“STORIA DI STORIE DIVERSE” - CAPITOLO VII

Insegnanti di sostegno allo specchio: la disabilità tra difficoltà e gratificazione

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cms_13970/56262443_2289338318059279_2322753210286080000_n_-_Copia.jpgOgni capitolo scritto è parte di una sorta di autobiografia professionale che si intreccia con descrizioni di momenti di vita personale.

“Storia di storie diverse”, ovvero storie di alunni disabili, persone con caratteristiche speciali, con limitazioni visibili, ma anche con innegabili potenzialità.

Si descriverà il loro percorso scolastico e le difficoltà incontrate, si spiegherà quanto sia ancora difficile oggi parlare di integrazione nella scuola primaria e quanti ostacoli si frappongano alla sua reale attuazione.

Le storie degli alunni si intrecceranno ad altre storie, a quelle familiari e a quelle scolastiche di compagni e insegnanti.

Gli articoli saranno pubblicati con cadenza settimanale nella omonima rubrica.

CAPITOLO 7

Tra pochi giorni ricomincia la scuola ed un insegnante, se si trova in un ipermercato, guarda, con un certo allarme, i reparti con grembiuli e zaini appesi. Spesso la domanda che si pone, ironicamente, è: “Sarà vero ciò che vedo? La scuola ricomincia?”

Ebbene sì, a volte i bambini fanno paura, sono così tanti ed indisciplinati.
Gestire una classe, in modo autorevole e al tempo stesso democratico, è arduo e ho conosciuto davvero pochi insegnanti capaci di farlo mantenendosi calmi e al tempo stesso sensibili alle richieste dei bambini.

Gli alunni disabili fanno parte della classe: ciascuno di loro, nel primo anno di frequenza, viene assegnato ad una sezione e, dunque, ad un gruppo di insegnanti tra cui c’è anche l’insegnante di sostegno.

Comincerei a descrivere in quanti e tali modi gli alunni disabili sono trattati diversamente dagli altri. Pensiamo all’organizzazione degli spazi, ad esempio.

Solitamente, quando si entra in una classe di cui fa parte un alunno disabile, si vedono file di banchi ordinatamente allineati e poi una specie di “isola” lontana, staccata da tutto, in prossimità dei muri o delle finestre.

Essa è composta da due o tre banchi e lì, distanti dal resto della classe, ci sono l’insegnante di sostegno ed il bambino disabile.

Non è sempre così, beninteso.

La lontananza dagli altri crea una diade tra insegnante e alunno (in filosofia: una coppia di enti o elementi) che procede indipendentemente da ciò che accade internamente alla classe.

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Si crea un nucleo isolato, come una specie di satellite che, in lontananza, gira attorno ad un pianeta più grande.

Ovviamente, dal punto di vista degli spazi, una simile organizzazione non è affatto funzionale all’integrazione dell’alunno disabile che, per quasi tutto il tempo scolastico, non parla né con i suoi compagni, né segue il lavoro degli insegnanti.

A volte non è in grado di seguirlo e in questi casi è utile la presenza dell’insegnante di sostegno che interviene nella semplificazione degli argomenti di studio.

Altre volte, invece, il bambino può seguire la lezione dell’insegnante di classe, per cui dovrebbe spostarsi, unirsi ai compagni, ascoltarla con loro e con loro svolgere le consegne.

E’ proprio in questa circostanza che il bambino disabile si integra e non dovrebbe essere solo l’insegnante di sostegno ad intervenire, nel caso in cui egli dovesse aver bisogno di aiuto.

Sono tutti gli insegnanti, che compongono il team, a dover agire didatticamente sulla classe, in cui è ricompreso anche l’alunno disabile.

Non deve vigere la delega, fin troppo diffusa, verso l’insegnante di sostegno che deve occuparsi esclusivamente di un bambino, come se non stesse in classe anche con altri bambini.
Tante volte, durante la giornata, essi si rivolgono a me rivolgendomi richieste d’aiuto. E’ penoso dire che l’insegnante di sostegno, talvolta, è più riconosciuto dagli alunni che dai colleghi.

Quante volte mi è stato detto “bada al tuo bambino (un po’ come si dice di badare a un cane) e non intervenire sugli altri”. A volte non potevo neanche dare il permesso ai bambini di andare in bagno, quasi non fossi un’insegnante come gli altri.

Ciò è davvero umiliante per l’insegnante di sostegno che è contitolare, insieme agli altri colleghi, nella classe in cui opera.

La contitolarità risale addirittura agli anni ‘90 ed è stata introdotta dalla legge 148, la cui applicazione è stata sempre disattesa, tranne in rari casi.

La legge dice gli insegnanti che operano in una classe, compreso l’insegnante di sostegno, hanno pari titolarità ed operano congiuntamente.

Ciò vuol dire che l’insegnante di sostegno segue il bambino disabile ma anche gli altri e gli insegnanti di classe seguono tutti i bambini, compreso quello disabile.

Ne consegue che l’insegnante di sostegno può preparare le lezioni per l’intera classe, così come anche gli altri insegnanti di classe possono a rotazione seguire l’alunno disabile, senza che questi si senta stigmatizzato dalla presenza di una persona fissa accanto a lui.

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Una presenza che, chi ha disabilità solo di tipo motorio e non mentale, vive con insofferenza. Spesso il bambino respinge l’insegnante di sostegno, la sua presenza lo rende diverso e testimonia la sua incapacità.

Si accorge che gli altri bambini seguono un solo insegnante. Non hanno un insegnante esclusivamente per loro.

E’ il team di insegnamento, come dice la legge, che deve seguire la classe, senza una differenziazione di ruoli tra gli insegnanti.

Tra l’altro, in questo modo, ogni insegnante diventerebbe un insegnante specializzato nel sostegno agli alunni disabili ed ogni insegnante di sostegno sarebbe riconosciuto dagli alunni come un insegnante di classe che presenta loro giornalmente la lezione.

Vincenza Amato

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