"Cronache dal Belgio "

...la fuga all’estero dei ragazzi italiani in cerca di nuove opportunità

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cms_240/copertina_MILELLA.jpgAngela Milella, giovante giornalista, nonché insegnate di letteratura italiana, del grande Sud Europeo, la Puglia, attraverso il suo “Cronache dal Belgio” racconta non solo il viaggio, ma l’esperienza all’estero di una generazione che s’affaccia al mondo dello studio e del lavoro. L’esperienza, la sua, tratteggiata, dettagliata, minuziosa fa di “Cronache dal Belgio” un racconto di sogni, percezioni e quotidianità di molti giovani che s’avventurano alla ricerca di un sé che non si limita alla propria esperienza personale, ma diventa afflato corale, specchio di una realtà di cui tanto oggi si discute, la fuga all’estero dei ragazzi italiani in cerca di nuove opportunità.

Negli anni Ottanta la meta piu’ ambita per la formazione dei giovani europei era Londra. Perché hai scelto Bruxelles?

Sento di essere cittadina del mondo, ho riflettuto molto sul mio cosmopolitismo. Volevo sperimentare un nuovo concetto di cittadinanza, desideravo sentirmi cittadina europea, volevo capire fino a che punto ci è ufficialmente concesso esserlo e cosa c’è ancora da fare per ritenersi propriamente tale. Ho raccolto delle interviste per un lavoro di ricerca, un saggio che pubblicherò a breve e che non ho inserito in questo racconto di viaggio. Brussel è centro dell’attività istituzionale dell’Unione europea, di conseguenza Leuven è considerata la capitale europea della conoscenza. Volevo conoscere da vicino questi luoghi istituzionali, ma l’ho scelta anche per la posizione centrale, che mi avrebbe permesso di raggiungere Amsterdam, Lusserburgo, Parigi, Berlino e la stessa Londra in poco tempo. Gli itinerari scelti e riportati nel libro sono stati selezionati in base a delle esigenze maturate stando sul posto. A Parigi ero già stata in occasione del Social Forum e mi sembrava inutile tornarci in un contesto per me poco stimolante. Londra e Berlino mi sembravano realtà distanti dal taglio che desideravo dare alla mia esperienza e a questo lavoro di scrittura. Non volevo farne una miscellanea informe.

Qual è stata la difficoltà piu’ ardua nel confrontarsi con i giovani della tua generazione che vivono la realtà di una piccola ma significativa regione come il Belgio?

Soo chiusi, legati a degli stereotipi, come si evince da un’intervista presente nel libro. C’è l’idea diffusa che l’Italia sia mafiosa, la presenza sulla scena politica di Berlusconi, ha rafforzato questo giudizio negativo. I giovani però vorrebbero raggiungere il nostro livello culturale. Amano il nostro patrimonio artistico e paesaggistico, la moda e lo stile italiani, la bellezza latina. Un atteggiamento contraddittorio genera sempre rapporti difficili. Non si può amare e invidiare al contempo.

Cosa hai trovato in comune con i ragazzi della tuà età nell’affrontare la tua stessa esperienza. Quali i punti di connessione?

Della mia età? Io ero la più anziana. Per quanto l’Erasmus sia un programma di formazione permanente, tanto è vero che mi ha permesso di congedarmi dal lavoro di insegnante, viene utilizzato da ragazzi molto giovani, in questo, secondo me, sta l’aporia. Io portavo con me un fardello di esperienza maggiore, delle competenze professionali, del vissuto completamente diverso rispetto alle matricole universitarie. In comune ho trovato la voglia di confrontarsi con una cultura diversa dalla propria e di sperimentare una nuova condizione di vita, di viaggiare. Ho incontrato dottorandi e ricercatori, con loro ho trovato più punti di connessione, salvo per le possibilità di inserimento, io non avevo lettere di presentazione di docenti universitari o genitori e parenti di origine belga, quindi ho dovuto far da me. Però, se penso che il ragazzo che mi ha detto di essere stato presentato dal professore giungeva dalla Turchia, il tutto mi appare come un atto di sottomissione e siccome non riesco a prostrarmi ai piedi di nessuno, ringrazio Dio di esserci arrivata così e di aver dato in precedenza a me stessa la possibilità di tornare in Italia.

Quali erano le tue aspettative?

Pensavo sarebbe stato più facile inserirsi nel circuito culturale e accademico, invece mi è stata richiesta la conoscenza dell’olandese, una lingua che non s’impara in pochi mesi e come ho già detto le dinamiche non sono diverse da quelle italiane, c’è solo più posto per chi può permettersi di occuparlo. La fuga dei cervelli italiani all’estero è un altro luogo da sfatare. O meglio, non avviene come i più immaginano, non è una vera fuga, si dovrebbe parlare di sistemazione dei cervelli all’estero. La drammaticità dell’emigrazione è riservata alle classe operaia come si evince dall’articolo su Marcinelle presente nel volume.

In “Cronache dal Belgio”, ti soffermi sul sistema sanitario belga. Perché e cosa lo differenzia per sommi capi dal nostro?

Ho visitato il loro “policlinico” e subito ho desiderato scrivere, descrivere le differenze. La qualità delle strutture e dei servizi offerti mi è sembrata superiore fin dal primo impatto. Biblioteche, mostre, moschee, ristoranti, negozi, sale d’aspetto a misura di bambino, ambienti accoglienti, puliti, macchinari e attrezzature nuove, mi sembrava di stare in una delle nostre cliniche private. Successivamente sono stata ricoverata per problemi di salute e ho potuto toccare con mano e avere conferma di quanto precedentemente scritto e scriverne ancora in maniera più dettagliata.

Qual è stato l’elemento di maggior criticità nella quotidianità oltre la differenza linguistica?

Il sarcasmo e la freddezza dei belgi: la loro ospitalità si ferma laddove finisce la legge, la regola, la norma istituzionale e la formalità della buona educazione. Ti accolgono perché così si fa, si deve fare. Il maschilismo inaspettato e persistente.

Il Belgio è stato, negli Anni 50, uno dei paesi con la piu’ alta concentrazione di emigranti italiani. Hai avuto modo di constatare cosa quella emigrazione ha lasciato nella realtà odierna?

Molti ristoranti e centri di cultura italiana, una grande presenza di marchi italiani, del made in Italy. Nei giovani belgi, il desiderio di conoscere l’Italia e di impadronirsi della nostra italianità, anche se in un risultato kitsch.

Cosa ha rappresentato per te questa esperienza e cosa, secondo te, potrebbe positivamente rappresentare questa esperienza per un giovane della tua generazione?

È importante imparare ad essere cittadini europei, se pensiamo che i conflitti mondiali sono esplosi per assenza di pensiero, per una mancata elaborazione del concetto di cittadinanza europea, non possiamo affermare che un’esperienza di questo tipo sia inutile, andrebbe strutturata diversamente, questo sì.

Redazione

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