“Venezuela Crisis”, la World Press Photo of the Year 2018

Entra nel registro della “iconografia della resistenza”

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Anche quest’anno è ormai volto al termine il World Press Photo, concorso mondiale di fotogiornalismo che nel 2018 celebra la sua 61° edizione. Dal 1955, la competizione premia ogni anno ad Amsterdam fotogiornalisti professionisti in varie categorie (Spot News, General News, People in the News, Sports Action, Sports Features, Contemporary Issues, Daily Life, Portraits, Arts and Entertainment, Nature), oltre ad individuare la World Press Photo of the Year. Dopo il concorso, le fotografie premiate partono per una mostra itinerante in 40 Paesi, che ogni anno conta circa 1.000.000 di visitatori, e che arriverà presto in Italia, ospitata dalla Sala Murat, a Bari, il prossimo 27 aprile. La World Press Photo of the Year di quest’anno è “Venezuela Crisis”, del fotografo venezuelano Ronaldo Schemidt dell’Agence France-Presse, che il 3 maggio 2017 ha immortalato il manifestante ventottenne José Víctor Salazar Balza nella sua fuga, avvolto dalle fiamme del serbatoio di un motore esploso durante una delle centinaia di manifestazioni che invadono tutt’oggi le strade di Caracas contro il regime di Maduro. Magdalena Herrera, direttrice della fotografia a Geo France e presidente della giuria di quest’anno, ha affermato riferendosi all’immagine vincitrice: «È una foto classica, ma ha un’energia istantanea e dinamica, i colori, il movimento, e una buona composizione, ha forza. Mi ha dato un’emozione istantanea».

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A fare di questa fotografia lo scatto dell’anno sono diversi dettagli, non solo compositivi (e dunque meramente tecnici), come la resa del movimento attraverso il potenziale insito nel colore delle fiamme e la posa proiettata in avanti nella spontanea azione della fuga, ma anche simbolici, come lo stencil sul muro in alto a destra rispetto al ragazzo, raffigurante una pistola che spara la parola “PAZ”, ossia “pace”. A rendere speciale lo scatto è stato soprattutto, come ci fa notare Whitney C. Johnson, vice direttore della fotografia a National Geographic e membro della giuria, il fatto che il manifestante indossasse una maschera. Questo particolare ha reso la foto più facilmente condivisibile dai media per la sua crudità, velata dal carattere storico ed evocativo che assume universalizzando il significato della scena immortalata. Così, quanto ritratto non sarà più delimitato allo strazio del singolo soggetto in un tempo e uno spazio limitati, ma sarà simbolo della resistenza di un popolo, simbolo di un “Venezuela che brucia”. Oggi Ronaldo Schemidt dichiara che il premio ha suscitato in lui un conflitto di emozioni: «Per me la foto rappresenta lo stato del Paese. È una crisi umanitaria. È un ritratto di come era il Venezuela, ma ora è anche peggio». È questo sentimento che spinge da sempre l’uomo, protagonista del proprio presente, a testimoniare e denunciare per creare consapevolezza, perché non può esserci resistenza senza consapevolezza. Lo diceva lo stesso Mazzini, rivendicando l’educazione morale del popolo per adempiere al dovere della lotta per la libertà. Il movente di una rivoluzione, infatti, non può basarsi sui vantaggi materiali: affinché la rivoluzione assuma le sembianze di una lotta nobile e compiuta, bisogna che a spingere il popolo sia la presa di coscienza di valori politici e morali. Lo rivendicava anche Marx, nella sua “Critica alle armi”, identificando la teoria tra le forze materiali alla base della sua lotta nel momento in cui essa riesce a muovere le masse. Pensiamo che al principio della Primavera araba, una delle questioni cruciali del nostro tempo, e in particolare della Rivoluzione dei Gelsomini in Tunisia, ritroviamo una scena molto simile a quella che oggi riceve i riconoscimenti del World Press Photo: il suicidio di Mohamed Bouazizi, un giovane commerciante ambulante che si dà fuoco davanti alla sede del governatorato di Sidi Bouzid per protestare contro il sequestro della propria merce da parte delle autorità. Altra foto simile che ha fatto la storia è quella di Malcolm Browne, un giornalista di Associated Press, l’unico che riuscì a immortalare il rogo volontario del monaco buddhista Thích Quảng Đức in una piazza di Saigon, in Vietnam, per protesta contro il regime cattolico estremista di Ngô Đình Diệm.

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Tutte le foto scattate in quest’ottica, in effetti, sono accomunate dall’esaltazione degli stessi dettagli: il pugno, il fuoco, il rosso, l’abbraccio - sinonimo di unità e forza -, le armi impugnate in posture naturali come antipodo alla rigidità militare, la bandiera, il passo sicuro proteso in avanti - simbolo della speranza nell’avvenire o l’opposizione della vita all’orrore della guerra -, l’opposizione della violenza della follia alla follia della violenza.

cms_8969/4v.jpgÉ per questo che, nonostante non esista un riconoscimento ufficiale, si può parlare di una “iconografia della resistenza”, che è universale, senza tempo, poiché ripercorre tutte le esperienze di resistenza che affollano la storia umana al grido di “libertà o morte”. Fu questo il motto simbolo del filellenismo di inizio ‘800, che portò la Grecia a vincere la propria battaglia per l’indipendenza contro gli Ottomani oppressori e che viene naturalmente recuperato ogni qual volta la nostra libertà venga minacciata. Quella stessa libertà che spesso diamo per scontata ma che, in realtà, è stata faticosamente conquistata con il sangue di altri.

Ne consegue che, senza necessariamente arrivare al punto di rivendicare questo motto, è necessario capire che la libertà è un esercizio che ritiene attenzione.

Come ci fanno notare gli esperti, la cosiddetta “iconografia della resistenza” affonda le sue radici nella pittura. Pensiamo a quadri storici, come:

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- “Il giuramento degli Orazi” di David, il cui punto di fuga (nel quale convergono tutte le linee del dipinto, N.d.R) focalizza l’attenzione sulla mano che impugna le spade;

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- “La liberté guidant le peuple” di Delacroix, con la sua struttura piramidale, al cui vertice ritroviamo Marianne a petto nudo che alzando la bandiera inneggia alla rivoluzione;

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- “Le fucilazioni del 3 maggio 1808 sulla montagna del Principe Pio” di Goya che, con il suo realismo, contrappone la disumanizzazione dei soldati alla disperazione dell’uomo con la camicia bianca, in attesa di essere giustiziato;

- “Guernica” di Picasso, testimone di un punto di non ritorno, un punto di tale annichilimento e abbruttimento dell’uomo da non poterne più bloccare gli impulsi violenti.

Questi sono solo alcuni dei celebri esempi ai quali i fotografi fanno riferimento nel loro studio sul funzionamento dell’opera, dal quale dipende la resa della sua funzione. Ognuno mostra i requisiti necessari affinché un dipinto o uno scatto non si limiti a registrare la storia, ma passi a farla, per la sua pregnanza sintomatica e la sua efficacia espressiva, adottando una “estetica del brutto”, poiché la realtà non è bella o brutta, la realtà è. Per celebrare il nobile lavoro dei fotoreporter, riportiamo infine il discorso dell’avvocato americano Patrick Henry, che il 23 marzo 1776, nell’ambito della guerra di indipendenza della Virginia, affermò di fronte ai deputati della Camera: “La vita è così cara e la pace così dolce da essere comprate al prezzo delle catene e della schiavitù? […] Non so cosa decideranno gli altri, ma io dico: datemi la libertà o datemi la morte”.

Federica Scippa

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