“STORIA DI STORIE DIVERSE”

Insegnanti di sostegno allo specchio: la disabilità tra difficoltà e gratificazione

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cms_13789/56262443_2289338318059279_2322753210286080000_n_-_Copia.jpgOgni capitolo scritto è parte di una sorta di autobiografia professionale che si intreccia con descrizioni di momenti di vita personale.

“Storia di storie diverse”, ovvero storie di alunni disabili, persone con caratteristiche speciali, con limitazioni visibili, ma anche con innegabili potenzialità.

Si descriverà il loro percorso scolastico e le difficoltà incontrate, si spiegherà quanto sia ancora difficile oggi parlare di integrazione nella scuola primaria e quanti ostacoli si frappongano alla sua reale attuazione.

Le storie degli alunni si intrecceranno ad altre storie, a quelle familiari e a quelle scolastiche di compagni e insegnanti.

Gli articoli saranno pubblicati con cadenza settimanale nella omonima rubrica.

CAPITOLO 5

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L’anno scolastico di più difficile frequenza per un alunno disabile è il primo anno di scuola primaria.

Solitamente, il più delle volte, il bambino riceve il riconoscimento dell’handicap in quest’anno oppure, se la situazione del suo deficit è acclarata, negli anni precedenti, quelli di frequenza della scuola primaria.

Tuttavia succede che, nei casi meno gravi, i genitori non si accorgano o frequentemente non vogliano riconoscere che il loro figliolo abbia dei problemi, nonostante gli insegnanti si impegnino a fargli capire che ci siano delle difficoltà.

Gli insegnanti, infatti, grazie alla loro esperienza e osservando ogni giorno e da anni tanti bambini, si accorgono immediatamente se ci sono delle difficoltà e se alcuni bambini hanno bisogno di un particolare supporto.

Molto spesso l’arrivo tardivo della certificazione e quindi del riconoscimento dello stato di disabilità, nuoce al bambino, non solo dal punto di vista delle competenze da acquisire ma anche e soprattutto da un punto di vista psicologico.

Il bambino sente e si accorge di non essere capace come gli altri, la sua autostima diminuisce, man mano che riceve rinforzi negativi. A cio’ si aggiungono i livelli alti di aspettative da parte dei genitori che contribuiscono ad aumentare il malessere del bambino.

A volte la pressione, che si è venuta a creare, trova sfogo in una rabbia incontrollata. Ho visto tante volte buttare banchi e borsellini per aria o aggredire fisicamente altri compagni.

L’organismo umano non è fatto per contenere la rabbia, essa gli nuoce troppo e quindi prima o poi deve essere scaricata.

Spesso sono i genitori a negare e a non voler riconoscere la situazione di ritardo mentale. Senza il loro consenso nessun aiuto può essere dato al bambino, a cui non viene assegnato l’insegnante di sostegno.

Spesso, invece, l’insegnante di sostegno c’è ma è il bambino a rifiutare categoricamente la sua presenza.

Ricordo di Andrea (nome di fantasia).

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Siamo stati insieme cinque anni, aveva un ritardo mentale lieve e riusciva a seguire, quasi senza intoppi, il percorso didattico proposto alla classe.

Aveva al contempo, un rapporto di affetto nei miei confronti ed un atteggiamento di repulsione che, nei primi anni era decisamente forte e che poi si è andato via via più affievolendo, pur continuando a sussistere.

Per lui, che voleva in ogni modo essere uguale agli altri, sapendo di non esserlo del tutto, la mia presenza al suo fianco era stigmatizzante e testimoniava che lui da solo non avrebbe potuto farcela e che aveva necessariamente bisogno di aiuto.

Con una simile opposizione è realmente molto difficile lavorare.
Gli insegnanti di sostegno conoscono molto bene simili situazioni perchè è molto diffusa, tra i genitori degli alunni disabili, la negazione, come sistema psicologico di difesa e Freud, in questo, ci è maestro.

E’ più facile non entrare in contatto con il problema, non riconoscerlo, negarlo piuttosto che affrontarlo, dato che tanti i genitori si sentono loro stessi colpevoli per aver generato dei figli disabili, andrebbero loro per primi supportati psicologicamente, per riuscire a superare questo trauma.

Se fossi io il Ministro della Salute o dell’Istruzione provvederei a fornire assistenza psicologica a questi genitori sin dalla nascita dei loro figlioli. La nascita di un figlio disabile è devastante per qualsiasi persona e la maggior parte dei genitori li educa in modo sbagliato, proteggendoli eccessivamente.

L’atteggiamento di negazione della disabilità, soprattutto se di natura mentale, viene trasmesso dai genitori ai figli.
Come per i genitori è estremamente doloroso riconoscere di avere dei figli non normodotati e non uguali agli altri, allo stesso modo i bambini disabili non accettano di essere trattati diversamente dagli altri.

Non sono guidati all’interiorizzazione e all’accettazione di quello che è il loro modo di essere che, come ci insegna il filosofo francese Emmanuel Mounier, ha un valore intrinseco. Ogni persona ha un valore e questo valore è unico e irripetibile.

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Io, come insegnante di sostegno, ho in questi anni aiutato Andrea a prendere consapevolezza sia delle sue potenzialità che dei suoi limiti.

Avere dei limiti fa parte della nostra umanità, è vero, nel loro caso sono più accentuati ma occorre sempre guidare questi bambini ad una serena elaborazione della loro condizione, che in molti casi viene ostacolata dalle famiglie.

E’ raro avere il loro appoggio e la loro fiducia, ma se li si ha, come è successo a me nel caso di Andrea, si riesce, in alcuni anni, a fare un bellissimo lavoro soprattutto da un punto di vista psicologico.

Si ricostruisce la tanto “martoriata” autostima del bambino, che si è sentito incapace o almeno non capace come gli altri, non capace di fare le cose allo stesso modo degli altri o con lo stesso ritmo.

La ricostruzione dell’autostima porta certamente ad un aumento della sicurezza in se stessi, quella che gli inglesi chiamano “self-confidence” ovvero la fiducia in se stessi, la certezza di valere e di essere capaci ed è questo il vero punto di partenza per progredire anche dal punto di vista degli apprendimenti.

Un bambino gratificato e che riceve di continuo rinforzi positivi si sente motivato verso lo studio, anche se ha delle difficoltà, si impegna, sa che il suo lavoro sarà riconosciuto, sa che l’insegnante si complimenterà con lui quando lo avrà terminato e che lo farà sempre.

Pensiamo che grande punto di riferimento è questo insegnante per questo bambino.

Questo insegnante gli avrà cambiato la vita e un giorno succederà, come successo ad Andrea, che il bambino diverrà autonomo e chiederà alla maestra Enza di poter stare seduto con i compagni piuttosto che accanto a lei.

La maestra Enza, a sua volta, sentirà che è arrivato il momento di lasciarlo andare perchè Andrea ha raggiunto l’autonomia e vuole vivere la sua esistenza in modo indipendente dagli altri.

Vincenza Amato

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