ARABIA SAUDITA, ABOLITE LE ENTRATE SEPARATE

Bin Salman e la fine (parziale) delle discriminazioni di genere in ristoranti e locali pubblici: saranno i gestori a decidere

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Domenica la monarchia wahabita dell’Arabia Saudita ha annunciato di aver abolito la legge che imponeva la segregazione delle donne nei ristoranti e nei locali pubblici. Finora, infatti, uomini e donne potevano accedere ai ristoranti del paese solo attraverso entrate separate, mentre all’interno dei locali c’erano pareti a dividere i due sessi. Adesso starà ai gestori dei locali decidere se mantenere la separazione oppure no: in realtà da alcuni anni sempre più locali avevano smesso di applicare la segregazione in maniera informale. Questa decisione è in linea con i cambiamenti introdotti negli ultimi due anni in Arabia Saudita dal principe ereditario Mohammed bin Salman, con l’obiettivo di rendere il paese meno impresentabile di fronte ai paesi occidentali, suoi principali partner internazionali. A partire dalla fine del 2017 sono state abolite una serie di norme discriminatorie: il divieto alla guida di automobili, nel giugno del 2018, poi l’obbligo di aver il permesso del “custode” per viaggiare all’estero, infine l’obbligo di essere accompagnata da un maschio della famiglia nei soggiorni in albergo all’interno del Regno.

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A Riad cominciano a vedersi le prime donne al volante e alcune senza più neppure l’hijab. Cala anche il numero di niqab, il velo integrale. Il principe ha anche raccomandato la fine dell’obbligo di indossare l’abaya, il lungo soprabito nero. L’obbligo è già stato abolito per le straniere, anche in vista dell’apertura al turismo, che dalla fine di questo mese vedrà la sua prima stagione internazionale, con l’apertura di siti prima inaccessibili per gli stranieri come l’oasi di Al-Ula. Un decreto entrato in vigore dal 2012 vieta ai titolari dei negozi di articoli femminili, come cosmetici e lingerie, di assumere personale maschile, portando all’ingresso di molte donne nel mondo del lavoro, ma anche alla chiusura di centinaia di piccoli esercizi. Le contraddizioni dell’apertura saudita ai diritti di genere appaiono soprattutto in ambito giudiziario: la testimonianza offerta in sede giudiziaria da una donna vale la metà di quella di un uomo, così come è dimezzata l’eredità rispetto all’uomo. Ciononostante, il 2 agosto scorso, alcune norme hanno consentito alle saudite maggiori di 20 anni di chiedere un passaporto e i certificati di famiglia, e di registrare in prima persona un matrimonio, un divorzio, la nascita di un figlio, permettendo così che questo possa avere come tutore legale sia il padre che la madre.

Nonostante queste concessioni e parziali aperture, il regime ha continuato ad arrestare oppositori politici e femministe. Le gravi violazioni dei diritti umani nel Paese sono state messe a nudo dall’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi presso l’ambasciata saudita a Istanbul, il 2 ottobre dello scorso anno, provocando le critiche anche di un alleato “accondiscendente” come gli USA. All’apertura nei costumi non corrisponde ancora quella politica. A luglio dell’anno scorso, subito dopo la concessone del permesso alla guida, una decina di attiviste per i diritti umani sono state arrestate e sono tuttora a processo, con il rischio di condanne fino a 5 anni di carcere. Una è stata di recente messa in isolamento, dove secondo alcune ong rischia torture fisiche e psicologiche. Non vanno infine tralasciati gli interessi sauditi in scenari internazionali di crisi come lo Yemen – conflitto in cui alla sunnita monarchia saudita si contrappongono i ribelli sciiti filoiraniani – o le perenni tensioni nello Stretto di Hormuz.

Lorenzo Pisicoli

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