"Isis cerca rivincita per morte al-Baghdadi"

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(AdnKronos -Tommaso Gallavotti) - Con la morte in Siria del capo dell’Isis Abu Bakr al-Baghdadi, il rischio che avvengano attacchi terroristici in Europa è aumentato, sia perché l’organizzazione ha la necessità di dimostrare di essere "ancora in grado di colpire", sia perché potrebbe cercare una sorta di "rivincita" dopo l’eliminazione del leader. Ma le autorità degli Stati membri dell’Ue ne sono ben consapevoli e "non ho dubbi" che abbiano rafforzato la vigilanza.

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A dirlo all’Adnkronos è Gilles De Kerchove, coordinatore antiterrorismo dell’Ue dal 2007."Sì - conferma l’alto funzionario del Consiglio, che è belga, alla domanda se ora siano aumentate le probabilità di un attacco in Europa - non appartengo ai servizi segreti, bisognerebbe chiedere ai servizi degli Stati membri: loro hanno la conoscenza più fine della minaccia; ma ci si possono attendere dei tentativi, per due ragioni".

La prima, continua De Kerchove, "è che devono dimostrare che l’organizzazione è ancora in grado di colpire". La seconda "è legata al fatto che potrebbe esserci un elemento di rivincita per la morte del leader simbolico dell’organizzazione". Pertanto, "bisogna essere vigili ed è quello che sta succedendo ora negli Stati membri: non ho alcun dubbio in merito".

In ogni caso, sottolinea De Kerchove, "oggi il rischio principale in termini di terrorismo in Europa non viene dall’esterno" ma è un rischio "endogeno", interno all’Ue. Si tratta di persone che "si sono radicalizzate in Europa principalmente, ma non esclusivamente, attraverso la propaganda su Internet, ma che non sono state in Siria o in Iraq".

Sono individui che "non hanno necessariamente un legame con l’organizzazione" ma sono "ispirati" dall’Isis. Per De Kerchove, in un momento come questo "alcuni di loro potrebbero essere tentati di utilizzare la violenza al servizio di un’ideologia". Se ne vedono già alcuni "esempi", ricorda, come Mickael Harpon, il funzionario della Prefettura di Parigi originario della Martinica (nelle Antille, dove l’Islam è ultra-minoritario) che il 3 ottobre scorso ha assassinato quattro colleghi, prima di essere ucciso a sua volta.

E "vediamo - nota De Kerchove - che i servizi di sicurezza francesi e britannici fermano dei progetti di attentati e smantellano delle piccole cellule". Ma, sottolinea, "non si tratta necessariamente di operazioni dirette o ispirate dalla Siria o dall’Iraq. Per i nostri servizi di informazione - dice - la minaccia principale è ’homegrown’, endogena".

E anche priva di al-Baghdadi, ci sono almeno "cinque o sei" ragioni che portano a ritenere che l’Isis "non sparirà" e che potrebbe persino "risorgere" dice all’Adnkronos De Kerchove. La morte, dice l’alto funzionario dell’Ue, è "effettivamente" un "colpo importante" vibrato a Daesh, che "ha già subito la caduta del Califfato e ora la morte del suo leader: sono due fatti importanti che mettono in dubbio l’invincibilità dell’organizzazione", che è stata in grado di reclutare "40mila combattenti" in oltre cento Paesi, proprio "perché aveva questo immagine di invincibilità". Questo, ricorda De Kerchove, "ha portato anche dei gruppi di al Qaeda a cambiare fronte e a mettersi con al Baghdadi".

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Ciò detto, "ci sono degli elementi che fanno pensare che l’organizzazione non sparirà, che è sempre lì e che potrebbe persino risorgere". La prima è che l’organizzazione "aveva previsto la caduta del Califfato e l’eliminazione del suo leader simbolico", e si è pertanto "decentralizzata" in modo "marcato. Abbiamo già visto dei wilayat (province, ndr) in Nigeria, Afghanistan e nelle Filippine diventare molto più autonomi e cooperare tra loro".

Secondo elemento, continua De Kerchove, l’Isis è un’organizzazione "molto resiliente". Ha avuto "l’occasione, durante il Califfato, di investire nell’economia reale, dunque ha ancora una fonte di ricavi". Si pensa che abbia ancora "9mila combattenti che operano in clandestinità, 6mila in Iraq e 3mila in Siria". La Bbc ha contato in media "84 attentati" terroristici in Iraq in questo ultimo mese, "il che indica che è ancora in grado di operare in Iraq".

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Terzo elemento, "l’ideologia che ha contribuito ad amplificare: continua ad essere molto presente su Internet, continua ad ispirare degli attori in tutto il mondo, Europa compresa". Quarto elemento, le condizioni che hanno consentito a Daesh di svilupparsi "così rapidamente nel 2011 in Iraq sono sempre là".

Quando gli Usa hanno lasciato l’Iraq nel 2011, ricorda ancora De Kerchove, "al Qaeda in Iraq era quasi completamente distrutta. All’epoca gli americani avevano messo una taglia sul capo di al Qaeda in Iraq che non raggiungeva il milione di dollari, perché la valutazione dei servizi di intelligence americani era che al Qaeda in Iraq era quasi distrutta".

Eppure, tra il 2011 e il 2014, quando al-Baghdadi ha "proclamato il Califfato a Mosul", in "soli tre anni" è diventata un’organizzazione che controllava "un territorio delle dimensioni del Regno Unito", che ha attratto "40mila combattenti". Cosa che è stata possibile perché c’era la congiunzione di "tre gruppi" di persone: un "nocciolo" di "jihadisti convinti", ex al Qaeda; degli ufficiali dell’esercito di Saddam Hussein, che "il proconsole americano Paul Bremer aveva reso disoccupati". Gente che aveva il grado "di colonnello o di generale dell’Esercito, furiosi per aver perso il posto, la pensione, le relative prebende".

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Il terzo gruppo era quello delle "tribù sunnite", che all’epoca "subivano la politica molto settaria del primo ministro iracheno, al Maliki". Poste davanti alla scelta "se sostenere un governo pro sciita oppure un’organizzazione molto violenta ma sunnita", molte tribù "hanno scelto di sostenere l’organizzazione in via di sviluppo che è poi diventata Daesh".

Quindi, ragiona De Kerchove, le tribù sunnite "ritengono di avere da parte del governo centrale a Baghdad un sostegno e ottengono soddisfazione alle loro richieste di ricostruzione postbellica? Hanno accesso sufficiente all’istruzione, alla sanità, all’acqua potabile? Io penso che non sia così". Quindi, "oggi c’è una grande sfida per il governo iracheno", come quella di ricostruire "velocemente" Mosul, che "non è stata ancora ricostruita più di due anni dopo la liberazione, e le parti sunnite dell’Iraq, dove ci sono parecchie frustrazioni".

Sono tutte ragioni, queste, che per il coordinatore antiterrorismo dell’Ue "potrebbero portare la popolazione sunnita a sostenere una sorta di Daesh 2.0". Inoltre, i turchi intervenendo nel Nordest della Siria "hanno squilibrato completamente i rapporti di forza. Gli americani hanno lasciato la zona, salvo che nei luoghi dove ci sono giacimenti petroliferi: dunque, l’esercito di Assad si sta dispiegando nel Rojava". Tutto questo "crea instabilità: c’è il rischio di vedere alcuni campi, dove si trovano delle famiglie, delle donne e dei bambini legati a Daesh, e certe prigioni, in cui sono rinchiusi uomini e adolescenti che hanno combattuto, cadere". Questo "rafforzerebbe i ranghi di Daesh".

Inoltre, ricorda ancora De Kerchove, "l’esercito di Assad opera con milizie sciite molto radicali", mentre lo Stato turco "opera utilizzando delle ’proxy’ militari sunnite assai estremiste". Tutto questo "va a rafforzare ancora una volta le tensioni settarie tra sunniti e sciiti" nella regione. Sesto argomento, non va dimenticato che la morte di Osama bin Laden "non ha causato la scomparsa di al Qaeda". Dopo la morte di bin Laden, infatti, "al Qaeda non ha smesso di rafforzarsi nelle sue diverse filiali".

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Secondo De Kerchove, in definitiva "tutto questo consiglia di restare estremamente vigili" e porta a dire che la morte di al-Baghdadi, che "non era più il gestore, il manager dell’attività ordinaria" dell’organizzazione, "non avrà la conseguenza di far sparire Daesh dalla mappa del terrorismo internazionale".

Per De Kerchove, l’Unione Europea o i suoi Stati membri dovrebbero essere maggiormente "proattivi" per impedire che i bambini nati in Siria e in Iraq sotto il Califfato, che oggi hanno al massimo quattro anni, rimangano per anni nei campi di detenzione, senza accesso alla scuola e agli ospedali, come accade in Iraq. Oggi nei campi di prigionia iracheni si sta allevando "la prossima generazione dei candidati agli attentati suicidi".

E’ evidente, ragiona l’alto funzionario, che per chi ha vissuto sotto il Califfato "ci sono dei gradi diversi nella responsabilità. Ci sono quelli che hanno partecipato direttamente" alle atrocità e poi "quelli che hanno un legame molto tenue, come i bambini". Infatti, ricorda, "ci sono dei bambini che sono nati sotto il Califfato: è evidente che un bambino di quattro anni, nato sotto il Califfato, non ha alcuna responsabilità".

Alcuni Stati membri dell’Ue, continua De Kerchove, "hanno già rimpatriato dei bambini, soprattutto orfani o minori non accompagnati. La domanda che si pone è se non si debba fare qualcosa di proattivo per rimpatriare il più rapidamente possibile i bambini". Perché, ricorda, "psichiatri e psicologi dicono che prima si tratta il trauma subito da un bambino, meglio è. E’ chiaro che, se questi bambini restano per cinque anni in campi in cui la situazione è veramente molto dura, questo contribuirà sicuramente a radicalizzarli". Inoltre, "sta arrivando l’inverno".

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La decisione su questa materia estremamente delicata, specifica De Kerchove, "appartiene a ciascun Stato membro" e dipende anche dalla "capacità di intervenire nelle zone curde" in Siria. Cosa che "non è evidente, perché dato che i militari americani si ritirano, non abbiamo più la possibilità di appoggiarci a loro per i rimpatri. E la cosa diventa ancora più difficile".

In Iraq, continua De Kerchove, "ci sono molte frustrazioni nella comunità sunnita", a causa del trattamento riservato "all’’eredità’ del Califfato: in particolare, molte famiglie che erano legate a Daesh, ma che non erano necessariamente attivamente implicate nel progetto criminale di Daesh, che sono nei campi".

In Iraq, conclude, "ci sono dei bambini nati sotto il Califfato, ai quali non viene data la carta d’identità: ci sono 45mila bambini che sono nati sotto il Califfato, che hanno il certificato di nascita emesso dal Daesh, ma che non è riconosciuto dallo Stato iracheno". Quindi, "non hanno accesso alle scuole, agli ospedali: stiamo preparando, qui - avverte - la prossima generazione dei candidati agli attentati suicidi".

Redazione

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