“STORIA DI STORIE DIVERSE”

Insegnanti di sostegno allo specchio: la disabilità tra difficoltà e gratificazione

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INTRODUZIONE

Ogni capitolo scritto è parte di una sorta di autobiografia professionale che si intreccia con descrizioni di momenti di vita personale.

“Storia di storie diverse”, ovvero storie di alunni disabili, persone con caratteristiche speciali, con limitazioni visibili, ma anche con innegabili potenzialità.

Si descriverà il loro percorso scolastico e le difficoltà incontrate, si spiegherà quanto sia ancora difficile oggi parlare di integrazione nella scuola primaria e quanti ostacoli si frappongano alla sua reale attuazione.

Le storie degli alunni si intrecceranno ad altre storie, a quelle familiari e a quelle scolastiche di compagni e insegnanti.

Gli articoli saranno pubblicati con cadenza settimanale nella omonima rubrica.

QUARTO CAPITOLO

cms_13721/56262443_2289338318059279_2322753210286080000_n_-_Copia.jpgNella scorsa rubrica abbiamo parlato della differenza che esiste tra menomazione, disabilità e handicap.

La menomazione è causata da un infortunio, da una malattia o da una malformazione. Essa causa la disabilità per cui la persona non riesce ad essere sufficientemente abile nello svolgimento delle attività quotidiane.

Menomazione e disabilità possono essere permanenti ed irreversibili.

Invece l’handicap, pur causato da una malattia e pur comparendo in situazioni di menomazione e di disabilità, è una condizione che può anche non manifestarsi.

Allora quando si manifesta l’handicap e per quale ragione si connota come una condizione di svantaggio personale?

L’handicap si manifesta quando si pretende da una persona più di quello che possa effettivamente dare.

(Salvatore Soresi “Psicologia dell’handicap e della riabilitazione”, Il Mulino, 1998)

Le situazioni di handicap sono provocate.

(Salvatore Soresi “Psicologia dell’handicap e della riabilitazione”, Il Mulino, 1998)

L’handicap è il sentirsi inadeguati rispetto alle richieste ricevute.

L’handicap compare nel momento in cui la persona disabile si integra in un contesto comunitario: scolastico, lavorativo o sociale.

Qual è la conseguenza dell’handicap?

Il soggetto non riesce a ricoprire il ruolo che normalmente gli sarebbe proprio in relazione all’età, al sesso e a fattori socioculturali.

(Salvatore Soresi “Psicologia dell’handicap e della riabilitazione”, Il Mulino, 1998)

Questa è la definizione di handicap data dall’O.M.S.

La sua corretta comprensione è utile al lettore per capire la parte che seguirà, più specificatamente didattica. La famiglia, l’insegnante di sostegno, gli insegnanti curriculari e gli alunni non devono mai far sentire inadatto e inadeguato un alunno disabile.

Poichè ciò provoca in lui sofferenze che non riesce a gestire e che deve vivere di continuo. Soprattutto se la disabilità non è mentale, si tratta di bambini intelligenti e sensibili che percepiscono di essere trattati diversamente e che rimarcano di non volerlo essere.

Un esempio sciocco: si può chiedere ad un cieco di guidare una Ferrari? Certo che no. Invece nessuno può avere un’idea, tranne chi lavora a diretto contatto con gli alunni disabili che cosa pretendano da questi bambini, scolasticamente parlando, i loro genitori.

La storia di Giuditta

(nome di fantasia)

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I genitori, gente facoltosa e istruita. La bambina presentava un ritardo mentale medio-grave provocato da una sindrome. Nei primi mesi sembrava che il lavoro didattico svolto fosse adeguato e non vi furono contestazioni.

Semplificavo per la bambina il lavoro che veniva svolto in classe, dunque lei seguiva la programmazione di classe e non una programmazione differenziata (con contenuti e obiettivi diversi).

Ad un certo punto cominciarono le contestazioni che divennero sempre più pressanti da parte dei genitori i quali non condividevano, didatticamente, il lavoro svolto e non desideravano che, alcuna forma di semplificazione dei percorsi di apprendimento, fosse messa in atto.

La definizione di handicap ritorna. I genitori chiedevano, ad una bambina con ritardo mentale, di svolgere esattamente lo stesso percorso degli altri alunni.

Avevano richieste e pretese indescrivibili nei suoi confronti e la bambina mi faceva capire che, a malincuore, doveva adeguarsi, doveva compiacerli e lo faceva.

Non vi era possibilità di protestare o di dire che era stanca, lei doveva essere uguale agli altri e i genitori, per essere sicuri che io non gli facessi svolgere, in forma scritta, attività semplificate, confrontavano ogni giorno i quaderni della bambina con quelli di una sua compagna di classe.

Alla fine decisero di trasferirla in un’altra scuola nonostante Giuditta avesse un rapporto meraviglioso con insegnanti e compagni.

L’handicap era quel malessere che Giuditta riusciva con me ad esprimere, con timidezza, con vergogna, sapendo di non avere alternative.

Un malessere che le era provocato da altri.

La sua inadeguatezza rispetto a quanto le veniva richiesto. Ricordo i suoi sforzi disumani nello studio, pur di riuscire a soddisfare le aspettative dei genitori.

Pur essendo una bambina con un ritardo mentale, bisognava ignorarlo, lei non poteva seguire i suoi ritmi di apprendimento, doveva svolgere le attività più difficili e complesse come gli altri, come se lei avesse avuto il loro stesso punto di partenza.

Vincenza Amato

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