“STORIA DI STORIE DIVERSE” - Capitolo VI

Insegnanti di sostegno allo specchio: la disabilità tra difficoltà e gratificazione

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INTRODUZIONE

cms_13897/56262443_2289338318059279_2322753210286080000_n_-_Copia.jpgOgni capitolo scritto è parte di una sorta di autobiografia professionale che si intreccia con descrizioni di momenti di vita personale.

“Storia di storie diverse”, ovvero storie di alunni disabili, persone con caratteristiche speciali, con limitazioni visibili, ma anche con innegabili potenzialità.

Si descriverà il loro percorso scolastico e le difficoltà incontrate, si spiegherà quanto sia ancora difficile oggi parlare di integrazione nella scuola primaria e quanti ostacoli si frappongano alla sua reale attuazione.

Le storie degli alunni si intrecceranno ad altre storie, a quelle familiari e a quelle scolastiche di compagni e insegnanti.

Gli articoli saranno pubblicati con cadenza settimanale nella omonima rubrica.

CAPITOLO 6

Tra poco ricomincia la scuola.

Per quanto sia difficile essere circondata da una miriade di bambini, ogni giorno e per tante ore, non saprei concepire un lavoro in cui non vi sia la loro presenza.

A volte è così difficile gestirli, essendo in tanti, non riesci a trattare ognuno con la dovuta delicatezza. I loro bisogni, prima di tutto affettivi, sono intensi e si manifestano con frequenza. Hanno bisogno di essere rassicurati, di credere nelle loro capacità e di ricevere gratificazioni.

Molti insegnanti non sono consapevoli che l’apprendimento vada veicolato attraverso l’affettività e mediante una relazione. E’ proprio la relazione, il clima che si vive in classe, a determinare il coinvolgimento degli alunni.

Un bravo insegnante entusiasma li alunni, li avvicina al piacere di conoscere, stimola la loro curiosità e la voglia di porsi degli interrogativi. Il fallimento di un insegnante, della sua didattica, non è mai colpa degli alunni ma è sempre e unicamente di chi siede in cattedra. Altrimenti non si spiegherebbero esperienze educative meravigliose, che sono alla base della storia della pedagogia italiana, come quella della scuola di Barbiana, in Toscana. Qui, Don Milani, prete e pedagogista, accoglieva gli “ultimi”.

Ragazzi provenienti da famiglie povere e disagiate che erano stati allontanati dalle scuole pubbliche. “Ragazzacci” che lui, con il suo amore per il prossimo, ammaestrò, in questa piccola scuola di campagna, inducendoli all’amore per la conoscenza e all’applicazione verso lo studio.

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Quando gli insegnanti si “arrabbiano” con gli alunni o dicono di avere delle “classacce” dovrebbero prendersela esclusivamente con loro stessi. Non vi è ombra di dubbio, non sono io a dirlo ma illustri pedagogisti. Destare la curiosità e l’interesse di un bambino è cosa tra le più semplici, a volte basta anche un semplice racconto per vederli incantati, anche un racconto di vita vissuta e che si lega ad argomenti di studio.

Avendo viaggiato in tanti paesi, anche non europei, mi capita spesso di narrare loro degli aneddoti su situazioni vissute in luoghi lontani o di portare loro degli oggetti.

Ad esempio, durante lo studio del clima desertico, racconto ai miei alunni dei miei viaggi in Africa, in zone remote della terra come il deserto libico.

Descrivo il paesaggio desertico in ogni particolare, parlo di flora e di fauna, spiego cosa siano le oasi e gli antichi sistemi di irrigazione ideati dagli abitanti per sopravvivere in un ambiente ostile.

“L’educazione di Emilio” è il più noto e diffuso romanzo pedagogico scritto dal filosofo Jean-Jacques Rousseau. Emilio non doveva scoprire la geografia a scuola ma viaggiando, consultando le carte geografiche.

Io, grazie ai miei viaggi, ho amato e amo immensamente la geografia come disciplina di studio, ma non ne ero certa attratta ai tempi della scuola.

Spesso durante le spiegazioni leggo ai miei alunni parti di guide turistiche che ho usato per conoscere quei paesi e per muovermi al loro interno: leggo parti dedicate alla descrizione dei paesaggi, di animali e piante.

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Mostro ai miei alunni uno scorpione imbalsamato comprato in un mercatino o una boccettina contenente della sabbia rossa raccolta ai piedi delle dune.
Faccio osservare loro un pugnale, finemente adornato che mi è stato venduto da un Tuareg e quindi si giunge alle spiegazioni su questa popolazione nomade che abita nel deserto da tempo immemorabile.

Mostro un loro copricapo e, a turno, ciascuno lo indossa avvolgendosi completamente con questa veste leggera e bianca che i Tuareg usano per proteggersi dal calore eccessivo del sole.

I ragazzi ascoltano con incanto le mie storie ma sono io la prima ad essere convolta in esse e a trasmettere loro interesse verso l’ascolto.

Nessun bambino, anche il più bersagliato, quello che gli altri insegnanti considerano insopportabile, si comporterà male in queste circostanze, ma rimarrà solo affascinato da questo modo di studiare e tutto ciò che avrà appreso lo avrà acquisito in modo stabile, non lo dimenticherà.

Vincenza Amato

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