"Is this the life we really want?"

“...un viaggio che parla della natura trascendentale dell’amore. Di come l’amore ci può aiutare a passare dalle nostre attuali difficoltà a un mondo in cui tutti possiamo vivere un po’ meglio” (R.W.)

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Roger Waters è tornato con la sua poesia, la sua rabbia e la paranoia di sempre, rivolgendoci una domanda che sembra essere il suo testamento spirituale. Ci sono voluti ben venticinque anni per avere il privilegio di ascoltare un nuovo album dell’ex Pink Floyd. Un quarto di secolo nel quale il pianeta è stato mutato nel profondo da cambiamenti epocali che lo hanno reso un’entità sfigurata, quasi stravolta rispetto ai tempi di "Amused To Death” nellontano 1992, allorquando Waters ci lasciava in eredità quella che era la fatica del momento. Speranze di pace e illusioni di cambiamento sepolte dalle macerie di una civiltà decadente, sono temi che da sempre caratterizzano le liriche e gli arrangiamenti di questo monumento vivente della musica moderna. "Is this the life we really want?" èun disco che riesce a collocarsi nell’odierno musicale, rievocando inevitabilmente, a tinte forti, il ricordo della storia di un Artista leggendario. Opera definibile a tratti controcorrente, se comparata agli schemi attuali, che necessita di un suo tempo di decodificazione, essenziale per entrare in simbiosi con la sua "Anima" profonda.

cms_6483/2p.jpgNon è certamente – ma come poteva esserlo d’altronde? – un prodotto superficiale, un "mordi e fuggi" che sempre più spesso caratterizza il modo d’intendere e quindi di ascoltare la musica d’oggi. Nelle avvertenze c’è la raccomandazione di un approccio assolutamente cauto, direi meditato e rispettoso del messaggio di un disilluso settantaquattrenne, grande Poeta dei nostri tempi. L’ispirazione di Waters trova la tragica origine nel lontanissimo 1944, anno nel quale un padre, di fatto mai conosciuto, trovò la morte nello sbarco di Anzio. Circostanza che ne ha plasmato personalità e divenire. In ogni lirica, la perdita paterna assurge a simbolo delle tante vittime dei potenti, ritratte allegoricamente come "maiali", icone dal richiamo orwelliano, a significare tutto il marcio del mondo. Un ricorrente pessimismo mai sopito verso l’indole umana, portata a sopraffare il proprio simile per bramosia di potere e denaro, mai capace di trarre insegnamento dai propri errori. Visioni di un futuro sempre più oscuro, andate cristallizzandosi nel corso degli anni, fino a giungere all’odierno, nella cui cupezza annega angosciosamente l’ultima speranza che in "Animals" o in "The Wall" si percepiva ancora.

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Nonostante tutto, le dodici tracce che compongono l’album, potrebbero dividersi concettualmente in due momenti. Il primo caratterizzato da atmosfere più tipicamente “watersiane”, in una posa in musica delle paure e delle difficoltà dell’uomo, il secondo connotato da una chiara dichiarazione di intenti propositivi, in cui la forza dell’amore mostra un orizzonte più disteso rispetto alle precedenti esperienze da solista. "Is this the life we really want?" è stata definita un’“opera contro” dal connotato marcatamente politico. Una presa di coscienza del tramonto di sogni e speranze degli uomini giusti. In effetti, da un’analisi strettamente tematica del disco, si evince una sempre più accentuata presa di posizione politica a cui Waters non è certamente nuovo. Si rammenti la critica a Margaret Thatcher negli anni ‘80. Un’ulteriore spinta in questa direzione potrebbe delineare all’orizzonte il rischio di una “politicizzione” tanto forte e diretta da minare completamente quell’elemento che ha sempre caratterizzato la sua scrittura: l’uso sapiente della metafora. C’è chi ha descritto l’opera come l’esternazione di una sistematica opposizione al nemico del momento, oggi rappresentato dal Presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Tanto che viene da chiedersi: ci sarebbe mai stato questo disco se non fosse venuto alla ribalta un leader come il milionario americano? Fino a che punto la vena compositiva di Waters ha bisogno di un nemico da cui trarre linfa? Come un eroe, l’ex-Pink Floyd sembra alla ricerca di un suo alter-ego negativo, un avversario da colpire con le sue canzoni, in una guerra tanto individuale quanto collettiva. Perché per cambiare il mondo occorre confrontarsi con ciò che di noi non va, in virtù di quell’analogia che lega indissolubilmente il macro al microcosmo. E Waters è come se urlasse a chiare note che ora più che mai il mondo ha bisogno di una forza propulsiva per trasformarsi e continuare a vivere. Come farlo se non attraverso l’Amore? Ecco il messaggio dell’opera. All’ascolto è impossibile non percepire la continuità con il suo stile narrativo musicale, al punto che sembra quasi di udire una selezione casuale della sua discografia, con un gioco di citazioni e rimandi pressoché continuo. L’album, prodotto da Nigel Godrich, come detto, necessita, per essere veramente capito e metabolizzato, di un’attenta disamina delle liriche, testamento ideologico e spirituale – nella loro unitarietà - di uno degli ultimi mastodonti del rock. Un lavoro da assaporare liberi dal tecnicismo che porterebbe all’analisi di ogni singolo brano perché, mai come in altri, ciò che più conta è la visione collettiva del composto, splendido esempio di “anacronismo musicale”, ricevuto in dono da un gigante. Da portare con noi nella valigia dei ricordi.

Massimo Lupi

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