“STORIA DI STORIE DIVERSE”

Insegnanti di sostegno allo specchio: la disabilità tra difficoltà e gratificazione

STORIA_DI_STORIE_DIVERSE___CAPITOLO_2_.jpg

cms_13562/56262443_2289338318059279_2322753210286080000_n.jpgOgni capitolo scritto è una parte di una sorta di autobiografia professionale che, in modo quasi naturale si intreccia anche con descrizioni di momenti di vita personale.

“Storia di storie diverse”, ovvero storie di alunni disabili, persone con caratteristiche speciali, con limitazioni visibili, ma anche con innegabili potenzialità.

Si descriverà il loro percorso scolastico e le difficoltà incontrate, si spiegherà quanto sia ancora difficile oggi parlare di integrazione nella scuola primaria e quanti ostacoli si frappongano alla sua reale attuazione.

Le storie degli alunni si intrecceranno ad altre storie, a quelle familiari e a quelle scolastiche di compagni e insegnanti.

Gli articoli saranno pubblicati con cadenza settimanale nella omonima rubrica.

SECONDO CAPITOLO

cms_13562/2.jpg

Il disegno di Sara.

E’ una bambina normodotata.

Ha una sensibilità straordinaria e questo disegno lo ha realizzato subito dopo un evento particolare a cui ha assistito, insieme ai suoi compagni di classe.

E’ raro partecipare ad eventi interessanti nella scuola, è raro conoscere persone che provengono dall’esterno ed entrare in contatto con realtà diverse.

La scuola continua ad essere un terreno inespugnabile, dove la principale preoccupazione degli insegnanti è trasmettere nozioni.

Gli alunni sono considerati come vasi da riempire. Senza che sia, peraltro, trasmesso loro amore in questa mera operazione di trasmissione.

Scrivere, copiare dalla lavagna e ancora scrivere.

Per tutto il tempo.

Nessuno spazio alla conversazione, al ragionamento o al pensiero critico.

E’ irritante, per noi insegnanti di sostegno, assistere ad una situazione simile.

Siamo inermi, non contiamo nulla. Non possiamo nemmeno valutare i nostro alunni. Lo fanno gli altri docenti al posto nostro.

Per noi vale la delega. Riceviamo la delega a seguire gli alunni disabili e dobbiamo occuparci solo di loro.

A volte non mi è stato consentito di parlare con gli altri alunni.

Non ero la loro maestra.

Si crea, in tal modo, la famigerata diade insegnante di sostegno-alunno disabile, dannosissima ai fini dell’integrazione scolastica.

Basta entrare nelle classi e vedere che insegnante di sostegno e alunno disabile sono collocati un’isola a parte. I loro banchi sono agli angoli, dietro, lontani dalle file di quelli degli altri alunni.

Lazzaro Gigante, direttore didattico in pensione, avrebbe parlato di “curriculum implicito”, ovvero di come organizzazione degli spazi e dei tempi possa influenzare l’azione educativa.

L’amore è imprescindibile nella relazione educativa: è attraverso tale relazione che si veicolano i contenuti di apprendimento e si rende stabile la loro acquisizione.

Il più delle volte non c’è umanità, sensibilità e comprensione per gli alunni.

Menomale che ci sono loro, dico io. Con la loro gioia innata rendono, nonostante tutto, meraviglioso l’ambiente scolastico per chi vi lavora.

Non potrei svolgere un altro lavoro e pensare di non stare con loro.

Sono affettuosi, si accorgono di tutto, notano come ti vesti, ti fanno i complimenti se in un dato giorno sei particolarmente bella, ti offrono costantemente la loro collaborazione, comunicano spontaneamente quello che provano e le reali gratificazioni per gli insegnanti arrivano da loro.

La loro purezza mi mette a mio agio e abbiamo degli intensi scambi reciproci.

cms_13562/3.jpg

Quelle poche volte in cui mi è consentito di far loro lezione, quando gli altri insegnanti sono assenti e lo sono anche gli alunni che seguo, preparo delle lezioni bellissime e cerco di coinvolgerli con il mio entusiasmo e di farli apprendere.

E’ stancante, ti interrompono sempre, hanno sempre qualcosa da fare sotto i banchi, giocherellano con gli oggetti scolastici, si distraggono in continuazione, bisticciano tra loro ma l’insegnante ha proprio lo scopo di condurre la classe e di coordinarne il lavoro.

Gli alunni ti accolgono sempre con il sorriso, se lo fai anche tu.

Se sai entusiasmarli con la tua motivazione, ciò che viene fuori è una gioia incredibile ed una voglia coinvolgente di studiare e di stare insieme.

Purtroppo, con tristezza, devo dire che situazioni simili si verificano assai raramente. Nella scuola le giornate si susseguono in modo ripetitivo, a volte sono noiose. L’edificio scolastico, nella sua imponenza, assomiglia ad un’isola di prigionieri chiusa al mondo esterno.

Ma quel giorno accadde qualcosa di inaspettato.

Per fortuna, direi.

Fummo chiamati in fretta e furia in palestra, c’era il padre di una bambina affetta, dalla nascita, da due gravi malattie rare e per di più incurabili essendo sconosciute.

La bambina si chiama Aurora ed è tetraplegica, talvolta ha crisi respiratorie e non può mangiare, viene alimentata con un sondino.

Agli alunni cominciano a brillare gli occhi, si sono subito sentiti coinvolti nella narrazione di questa storia, e devo dire che anche il padre di Aurora, nonostante l’argomento trattato lo coinvolgesse direttamente, è riuscito a trasporlo in modo semplice, con parole adatte alla comprensione dei bambini.

Ha destato interesse e curiosità verso questa loro coetanea, diversa ma al tempo stesso simile per la sua incredibile gioia di vivere.

Non ho ancora conosciuto Aurora ma, chi la conosce, la descrive così.

Con il padre di Aurora siamo diventati amici e stiamo lavorando su una sua idea, ovvero l’apertura di uno sportello sulle malattie rare nel nostro paese. Una iniziativa di volontariato che vedrà la collaborazione di diversi esperti e che servirà ad offrire informazioni e sostegno alle famiglie i cui cari sono affetti da questo tipo di patologie.

Si percepiva, dalle domande che gli alunni ponevano il loro interessamento per questa bambina, che vive la sua esistenza con grandi limitazioni.

Aurora deve stare, alternativamente, o su una sedia a rotelle o a letto.

Il padre, con sacrificio, si alza frequentemente la notte per farle cambiare posizione ed è Aurora a chiamarlo e a richiederlo. I suoi genitori, compresa la madre, dedicano la loro intera vita ad lei e ad un altro figlio.

I bambini, posti di fronte a una realtà nuova e tanto sconosciuta, sono stati un fiume in piena ed hanno letteralmente travolto di domande il papà di Aurora.

Che bello, penso io.

Finalmente la realtà della vita si sta affacciando nella scuola, ma, poi subito dopo, cede nuovamente il posto alla solita e arida trasmissione di nozioni e al programma da portare a termine.

Rimanere indietro con il programma, ecco a che punto siamo, dopo tutti gli studi pedagogici sull’argomento e dopo i riferimenti alla didattica modulare che parla della scelta e della trattazione di alcune parti del programma, le più significative dal punto di vista dei contenuti e della conoscenza.

Ma si chiedono se ciò che insegnano, per come lo insegnano, viene assimilato e se agli alunni scivola addosso senza che apprendano?

Non posso parlare con nessuno a scuola di queste cose. Ci ho provato ma non vi è alcuna possibilità di dialogo o di reciproca comprensione. Manca sia la sensibilità che la cultura per avere visioni simili. Spero di poter assistere, un giorno, a dei cambiamenti reali all’interno della scuola.

E’ una scuola che mortifica, che toglie entusiasmo, che sommerge gli insegnanti di scartoffie e loro, più cretini ancora, attribuiscono un’importanza esagerata alla compilazione di questi documenti, che pure rientra nei nostri doveri.

cms_13562/4.jpg

Gli insegnanti sono diventati degli sterili burocrati, non parlano di attualità con gli alunni e dunque di quello che accade nel mondo esterno.

Greta? E chi la conosce, chi è? La giornata mondiale del clima?

Non ascoltano gli alunni, non li lasciano esprimere perché non c’è mai tempo per loro, né tantomeno per confrontarsi con le loro colleghe. Siamo monadi.

Perché non proviamo a ricordare, invece, cosa diceva il filosofo Jean-Jacques Rousseu: “L’obiettivo dell’educazione deve essere non già guadagnare tempo ma perderne”.

Una frase meravigliosa, che già mi colpì molto, quando ancora ero una giovane studentessa.

Sara ha realizzato questo disegno dopo essersi sentita coinvolta dall’incontro con il padre di Aurora.

Si può con certezza dire che nelle sue frasi siano riassunti con maestria sia il concetto del rapporto con il diverso che il concetto di integrazione.

E’ stato il bellissimo l’incontro con Nico, il padre di Aurora, a far maturare in lei tali importanti consapevolezze, che valgono più di qualsiasi trattato di pedagogia speciale.

Sara, colpita dalla difficoltà che Aurora vive, scrive sotto al disegno:

Tutti siamo nati diversi ma ognuno con una propria capacità quindi dobbiamo essere tutti amici e aiutare chi è in difficoltà

Il concetto di diversità, da lei espresso, non può che evocare il personalismo mouneriano.

Ogni persona è unica e racchiude dentro di sé un valore irripetibile e che conserverà per la sua intera esistenza.

Poi il concetto di solidarietà, espresso dalla bambina in modo semplice e lineare. Sara dice che, anche se siamo diversi, dobbiamo essere amici e preoccuparci di chi è in difficoltà.

Vincenza Amato

Tags:

Lascia un commento



<<Pagina Precedente | Stampa | Torna Su