2019: ecco il fenomeno del dark tourism

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Giovedì otto agosto, una sera all’apparenza come tante.

In una base militare russa nella regione di Arkhangelsk - una delle maggiori strutture di ricerca e sviluppo per la marina - nel nord della Russia, sulle coste del Mar Bianco, a 470 chilometri a est in linea d’aria dal confine con la Finlandia, uno scoppio, improvviso come un lampo nella notte, squarcia il cielo e mette fine a quella normalità.

Le notizie cominciano a giungere in maniera frammentata dall’agenzia atomica russa Rosatom, ma i dettagli sono minimi anche perché si tratta di un progetto segreto. C’è stato uno scoppio ma non si precisa nemmeno se sia avvenuto su una piattaforma o su una nave, si parla di due morti.

Nelle stesse ore, nel comune di Severodvinsk, situato cinquanta chilometri a est, due rilevatori di radiazioni raggiungono il picco. La gente si accalca in farmacia a fare scorta di iodio, sostanza che neutralizza, in parte, gli effetti delle radiazioni.

Occorre aspettare due giorni perché l’agenzia atomica russa emetta un comunicato in cui dichiara che l’esplosione è avvenuta a causa di «una fonte isotopica per un missile a carburante liquido». Anche se le parole non sono chiare c’è, di fatto, l’ammissione che è avvenuto un incidente nucleare.

Le notizie sono ancora confuse, si susseguono col contagocce.

I funzionari dell’intelligence statunitense si mettono subito all’opera, sospettano che l’incidente sia avvenuto mentre gli scienziati lavoravano al Burevestnick/Skyfall e rendono noto a noi, comuni mortali, che la Russia, così come le altre potenze al mondo, sta lavorando a un missile a propulsione nucleare, un’arma di distruzione di massa che si muoverebbe molto più velocemente degli attuali missili e che potrebbe colpire qualsiasi punto del pianeta.

Mentre si fanno congetture, arrivano notizie poco confortanti. I livelli di radiazione secondo Greenpeace Russia superano di venti volte il normale livello. I morti che dapprima erano due, sono nel frattempo diventati cinque, poi sette.

Il silenzio del Cremlino, e quindi l’impossibilità effettiva di conoscere lo stato delle cose, è per il mondo intero fonte di ansia.

Sono ancora troppo vivi nella memoria i fatti di Chernobyl, l’esplosione della sua centrale nucleare.

Il dramma è ancora più vivido nella memoria, grazie anche a una serie televisiva di cinque puntate, recentemente mandata in onda su Sky.

Era il 1986. A cento chilometri da Kiev, la centrale nucleare “Lenin” era attiva per fornire il 10% dell’elettricità necessaria all’Ucraina.

Nella notte del 26 aprile, un test di sicurezza avrebbe dovuto verificare se le turbine fossero rimaste in attività anche durante un blackout. Quel test si sarebbe dovuto fare il giorno prima ma, per non ridurre la potenza del reattore, fu rimandato alla notte e affidato a personale impreparato, guidato da capi irresponsabili.

E’ l’una e ventitré quando gli operatori, perdono il controllo del reattore n.4.

La fusione del nocciolo del reattore e i due scoppi ne scoperchiano il tetto, scaraventando in aria i vapori radioattivi.

La fuoriuscita di radioattività nell’ambiente era, fino a qualche momento prima, un’eventualità considerata impossibile ma Andrej Glukhov, ingegnere per la sicurezza nucleare, si rese conto che non era così, quando nel buio vide un fascio di luce bianca, brillante, uscire da quello che era il nocciolo del reattore.

Quella sciagura fu il risultato di errori umani, manovre sbagliate, procedure di sicurezza violate, difetti di progettazione, fatalità.

Il silenzio del Cremlino aggravò molto la situazione, ritardando fatalmente l’evacuazione di Pripyat e dei villaggi circostanti. L’allarme fu dato non dalla Russia ma dalla Svezia che continuava a monitorare un inspiegabile aumento dei livelli di radioattività.

I “liquidatori” mandati da Mosca impiegarono più di dieci giorni per domare l’incendio, ma le autorità erano del tutto impreparate ad affrontare il disastro nel suo insieme.

Mikhail Gorbaciov, allora leader dell’Urss, ammise il disastro soltanto il 14 maggio successivo.

A trentatré anni di distanza, il 23% del territorio della Bielorussia è ancora contaminato (soprattutto dal Cesio-137), il 4,8% dell’Ucraina, lo 0,5% del territorio russo.

In queste terre di centomila chilometri quadrati vivono cinque milioni di persone.

Non è possibile stabilire con precisione quale sia stato l’impatto della contaminazione sull’ambiente e sull’uomo, è inoltre, molto difficile mettere in relazione morti e forme tumorali.

Non esiste, in sostanza, un numero preciso delle vittime di Chernobyl.

Diversi rapporti raccontano di centinaia di migliaia di morti, a partire dai “liquidatori” mandati a sacrificarsi e delle persone incaricate di costruire il primo sarcofago di cemento, struttura di copertura del reattore n. 4, senza protezioni adeguate, ed è anche difficile calcolare con esattezza il numero delle persone costrette a lasciare le proprie abitazioni.

Approssimativamente si stima che in Ucraina, Russia e Bielorussia furono oltre 400mila.

L’umanità - scrive il premio Nobel Svetlana Alexievich nella sua Preghiera per Chernoby l - non era preparata a questo”.

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Mentre il dolore per la tragedia di Chernobyl resta un sentimento collettivo, per alcuni prevale invece la forte curiosità e l’attrazione turistica per quella città.

A distanza di qualche anno dal disastro, i luoghi della tragedia sono stati, infatti, visitati da turisti curiosi che, dopo la serie televisiva diffusa da Sky, sono aumentati di oltre il 30%.

Se andate a visitarlo, ricordatevi che lì si è verificata una tragedia terribile - ha commentato il produttore della serie - Comportatevi con rispetto per tutte le persone che hanno sofferto e si sono sacrificate”.

È tuttavia di qualche giorno fa la notizia che, per contrastare il dark tourism - il turismo macabro che spinge le persone a visitare luoghi legati alla sofferenza - e nel tentativo di dare nuova vita a quei luoghi, il presidente Zelenskj ha firmato un decreto che farà di Chernobyl un’attrazione turistica ufficiale.

Il dark tourism, va detto, aveva da tempo creato in quella zona un losco giro d’affari in cui agenzie turistiche, intascavano “mazzette” dai turisti.

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Con il suo decreto, il presidente Zelensky spera anche di dare un messaggio positivo all’umanità mostrando come, nonostante le radiazioni, la natura sia rinata dopo il grande disastro creato dall’uomo.

Sono, infatti, tornate al loro vecchio splendore le zone verdi, che stanno cominciando a ripopolarsi della fauna nativa.

La domanda che però spontaneamente ci si pone è molto semplice: è davvero sicuro visitare Chernobyl?

L’area, sappiamo, resterà per sempre contaminata - si parla di almeno 24.000 anni. Eppure le autorità assicurano che i livelli di radiazione sono contenuti grazie al sarcofago posto sopra il reattore n.4.

È da lì che il presidente Zelensky ha fatto il suo annuncio durante l’inaugurazione ufficiale della struttura.

I visitatori devono però sapere che l’esposizione non può essere prolungata e che devono osservare importanti precauzioni: non fermarsi a lungo nelle zone che sono più contaminate di altre, indossare vestiti lunghi e scarpe chiuse, non mangiare nella zona, non toccare, non portarsi via nulla, non accarezzare gli animali che vivono lì.

“In generale, Chernobyl può essere sicura, ma dipende da come si comportano le persone” sostiene il dott. T. Steen, professore di microbiologia e immonologia alla Georgetown’s School of Medicine.

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Tuttavia, altre autorevoli fonti avvertono sul rischio della polvere contaminata. Il traffico e la gente, al loro passaggio, smuovono la polvere, che alzandosi viene dispersa nell’aria.

Un altro pericolo, è che nello spazio abbandonato da un giorno all’altro, nulla è cambiato da allora. Le strutture non sono state sottoposte a manutenzione, quindi la sollecitazione di un camminamento potrebbe essere causa di crolli, così come le strade e qualsiasi oggetto che si trova lì, immobile, da quella notte del 1986.

L’Ucraina, a distanza di trentatré anni dal disastro, vuole comunque puntare sul turismo come spinta economica, riaprendo ufficialmente al mondo la zona.

In realtà in quel luogo di memoria ognuno, in base alla personale sensibilità, potrà riflettere sulle conseguenze che le attività dell’uomo possono avere sul pianeta, scegliendo magari di adottare un nuovo stile di vita; inoltre, poiché già in passato è stato detto: “L’impossibile è accaduto non possiamo più permettere che accada ancora” dobbiamo dedurre, a quanto pare, che non possiamo ancora fidarci dell’uomo, mentre resta confermato che egli deve ancora apprendere molte lezioni dalla natura.

Gianmatteo Ercolino

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