Islamica dell’Iran.

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Gli USA hanno accusato direttamente quest’ultima e si sono detti pronti a reagire. “Non c’è alcuna prova che siano arrivati dallo Yemen”, ha tuonato il segretario di Stato Mike Pompeo, paventando l’ipotesi che i droni siano partiti direttamente da postazioni iraniane in Siria o Iraq. Immediata la reazione della Repubblica Islamica, convinta che le dichiarazioni degli Stati Uniti serviranno solo a giustificare eventuali interventi futuri contro l’Iran. “Queste accuse e affermazioni inutili e cieche sono incomprensibili e prive di senso”, ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, che sospetta un coinvolgimento di Israele. A queste parole hanno fatto seguito quelle ancor più pesanti di Amir Ali Hajizadeh, comandante delle forze aeree dei Pasdaran che ha parlato di un Iran pronto alla guerra in qualsiasi momento. Il Presidente americano Donald Trump ha annunciato che, dopo gli attacchi agli impianti sauditi, ha autorizzato l’uso delle risorse petrolifere strategiche, "se necessario, in una quantità da determinare, sufficiente a mantenere forniti i mercati".

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Il tycoon ha riferito inoltre di aver “informato tutte le agenzie appropriate per accelerare l’approvazione” dell’uso degli oleodotti in Texas e in vari altri Stati”. Le relazioni tra i due Paesi sono oggi ai minimi storici: dopo i casi delle petroliere scomparse e gli attacchi israeliani in Libano e Siria, le ultime provocazioni rischiano di compromettere definitivamente gli accordi sul nucleare. Alle accuse di Washington, intanto, risponde la Cina invitando alla moderazione. La portavoce del ministero degli Esteri Hua Chunying ha definito “non molto responsabile” accusare altri “in assenza di un’indagine o verdetto definitivo”. “La posizione della Cina – ha dichiarato Hua – è che ci opponiamo ad ogni azione che possa ampliare e intensificare il conflitto”. Come già anticipato, l’attacco ha dimezzato la produzione di greggio saudita, corrispondente a sua volta al 5% dell’intero output globale. Nonostante i sauditi si siano detti pronti a rimettere in piedi almeno un terzo della produzione, le quotazioni di greggio hanno continuato a macinare guadagni. Il Brent sta salendo di circa il 18% su quota $66,7, mentre il prezzo del petrolio WTI sta avanzando nelle ultime ore del 9% verso i $60.

Lorenzo Pisicoli

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